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Archive for the ‘Discorsi Appelli’ Category

Intervento del Presidente della Repubblica

alla Conferenza Internazionale

sulla violenza contro le donne

violenza-donne

Roma, 09/09/2009

Desidero rivolgere un cordiale benvenuto a tutte le personalità partecipanti a questo convegno indetto dal governo italiano nella scia degli incontri dello scorso luglio per il G8, ben al di là del suo formato tradizionale.
Il tema che verrà discusso è parte integrante di una questione cruciale del nostro tempo, se è vero che esso può definirsi – come lo definì anni fa un lungimirante pensatore italiano – l’età dei diritti. Sì, viviamo nell’età dei diritti, intendendo la complessità di questa espressione : diritti proclamati, diritti affermati o in via di affermazione, diritti da conquistare, diritti da rendere universali.
Certo, mai come negli ultimi decenni si era giunti a una visione così ampia, a una consapevolezza così profonda del riconoscimento dei diritti umani come condizione di convivenza civile, libera e democratica. Sempre aperta e legittima è la discussione sui diversi sistemi istituzionali e politici – sui diversi modelli di governo delle società – che coesistono e si confrontano nel mondo. Ma in qualsiasi contesto il pieno riconoscimento, la concreta affermazione dei diritti umani costituisce una innegabile pietra di paragone della condizione effettiva delle popolazioni e delle persone, del grado di avanzamento materiale e spirituale di un paese.
Diritti umani, come abbiamo imparato a dire meglio che con la vecchia formula di diritti dell’uomo, dando risalto alle problematiche proprie di quella metà dell’universo che è fatta di donne. Ed è facile constatare che sono soprattutto le donne a soffrire, in troppe parti del mondo, della limitazione o privazione di diritti fondamentali.
Al centro di questo convegno è stato posto un interrogativo angoscioso, che riguarda la persistenza e diffusione della violenza contro le donne. Si analizzeranno giustamente i molteplici aspetti di questo fenomeno. E desidero dire chiaramente che se ci sono fattispecie terribili di violenza – quelle associate a situazioni di conflitto e di emergenza, o a costumi barbarici come quello delle mutilazioni genitali femminili – troppe altre si riscontrano anche in paesi moderni avanzati : la violenza sessuale nella sua forma più brutale – l’aggressione e lo stupro – ma anche le violenze domestiche e le violenze, di varia natura, nel mondo del lavoro.
Dico questo in riferimento, purtroppo, al mio stesso paese. In paesi evoluti e ricchi come l’Italia, dotati di Costituzioni e di sistemi giuridici altamente sensibili ai diritti fondamentali delle donne, continuano a verificarsi fatti raccapriccianti, in particolare, negli ultimi tempi, di violenza di gruppo contro donne di ogni etnia, giovanissime e meno giovani. E ciò nonostante che il Parlamento italiano già da decenni si sia impegnato in una severa legislazione sulla violenza contro le donne, come reato contro la persona, e abbia di recente affrontato anche l’aspetto delle molestie e delle persecuzioni e discriminazioni contro le donne nei luoghi di lavoro.
In definitiva, qualunque parte del mondo e qualunque paese rappresentiamo in questa sala, dobbiamo sentirci egualmente responsabili dell’incompiutezza dei progressi faticosamente realizzati per l’affermazione della libertà, della dignità, e della parità di diritti delle donne. E dobbiamo sentirci egualmente impegnati a perseguire conquiste più comprensive, garantite e generalizzate.
Decisiva è la dimensione educativa di questo impegno. Non solo nel senso di assicurare l’accesso delle bambine e delle donne all’educazione, ancora negata in tanta parte del mondo. Ma nel senso di educare l’insieme delle nostre società ai valori dell’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso – articolo 3 della Costituzione italiana ; ai valori della non discriminazione – articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
E’ questo un impegno di indubbia attualità oggi in Italia. Intanto, perché stiamo sperimentando la complessità della presenza crescente di comunità immigrate, e del conseguente processo di integrazione da portare avanti. Integrazione, i cui cardini sono – come dice l’impostazione della seconda sessione di questo Convegno – nel rispetto della diversità di culture, religioni e tradizioni, nel rispetto dell’individuo e della sua dignità, da garantire insieme ai principi e alle leggi nazionali che regolano l’appartenenza alle società d’accoglienza. Ed è da tenersi presente la particolare situazione di vulnerabilità delle donne – insieme col loro specifico contributo – nei processi d’integrazione.
Di indubbia attualità è il richiamo alla non discriminazione, cui ci vincola la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che indica tutti i possibili motivi di discriminazione da mettere al bando : il sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le convinzioni personali, le convinzioni politiche, fino, così recita l’articolo 21 della Carta, alla disabilità e all’orientamento sessuale. Quest’ultima, innovativa nozione, va ricordata e sottolineata nel momento in cui l’intolleranza, la discriminazione, la violenza colpiscono persone e comunità omosessuali.
La lotta contro ogni sopruso ai danni delle donne, contro la xenofobia, contro l’omofobia, fa tutt’uno con la causa indivisibile del rifiuto dell’intolleranza e della violenza, in larga misura oggi alimentate in Italia dall’ignoranza, dalla perdita di valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dai principi su cui la nostra Costituzione ha fondato la convivenza nazionale democratica.
In questo spirito desidero esprimere l’impegno dell’Italia, delle sue istituzioni repubblicane, nel sostenere gli orientamenti che scaturiranno dal Convegno, nel sostenerli tanto nel nostro paese quanto nelle più alte istituzioni internazionali.

