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Archive for the ‘Compassione’ Category

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photo by Carlos Almeida

Consapevoli che la vera felicità si fonda sulla pace, la stabilità, la libertà e la compassione, siamo determinati a non porci  come scopo della vita la fama, il profitto, il benessere o il piacere sensuale,  a non accumulare ricchezza, mentre ci sono milioni di esseri che hanno fame e muoiono.  Ci impegniamo a vivere con semplicità e a condividere tempo,  energia e risorse materiali con chi ne ha bisogno.  Praticheremo il consumo consapevole, non usando alcol, droghe o altri prodotti  che introducano tossine in noi stessi, così come nel corpo e nella coscienza collettivi.

(Thich Nhat Hanh)

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Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

Questa è la vera compassione. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “compassione”; ma non è compassione, è attaccamento.

Anche nel matrimonio, in quei matrimonï che durano poco, ciò avviene a causa dell’attaccamento.

I matrimoni durano poco a causa della mancanza di compassione; c’è solo attaccamento emotivo, basato sulle proiezioni e sulle aspettative.

Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative.

È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra compassione e attaccamento e fra rabbia e odio.

Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nell’impegno per la pace nel mondo. Ritengo che questi siano i valori spirituali di base per la felicità di tutti gli esseri umani, che siano credenti o meno.

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(Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama – © copyleft perle.risveglio.net)

Libri sulla Compassione

La nostra esistenza sulla terra dipende dalla Compassione di Dio, eppure il suo significato ci sfugge. Sri Chinmoy spiega che per capire la Compassione, prima dobbiamo riconoscerla e per riconoscerla dobbiamo prima sperimentarla. E’ la Compassione di Dio che ci modella, ci guida e ci illumina ad ogni passo del nostro viaggio attraverso la vita. La Compassione divina è come una pioggia scrosciante sulle nostre vite. Più preghiamo Dio per ottenere Compassione, più Egli ci inonda con la Sua Compassione. Sri Chinmoy dice che in cambio, Dio ci chiede solo di distribuire questa Compassione ai nostri compagni di viaggio sulla terra.

Comprendere e amare gli altri per vivere in armonia col mondo

Il Dalai Lama ama ripetere che lui è un uomo qualunque. In realtà, le sue parole e il suo insegnamento sono molto distanti dai miti contemporanei. Come ignorare il fatto che la competitività esasperata, la rabbia, l’invidia e l’intolleranza sono alla base di molti rapporti umani, da quelli famigliari a quelli religiosi o politici? Svolgendo con parole pacate e argute un ragionamento inoppugnabile, Sua Santità ci dimostra invece che questi atteggiamenti sono distruttivi per gli altri ma soprattutto per noi stessi, e dunque dobbiamo addestrare la mente a un approccio completamente diverso: l’amore e la compassione, cioè il desiderio di aiutare gli altri, nostri inseparabili e necessari compagni di viaggio lungo il cammino esistenziale. Se infatti impariamo a riconoscere questa totale interdipendenza, ci diventerà chiaro che ogni nostra azione e pensiero dovrà rivolgersi verso il bene comune. Certo, non è un compito facile, piuttosto un’arte: l’arte di costruire insieme un mondo migliore.

Consigli semplici per una vita di consapevolezza e compassione

Cuore zen è un libro cristallino. La lettura è leggera e scorrevole, tanto che a volte sembra difficile cogliere la profondità delle esperienze che descrive.

Per amore di chiarezza l’autore divide il percorso meditativo in tre fasi, e riesce così a tracciare un quadro esaustivo, semplice,
ma non semplicistico, del sentiero della pratica. Secondo Bayda, l’io in quanto ‘me’, in quanto personalità, sé individuale, ha necessità di essere esplorato al fine di compiere un percorso spirituale completo, e ciò avviene nella ‘fase del me’. Ma la conoscenza di sé, dei propri meccanismi di difesa, dei propri schemi emotivi, non esaurisce la comprensione cui da accesso la meditazione.

‘Essere consapevolezza’ ed ‘essere gentilezza’ non sono solo possibilità effettive dell’uomo, sono la sua vera natura.

L’autore illustra gli ostacoli, diversi per ognuno, ma riconducibili ad alcuni meccanismi ripetitivi, così come i pilastri della pratica e le qualità necessarie al risveglio.

Egli non insiste sul primato di una via sull’altra, pur definendosi insegnante di zen, e si concentra piuttosto su una disamina attenta ed esauriente di un cammino di realizzazione, esprimendo in tutta la sua complessità le vicissitudini umane di qualcuno che ha cercato risveglio e compassione. Il volume si completa con alcuni interessanti suggerimenti pratici ed esercizi per accogliere tutti gli eventi della vita, invece di fuggire, arrabbiarsi o tentare invano di controllarli.

Discepolo di Charlotte Joko Beck, la fondatrice della scuola di zen americano Ordinary Mind, Ezra Bayda insegna una pratica zen spogliata di ogni connotazione orientale e ridotta all’essenziale: essere presenti alla vita quotidiana con attenzione e consapevolezza. Questo è il segreto, sorprendentemente semplice, della vita spirituale: basta applicarlo nella propria vita quotidiana e il mondo intero diviene il nostro maestro, ci risvegliamo alla sacralità della vita e siamo colmi naturalmente di compassione per tutti gli esseri.
Ma semplice non significa facile, e certo non è facile essere presenti agli aspetti più dolorosi o imbarazzanti della vita. Cuore zen
insegna una pratica in grado di trasformare le esperienze difficili in stadi preziosi del sentiero spirituale e di rendere la consapevolezza un’abitudine quotidiana.

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<I bramavihara: gentilezza infinita>
( di Fred Von Allmen)

(“La mia religione è la gentilezza” – S. E. il XIV Dalai Lama)

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I quattro brahmavihara sono l’amore (metta), la compassione (karuna), la gioia compartecipe (mudita) e l’equanimità (upekkha).

Tali stati o qualità del cuore e della mente sono chiamati brahmavihara, cioè “luoghi dove dimorano i Brahma”, dato che i Brahma, le massime divinità dell’esistenza, dimorano in tali stati. Il termine brahmavihara viene tradotto anche con dimora ‘sublime’ o ‘elevata’.

Queste qualità o stati mentali vengono chiamati anche apamanna, cioè illimitati, in quanto si riferiscono a un numero illimitato di esseri, e cioè a tutti gli esseri, senza eccezione.

Il primo dei brahmavihara è la gentilezza amorevole (metta). La metta è una delle qualità più importanti e potenti della pratica spirituale. L’apostolo Paolo ne parla in maniera convincente:

La carità è la più eccellente delle virtù.
Quand’anche io parlassi le lingue
degli uomini e degli Angeli,
se non ho la carità –
io sono un bronzo che suona
o un cembalo che squilla.
Di più, avessi pure il dono della profezia
e conoscessi tutti i segreti di Dio
e avessi una fede tale da spostare la montagne,
se non ho la carità –
io sono un niente.
Anzi se distribuissi anche tutti i miei beni
e dessi il mio corpo ad essere bruciato,
se non ho la carità –
tutto questo non mi giova a nulla .

Per amore o gentilezza amorevole si intende ‘una morbidezza del cuore’. La radice della parola pali metta è ‘mid’, che significa ‘morbido’ o  ‘amorevole’. La parola in sanscrito mitra vuol dire ‘amico’. Il termine metta indica dunque “una morbida, amorevole benevolenza o gentilezza”.

I quattro brahmavihara rappresentano l’opposto di determinati stati mentali poco salutari, i kilesa. Si potrebbe anche dire che, quando sono presenti i brahmavihara positivi, mancano le corrispondenti emozioni difficili e negative. Nel caso della metta esse sono l’odio e l’avversione in tutte le sue forme, dunque l’ira, la rabbia, i sentimenti di vendetta, l’ostinazione, la gelosia, la resistenza, lo spirito giudicante e i pregiudizi come pure la noia.