tratto da http://www.quirinale.it

altri link utili

http://www.italiannetwork.it/news.aspx?id=12857

http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/violenza.donne.htm

http://www.g8italia2009.it/G8/Home/News/G8-G8_Layout_locale-1199882089535_ConferenzaViolenzaDonne.htm

La coraggiosa testimonianza della giornalista televisiva saudita massacrata dal marito

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Buona Pasqua

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I miei migliori auguri di una Pasqua serena e gioiosa

che Tu possa esprimere una grande fede

con parole sagge

pensieri buoni

e azioni utili alla pace del mondo …

e che tutto questo

venga dal Tuo prezioso cuore ..

(Andrea)

— — —

La pace interiore è un primo essenziale passo
per il raggiungimento della pace nel mondo.
Come si coltiva? È molto semplice: in primo luogo realizzando chiaramente
che l’umanità è una sola,
che gli esseri umani in tutti i Paesi sono membri di una stessa famiglia.
(Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama – © copyleft perle.risveglio.net)

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Prego per tutti noi, oppressore e amico,
che insieme si possa riuscire a costruire un mondo migliore
attraverso l’amore e l’umana comprensione, e che in tal modo
si possano ridurre il dolore e la sofferenza
di tutti gli esseri viventi.

(Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama – © copyleft perle.risveglio.net)

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Nel 1950 la Repubblica Popolare Cinese invase il Tibet.
L’invasione e l’occupazione del Tibet costituirono un inequivocabile atto di aggressione e violazione della legge internazionale.

Il Dalai Lama, capo politico e spirituale del Tibet, tentò una pacifica convivenza con i cinesi, ma le mire colonialiste della Cina diventarono sempre più evidenti. La sistematica politica di sinizzazione e sottomissione del popolo tibetano segnò l’inizio della repressione cinese cui si contrappose l’insorgere della resistenza popolare. Il 10 Marzo 1959 il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale. L’Esercito di Liberazione Popolare stroncò l’insurrezione con estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno, nel solo Tibet centrale, più di 87.000 civili.

Il Dalai Lama, seguito da circa 100.000 tibetani, fu costretto a fuggire dal Tibet e chiese asilo politico in India dove fu costituito un governo tibetano in esilio fondato su principi democratici. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta.
In Tibet, a dispetto delle severe punizioni, la resistenza continua.

Dominio cinese in Tibet
L’occupazione cinese presenta tutte le caratteristiche del dominio coloniale:
– Oltre 1.000.000 Tibetani sono morti a causa dell’occupazione.
– Il 90% del patrimonio artistico e architettonico tibetano, inclusi circa seimila monumenti tra templi, monasteri e stupa, è stato distrutto.

– La Cina ha depredato il Tibet delle sue enormi ricchezze naturali. Lo scarico dei rifiuti nucleari e la massiccia deforestazione hanno danneggiato in modo irreversibile l’ambiente e il fragile ecosistema del paese.
– In Tibet sono di stanza 500.000 soldati della Repubblica Popolare.

– Il massiccio afflusso di immigrati cinesi sta minacciando la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese. Mentre prosegue la pratica della sterilizzazione e degli aborti forzati delle donne tibetane, la sistematica politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e lavorativo.

– Lo sviluppo economico in atto in Tibet arreca benefici quasi esclusivamente ai coloni cinesi e non ai Tibetani.