Accanto a tale forza di opposizione anche chiamata ‘il nemico lontano’ esiste pure un cosiddetto ‘amico vicino’ o falsa apparenza di quella virtù. Per la metta esso è l’amore personale, caratterizzato da attaccamento e desiderio, l’amore passionale come pure l’amore che mira a ottenere qualcosa in cambio.

È molto facile riconoscere queste qualità. La metta infatti non causa mai dolore o sofferenza. Qualunque cosa una persona possa fare o non fare, che essa ci sia amica o meno, vicina o lontana, che si sia insieme o separati, che essa la pensi come noi o meno, la metta non pone condizioni né dipende da condizioni.

In presenza di desiderio, attaccamento e passione le cose sono molto diverse, in quanto tali stati mentali sono invece motivo di dolore. “La passione è una forza che produce sofferenza”, si dice. Siamo portati a soffrire non appena una persona a noi vicina non fa quello che noi vorremmo o che ci serve.

Nel distinguere tra la metta da un lato e l’attaccamento o passione  dall’altro non esprimiamo un giudizio di valore, non affermiamo che l’uno è bene e  l’altro è male, ma pensiamo piuttosto al loro diverso effetto. L’amore inteso come passione, desiderio e attaccamento produce dolore ogniqualvolta la situazione data non corrisponde alle nostre idee, aspettative e speranze, mentre l’amore inteso come metta produce apertura, equilibrio interiore e gioia.

La metta può esser paragonata ad acqua fresca versata in un recipiente arroventato contenente un liquido ribollente. Così come l’acqua, la metta rinfresca e acquieta le emozioni dell’odio e dell’avversione che bruciano e tormentano il nostro cuore e la nostra mente. La meditazione e la pratica servono dunque a esercitarci ad affrontare persino emozioni difficili come ira e rabbia con un atteggiamento di gentilezza spaziosa e amorevole. Ed è proprio questo atteggiamento che ha, in ultima analisi, la forza di guarire e trasformare. Esso ha anche un effetto terapeutico sull’ambiente e sulle persone attorno a noi.

In un insegnamento il Buddha elogiò i benefici che possono derivare dalla pratica di meditazione di metta:

Dormirai bene, ti risveglierai contento
e non farai sogni spiacevoli.
Gli uomini ti ameranno
e gli esseri celesti ti apprezzeranno.
I Deva ti proteggeranno e
il fuoco, le sostanze velenose e
le armi non ti faranno del male.
Ti concentrerai facilmente
e la tua mente sarà serena.
Morirai quieto
e qualora tu non fossi ancora completamente
liberato rinascerai
in regni felici.

La metta non è però in primo luogo una bella sensazione calda di amore nel cuore, anche se a volte ciò può accadere. È piuttosto un atteggiamento interiore o addirittura una decisione e un giudizio verso quello che è, così com’è , si tratti di esseri viventi, cose o situazioni.

Il poeta Erich Fried scrive a questo proposito:

Cosa è
È pazzia
dice la ragione
È quello che è
dice l’amore
È una disgrazia
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È senza speranza
dice il senno
È quello che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È sconsiderato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quello che è
dice l’amore

Metta significa dunque accettazione, rispetto e stima incondizionati per creature e cose, così come sono, e per la vita così com’è.

La metta è anche l’augurio che tutti gli esseri viventi possano essere felici e stare bene. Nella meditazione si usano frasi come queste:

Possano tutti gli esseri viventi essere felici.
Possano tutti gli esseri viventi essere in buona salute.
Possano tutti gli esseri viventi vivere nella sicurezza.
Possano tutti gli esseri viventi vivere con agio.