La violazione dei Diritti Umani
Nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite approvarono tre risoluzioni a favore del Tibet in cui si esprimeva preoccupazione circa la violazione dei diritti umani e si chiedeva “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”.

A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e all’interno della stessa Cina ed esortato il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Malgrado gli incessanti appelli della comunita internazionale:
il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato.
Miglialia di tibetani sono tuttora impriogionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni carcerarie sono disumane.
Le donne tibetane sono costrette a subire involontariamente la sterilizzazione e l’aborto.
I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso.
Monaci e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.

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Carissima/o,
Ti scrivo per chiederti un piccolo sforzo per una importantissima causa. Nelle prossime settimane il testamento biologico sarà al centro del  dibattito in Parlamento, e la maggioranza intende approvare una legge  che limita la libertà di scelta del cittadino imponendo alcune terapie,  come l’idratazione e l’alimentazione artifici ale. Le dichiarazioni  anticipate di trattamento non saranno vincolanti: spetterà sempre al  medico l’ultima parola. Qual è allora l’utilità di questa legge, se non  si garantisce al cittadino che la sua volontà sia rispettata?

La verità è che il ddl della destra è stato scritto per rendere  inapplicabile il ricorso al testamento biologico. Oltretutto, la  dichiarazione dovrà essere stipulata davanti ad un notaio, e rinnovata  con cadenza triennale: vi immaginate cosa significa andare ogni tre anni  davanti a un notaio accompagnati dal proprio medico di famiglia? Al  contrario della nostra proposta poi, non è presente nemmeno un cenno  alle cure palliative, all’assistenza ai disabili, alla terapia del dolore.

Ti chiedo dunque di diffondere il più possibile l’appello, invitando  tutti i tuoi contatti a sottoscriverlo: dobbiamo mobilitarci  immediatamente per raccogliere centinaia di migliaia di adesioni e difen  dere il nostro diritto costituzionale alla libertà di cura. Se saremo  tanti, il Parlamento non ci potrà ignorare.

Nel prossimo dibattito in Senato il mio impegno personale è quello di  dar voce alla vostra opinione, che credo coincida con quella della  maggioranza degli italiani. Che vogliano utilizzare ogni risorsa della  medicina o che intendano accettare la fine naturale della vita, i  cittadini vogliono essere liberi di scegliere.
Ti ringrazio infinitamente e conto su di te per far circolare il più  possibile l’appello per il diritto alla libertà di cura sul sito –  appellotestamentobiologico

e grazie perché abbiamo già raggiunto quasi 100.000 firme!
Ignazio Marino

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La Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza

E’ la prima marcia mondiale che percorrerà tutto il pianeta chiedendo la fine delle guerre, delle armi nucleari e di ogni forma di violenza.
Un’azione diretta a:

* Ottenere l’eliminazione delle armi nucleari, la riduzione progressiva e proporzionale degli armamenti, la firma di trattati di non-aggressione tra paesi, la rinuncia dei governi ad utilizzare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.
* Riscattare la parte migliore delle diverse culture e dei popoli della terra.
* Far confluire le volontà della società civile per eliminare definitivamente la piaga sociale delle guerre.
* Generare una coscienza sociale mondiale contraria a ogni forma di violenza ( fisica, psicologica, razziale, economica, sessuale), oggi così accettata dalla società.

Una coscienza globale che si traduca in ripulsa generale nei confronti della violenza.

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Italiano

Marcia mondiale per la pace

Studenti medi Firenze

English

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Perché

Perché la fame nel mondo si potrebbe risolvere con il 10% di quanto si spende in armamenti. Riusciamo a immaginare come sarebbe il mondo se si destinasse il 30 o il 50% di questa spesa per migliorare la vita della gente, invece di investirlo in distruzione?

Perché eliminare le guerre e la violenza significherebbe uscire definitivamente dalla preistoria umana e fare un passo da giganti nel cammino evolutivo della nostra specie.

Perché in questa aspirazione ci accompagna la forza delle voci di centinaia di generazioni che ci hanno preceduto, che hanno sofferto le conseguenze delle guerre, e di cui oggi si continua a sentire l’eco ovunque nel mondo siano presenti le lugubri sequele di morti, dispersi, invalidi, rifugiati e reietti che accompagnano le guerre.

Perché un “mondo senza guerre” è una proposta che, spalancando il futuro, aspira a concretizzarsi in ogni angolo del pianeta, ovunque il dialogo si stia sostituendo alla violenza.