Tale forma di meditazione non vuol dire sognare, né si tratta dell’ “Io sono felice” del training autogeno. Non dobbiamo neppure credere che i ‘beneficiari’ della nostra gentilezza amorevole diventino felici e siano sani o privi di preoccupazioni solo perché noi glielo auguriamo.

È piuttosto un modo per esercitarsi a incontrare gli altri e affrontare la vita in maniera giusta e salutare. Così facendo rafforziamo anche la tendenza positiva che è in noi a esprimere gentilezza amorevole, indebolendo allo stesso tempo le tendenze negative e di avversione presenti in noi.

Nella tradizionale meditazione di metta si inizia col rivolgere amore e simpatia a noi stessi: “Possa io essere felice… Possa io vivere con agio”. È importante essere veramente convinti di quello che si dice. La metta rivolta a noi stessi, se praticata nella maniera giusta, ha un effetto terapeutico straordinario. Infatti se non proviamo alcuna simpatia, amore e stima per noi stessi, anche il nostro amore per gli altri non potrà essere autentico, ma solo superficiale. L’intenzione potrà essere buona ma il sentimento non sarà né spontaneo né profondo.

Successivamente scegliamo una persona che ci è stata di grande aiuto e ci ha dato tanto, che conta molto per noi, in cui abbiamo fiducia e per cui proviamo spontaneamente e facilmente sentimenti di simpatia, stima e amore. Ci immaginiamo questa persona e ripetiamo la frase: “Possa tu essere felice…”.

È importante fare attenzione ai seguenti tre punti: ripetere le frasi, ricordarsi in continuazione del loro significato e visualizzare la persona o immaginarsela in altro modo. Continuiamo a fare ciò il più spesso possibile e senza interruzione. Non occorre altro. Alcune volte emergono sentimenti piacevoli, altre no, così come possono sorgere persino sentimenti di resistenza e di avversione, di tristezza e di isolamento. Anche ciò va bene. Continuiamo a praticare serenamente e senza interruzione. Saremo così in grado di incontrare i sentimenti difficili con lo stesso atteggiamento interiore di benevolenza accettante insita nella qualità della metta verso tutti gli esseri viventi: con amorevole protezione ma senza coinvolgimento.

Una volta constatato che ci troviamo sufficientemente a nostro agio con questa parte della meditazione, cominciamo a rivolgerla a un amico,  un’amica, a qualcuno per cui ci è abbastanza facile provare simpatia amorevole, senza sentire un’attrazione particolare.

Le persone verso cui proviamo desiderio, attaccamento e sentimenti di passione non sono particolarmente adatte a essere oggetto della metta, dato che, meditando su di loro, potremmo facilmente allontanarci  dall’atteggiamento di gentilezza incondizionata.

Una volta che non abbiamo più difficoltà con questa categoria, passiamo a una persona che non ci sta molto a cuore o che ci lascia indifferenti. Per taluni questo esercizio risulterà più difficile data la mancanza di un rapporto personale. Per altri invece la meditazione sarà più facile, considerato che le persone con cui non abbiamo un rapporto stretto siprestano meglio a tale scopo. In ogni caso continuiamo a tenere presenti i tre punti di cui sopra e a praticare con perseveranza.

Per finire possiamo scegliere una persona che ci risulta difficile amare, qualcuno che ci irrita, ci contraria o ci fa arrabbiare. Se ci costa fatica rivolgere simpatia a questa persona, può giovare ricordarsi di un’azione positiva o di un tratto simpatico di questa persona, per quanto poco importante esso possa sembrarci. La causa immediata per il manifestarsi della metta è proprio la percezione e il riconoscimento di buone qualità umane. Perciò quando si medita su una persona difficile è particolarmente importante non farsi prendere da ricordi negativi, che potrebbero rafforzare l’avversione e la distrazione, invece di sviluppare gentilezza amorevole. Qualora ciò risultasse difficile è opportuno ritornare a una persona a cui ci riusciva facile rivolgere la metta.