È arrivato il momento di far sentire la voce dei senza-voce! Milioni di esseri umani avvertono l’urgente necessità di chiedere che si ponga fine alle guerre e alla violenza.

Possiamo riuscirci unendo tutte le forze del pacifismo e della nonviolenza attiva del mondo.

Quando

La Marcia Mondiale comincerà in Nuova Zelanda il 2 Ottobre 2009, anniversario della nascita di Gandhi, dichiarato dalle Nazioni Unite “Giornata internazionale della Nonviolenza”. Si concluderà il 2 gennaio 2010 sulle Ande argentine, in località Punta de Vacas, ai piedi del monte Aconcagua.

La Marcia durerà 90 giorni, tre lunghi mesi di viaggio. Passerà attraverso tutti i climi e le stagioni, dalla calda estate dei tropici e dei deserti all’inverno della Siberia.

Chi partecipa

La Marcia è stata promossa da “Mondo Senza Guerre”, un’organizzazione internazionale che da 15 anni lavora nel campo del pacifismo e della nonviolenza.

La Marcia Mondiale, tuttavia, sarà creata e realizzata da tutti. Aperta alla partecipazione di chiunque, singolo cittadino, organizzazione, collettivo, gruppo, partito politico, azienda, ecc. condivida le aspirazioni e la sensibilità di questo progetto. Non si tratta di qualcosa di chiuso, ma di un percorso che andrà arricchendosi progressivamente nel tempo con i contributi delle varie iniziative.

Ecco perché invitiamo tutti a partecipare liberamente. Così, ovunque vada la Marcia, la gente del posto potrà contribuire con la propria creatività in una grande convergenza di varie attività: incontri, forum, festival, concerti, eventi culturali, sportivi, artistici, musicali ed educativi. C’è spazio per qualunque cosa l’immaginazione sia in grado di concepire.

I canali di partecipazione sono diversi e molteplici, a partire dalla partecipazione virtuale attraverso Internet.

Questa è una marcia delle persone e per le persone che vuole raggiungere la maggior parte della popolazione mondiale. Per questa ragione facciamo appello a tutti i mezzi di comunicazione perché diffondano le notizie su questo giro del mondo per la Pace e la Nonviolenza.

Che cosa si farà

In ogni città visitata dalla marcia, singoli cittadini e gruppi locali organizzeranno forum, riunioni, festival, conferenze ed eventi (sportivi, culturali, sociali, musicali, artistici, educativi, ecc.), a seconda della loro creatività e iniziativa.

In questo momento centinaia di progetti sono già stati avviati sia da singoli che da varie organizzazioni.

Per cosa

Denunciare la pericolosa situazione mondiale che ci sta portando sempre più vicini ad una guerra nucleare, che sarebbe la più grande catastrofe della storia, una via senza uscita.

Dare voce alla maggioranza dei cittadini del mondo che sono contro le guerre e la corsa agli armamenti. Tutti noi stiamo subendo le conseguenze della manipolazione da parte di una potente minoranza perché non riusciamo a dare un segnale unitario. È ora che ognuno di noi prenda posizione e dimostri la propria condanna.

Unisciti a una moltitudine di altre persone nel mandare un segnale chiaro e la tua voce dovrà essere ascoltata!

Ottenere: lo smantellamento degli armamenti nucleari; la progressiva e proporzionale riduzione delle armi convenzionali; la firma di trattati di non aggressione tra le nazioni; la rinuncia, da parte dei governi, ad utilizzare la guerra come forma di risoluzione delle controversie internazionali.

Per mostrare le molte altre forme di violenza (economica, razziale, sessuale, religiosa…) che sono attualmente nascoste o mistificate da chi le commette e per trovare il modo affinché tutti coloro che subiscono tali violenze siano ascoltati.

Creare una presa di coscienza globale – così come già successo con i problemi ambientali – della necessità di condannare tutte le forme di violenza e raggiungere una Pace vera.

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In occasione del 49° anniversario della pacifica insurrezione del popolo tibetano, avvenuta a Lhasa il 10 marzo 1959, offro le mie preghiere e rendo omaggio agli uomini e alle donne del Tibet che con coraggio hanno sopportato inenarrabili privazioni e sacrificato le loro vite per la causa del popolo tibetano. Esprimo la mia solidarietà a coloro che oggi subiscono la repressione e i maltrattamenti. Saluto i tibetani dentro e fuori il Tibet, i sostenitori della nostra causa e tutti coloro che amano la giustizia.