È tuttavia importante non farsi fuorviare dalla varietà di sentimenti che possono emergere, e continuare a praticare con interesse e costanza

Alla fine estendiamo la nostra simpatia a tutti gli esseri viventi senza eccezione. Come è detto nel Metta Sutta, l’insegnamento del Buddha sulla gentilezza amorevole:

….Deboli o forti,
lunghi, medi o corti,
piccolissimi o enormi
visibili o invisibili
vicinissimi o lontani,
nati o ancora non nati,
possano tutti gli esseri viventi, senza eccezione,
essere felici e contenti.

(Articolo inviato in Lista Sadhana da Guido da Todi il 27/10/08)

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dalai-lama

articolo per Interdipendenza nov. – dic. 2007 – Daniela Muggia

Le 8 Strofe che addestrano la mente alla compassione, di Geshe Langri Thangpa, uno dei testi meditativi che hanno fatto del Dalai Lama quello che è, viste con gli occhi dell’accompagnamento della sofferenza.

In occasione della visita italiana del Dalai Lama mi è stato chiesto di scrivere qualcosa che esulasse, ma non troppo, dal tema della mia rubrica abituale, riguardante il modo di affrontare la morte, il lutto, la diagnosi infausta.

Con un personaggio come il Dalai Lama è quasi una passeggiata, perché ogni suo gesto, ogni sua parola ci rimanda alla compassione, il valore che maggiormente ispira l’accompagnamento della fine di una vita.

Così ho pensato che sarebbe stata una buona idea raccontarvi del testo che per 35 anni ha ispirato quotidianamente la sua compassione, facendola crescere a un livello tale da soverchiare il concetto stesso di nemico e amico.

Le Otto strofe per addestrare la mente – questo il titolo del breve testo di cui parlo – è opera del maestro tibetano Geshe Langri Thangpa, ed è contenuto in un libro dello stesso Dalai Lama, Le chiavi della meditazione quotidiana, del quale ho curato l’edizione italiana e la traduzione per i tipi di Amrita, in uscita a fine novembre. Come è uso del Dalai Lama, al testo in questione fa seguito un eccellente suo commentario.

Il maestro kadampa Geshe Langri Thangpa, precisa il Dalai Lama, considerava la pratica dello spirito dell’Illuminazione come la cosa più importante della sua vita, e queste sue otto strofe hanno lo scopo dichiarato di addestrare la nostra mente a sviluppare quel tipo di saggia, equanime, altruistica, incommensurabile compassione che contraddistingue i buddha e i bodhisattva, ossia coloro che hanno raggiunto o si stanno avvicinando alla completa Illuminazione, coltivandone, appunto, lo spirito.

Per i buddhisti tibetani non vi è dubbio che il Dalai Lama sia un esempio straordinario di tale realizzazione, e, a giudicare dal plauso che l’Occidente gli riserva (premio Nobel per la Pace, Medaglia d’oro del Congresso americano…) malgrado gli ostacoli politici, sembra che buona parte del mondo sia d’accordissimo.

Proprio come chi ama il pallone vorrebbe conoscere tutti i segreti dell’addestramento calcistico che fece di Pelé il Pelè che tutti ricordano, mi è venuto in mente che chiunque ami la pace e abbia una percezione della portata della compassione del Dalai Lama potrebbe volere, con altrettanta impazienza, conoscere i segreti del suo addestramento mentale, grazie al quale è diventato quello che è.

Se vi aspettate una ricetta complicata, siete in errore: per 35 anni ha meditato ogni giorno su otto, piccole strofe, alla portata di ciascuno di noi; e naturalmente, le ha messe in pratica.

Rassicuratevi, non intendo riassumere in questa sede il commentario del Dalai Lama per non rovinarvi il piacere di andarvelo a leggere, e ancor meno propinarvene una mia versione, perché ubi major minor cessat.