Per quasi sei decenni i tibetani dell’intera area del Tibet, conosciuta come Cholkha- Sum (l’insieme delle tre Regioni dell’U-Tsang, del Kham e dell’Amdo), sono stati costretti a vivere, a causa della repressione cinese, in uno stato di costante paura, intimidazione e sospetto. Tuttavia, oltre a conservare la fede religiosa, il senso del nazionalismo e la loro peculiare cultura, i tibetani sono riusciti a mantenere viva la propria aspirazione alla libertà. Nutro grande ammirazione per queste speciali doti del mio popolo e per il suo indomabile coraggio. Ne sono estremamente soddisfatto e fiero.

In tutto il mondo, numerosi governi, organizzazioni non governative e individui, interessati alla pace e alla giustizia, hanno significativamente sostenuto la causa del Tibet. In particolare, nel corso dell’ultimo anno, i governi e gli abitanti di molti paesi ci hanno manifestato il loro appoggio con gesti significativi. Desidero esprimere la mia gratitudine a tutti loro.

Il problema del Tibet è molto complesso e, per la sua natura, abbraccia molti temi: la politica, la natura della società, la legge, i diritti umani, la religione, la cultura, l’identità di un popolo, l’economia e le condizioni dell’ambiente naturale. Di conseguenza, per risolvere il problema tibetano è necessario adottare un metodo di approccio onnicomprensivo, che sia di beneficio a tutte le parti in causa piuttosto che a una sola. Per questo motivo, ci siamo attenuti con fermezza ad una politica, quella della Via di Mezzo, in grado di garantire vantaggi reciproci e per molti anni ci siamo impegnati con sincerità e costanza per conseguire questi risultati. A partire dal 2002, i miei inviati hanno intrattenuto sei tornate di colloqui con le competenti autorità della Repubblica Popolare Cinese e hanno discusso argomenti di rilevante importanza. Questi colloqui a largo spettro hanno dissipato alcuni dei loro dubbi e ci hanno dato l’opportunità di chiarire le nostre aspirazioni, ma non hanno prodotto alcun risultato concreto circa la questione fondamentale. Inoltre, nel corso di questi ultimi anni, il Tibet ha assistito ad un aumento della repressione e della brutalità. Malgrado questi incresciosi sviluppi, rimane immutata la mia posizione e la mia determinazione a portare avanti la politica dell’approccio della Via di Mezzo e a continuare il dialogo con il governo cinese.

Uno dei maggiori problemi della Repubblica Popolare Cinese è la mancanza di legittimazione del suo governo in Tibet. Il governo cinese potrebbe rafforzare la sua posizione attuando una politica in grado di soddisfare il popolo tibetano e di guadagnarne la fiducia. Se saremo in grado di giungere ad un accordo basato sul reciproco consenso, allora, come ho già molte volte affermato, mi adopererò in ogni modo per ottenere il sostegno del popolo tibetano.

Oggi in Tibet, in seguito ai numerosi e poco lungimiranti interventi del governo cinese, l’ambiente naturale è seriamente danneggiato. La politica cinese di trasferimento della popolazione ha fatto sì che il numero dei non tibetani sia sensibilmente aumentato mentre i tibetani autoctoni sono ridotti ad una minoranza all’interno della loro stessa nazione. Inoltre, la lingua, le usanze e le tradizioni del Tibet, espressione della vera natura e identità del popolo, stanno gradualmente scomparendo e i tibetani sono sempre più assimilati alla preponderante popolazione cinese. In Tibet, la repressione è in continuo aumento, con numerose, inimmaginabili e gravi violazioni dei diritti umani, il rifiuto della libertà di culto e la politicizzazione delle questioni religiose. Questa situazione è causata dalla mancanza di rispetto del governo cinese nei confronti del popolo tibetano, è la conseguenza degli impedimenti che il governo di Pechino, deliberatamente, pone alla base della sua politica di unificazione delle etnie, che di fatto crea discriminazioni tra tibetani e cinesi. Chiedo pertanto alla Cina di porre fine immediatamente a tale politica.

Sebbene le aree abitate dai tibetani siano designate con nomi diversi, quali regione autonoma, prefettura autonoma o contea autonoma, l’autonomia è di fatto solo nominale e non reale. Queste aree sono in realtà governate da persone che non conoscono la situazione locale e sono sotto l’egida di quello che Mao Zedong chiamava “Sciovinismo Han”. Di conseguenza, la cosiddetta autonomia non ha arrecato alcun beneficio tangibile alle etnie interessate. Questa politica fraudolenta, incurante della realtà, sta enormemente danneggiando non solo i due gruppi etnici, ma la stessa unità e stabilità della Cina. È importante che il governo cinese, come affermò Deng Xiaoping, “cerchi la verità dai fatti”, nel vero senso del termine. Quando, davanti alla comunità internazionale, sollevo il problema del benessere del popolo tibetano, il governo cinese mi critica duramente. Ma fino a che non troveremo una soluzione di reciproco beneficio, ho la responsabilità storica e morale di continuare a parlare liberamente a nome del mio popolo. Tuttavia, è noto a tutti che, da quando la leadership politica della diaspora tibetana è eletta direttamente dal popolo, sono in uno stato di semipensionamento.

In virtù del suo grande progresso economico, la Cina sta diventando una nazione potente. Non possiamo che rallegrarcene, ma il potere acquisito offre altresì alla Cina l’opportunità di svolgere un importante ruolo sul palcoscenico globale. Il mondo sta ansiosamente aspettando di vedere in che modo l’attuale leadership cinese metterà in pratica i concetti pubblicamente espressi di “società armoniosa” e “crescita pacifica” alla cui realizzazione il solo progresso economico non è sufficiente: sono necessari sostanziali miglioramenti nei settori del rispetto dello stato di diritto, della trasparenza, del diritto all’informazione e della libertà di parola. E poiché all’interno della Cina coesistono molte etnie, al fine di salvaguardare la stabilità del paese è necessario che ad ognuna sia garantita l’uguaglianza e la libertà di proteggere le rispettive e peculiari identità.

Il 6 marzo 2008 il Presidente Hu Jintao ha dichiarato: “Stabilità e sicurezza in Tibet significano stabilità e sicurezza nel paese”. Ha aggiunto che la dirigenza cinese deve garantire il benessere dei tibetani, migliorare il proprio lavoro in relazione ai gruppi etnici e religiosi e mantenere stabilità e armonia sociale. Le parole del Presidente Hu tengono conto della situazione reale e non vediamo l’ora che ricevano applicazione. Quest’anno i cinesi aspettano con orgoglio e trepidazione l’apertura dei Giochi Olimpici. Fin dall’inizio, ho sostenuto l’idea che alla Cina fosse data l’opportunità di ospitare i Giochi. E poiché eventi di questo tipo, e in modo particolare le Olimpiadi, favoriscono il rispetto dei principi della libertà di parola, di espressione, di uguaglianza e amicizia, la Cina dovrebbe dimostrare di essere un buon paese ospitante facendosi garante di queste libertà. Perciò, oltre a mandare a Pechino i propri atleti, la comunità internazionale dovrebbe sensibilizzare il governo cinese su questi temi. So che, in tutto il mondo, molti parlamenti, individui e organizzazioni non governative si stanno in vario modo attivando perché la Cina colga l’opportunità delle Olimpiadi per attuare cambiamenti positivi. Apprezzo la loro sincerità. E, in totale sintonia, vorrei aggiungere che sarà molto importante stare a vedere cosa accadrà nel periodo successivo alla conclusione dei Giochi. Senza dubbio, i Giochi Olimpici avranno un grande impatto sul modo di pensare del popolo cinese. La comunità internazionale dovrebbe quindi investire la propria energia collettiva nella ricerca delle modalità attraverso le quali garantire, nel modo migliore, cambiamenti positivi e continui all’interno della Cina, anche quando le Olimpiadi saranno concluse.

Desidero cogliere questa occasione per esprimere il mio orgoglio e il mio apprezzamento per la sincerità, il coraggio e la determinazione dei tibetani all’interno del Tibet. Chiedo loro di continuare ad operare in modo pacifico e nell’osservanza della legge così da assicurare a tutte le minoranze della Repubblica Popolare Cinese, compresa quella tibetana, il godimento dei loro legittimi diritti e benefici.

Vorrei inoltre cogliere questa opportunità per ringraziare, in particolare, il governo e il popolo indiano per il loro continuo e incomparabile sostegno ai rifugiati tibetani a alla causa del Tibet e per esprimere la mia gratitudine a tutti quei governi e persone che hanno costantemente a cuore la nostra causa.

Con le mie preghiere per il bene di tutti gli esseri senzienti, Il Dalai Lama

10 marzo 2008

[fonte –  http://www.ticino-tibet.ch]

Riferimenti:

http://www.solonewage.it/Libri-maestri-spirituali/libreria-Dalai-Lama.htm

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