Mi limiterò a percorrere questi versi insieme a voi, leggendoli attraverso la mia specifica lente, quella della sofferenza da accompagnare quando essa diventa acuta, come spesso accade alla fine della vita; ma con la convinzione profonda che, se riusciremo a contemplarli ogni giorno, in contatto con la morte o con la sofferenza, ne usciremo trasformati, più vivi, più veri, e forse ci avvicineremo un poco di più al modello compassionevole che il Dalai Lama rappresenta per il mondo.
1. Con la determinazione di compiere il massimo bene di tutti gli esseri senzienti, persino migliori della gemma che esaudisce tutti i desideri, ch’io possa in ogni tempo averli a cuore.

Crescere non per noi stessi, ma crescere per aiutare gli altri. Non vi è maggior sprone alla crescita personale che lo scoprire che più maturiamo più si affina la qualità dell’aiuto che possiamo offrire al prossimo: è un aiuto che pian piano si spoglia delle nostre proiezioni personali, perché parte dall’ascolto dell’altro. Non lo sminuisce più, credendo di sapere cos’è bene per lui, ma ne onora la saggezza anche quando è nascosta, sapendo che quella saggezza è la vera natura di chi abbiamo davanti… All’inizio, e per molto tempo, si procede a tentoni, e si dicono parole sbagliate, o si fanno cose sbagliate. Ma la cosa straordinaria è che se nutriamo in noi questa motivazione pura, “ch’io possa crescere per aiutarti meglio”, la quale implica il riconoscere che abbiamo ancora tanta strada davanti, l’altro la percepisce, sente più quello che abbiamo nel cuore che quello che diciamo, ci sa autentici, presenti accanto a lui con tutta la nostra fragilità. Riconosce il nostro amore anche quando amiamo maldestramente. Avviene ogni volta, nell’accompagnare un morente. È come se l’avvicinarsi della morte gli fornisse una marcia in più: dopo aver passato la vita, come la maggior parte di noi, a sentirsi non amato, scopre che esiste un altro amore maldestro, quello dell’accompagnatore; ma scopre anche che, per quanto maldestro sia, è amore. È come se spostasse l’attenzione dall’avverbio al sostantivo, e in retrospettiva può accadere che si renda conto d’essere stato amato, e tanto, dalle persone importanti della sua vita, sebbene non proprio nel modo in cui avrebbe voluto. In questa scoperta c’è un immenso sollievo, ne converrete. Nell’accompagnamento c’è come una doppia dinamica: l’altro mi permette di esercitare ed affinare il mio amore, e per questo è prezioso per me quanto la mitica gemma che realizza tutti i desideri. E il mio amore maldestro diventa prezioso per lui, perché gli dischiude una visione diversa dei rapporti conflittuali della sua vita, lontana dalle recriminazioni, dal vittimismo, dall’odio. Insomma, gli dischiude una via di quiete.

2. Ogni volta che sto con gli altri,  ch’io mi veda come il più umile fra tutti, e  dal profondo del cuore, ch’io consideri gli altri supremi.

Nell’accompagnamento di un malato non c’è posto per la condiscendenza e per il compatimento. Anzi, la compassione è l’opposto del compatimento: è il desiderare che l’altro possa conseguire nel momento della morte quella pace profonda che non gli è riuscito di conseguire in vita, è fare di tutto perché ci riesca davvero, ma senza l’arroganza di crederci sapienti rispetto alle vie – aspre o lisce, consone o no al nostro modo di vedere le cose – che la sua saggezza sceglierà di percorrere, e decidendo di tenergli la mano comunque. Con questa motivazione interiore, come ho detto, ci si accorge ben presto che si riceve più di quanto si dà. Può accadere di essere sopraffatti dalla gratitudine, per questo. Frank Ostasesky dice che bussare alla porta di un morente è come bussare alla porta del Maestro, e ha ragione. Qualcuno s’immagina, qui, che io stia parlando della morte di un grande saggio o di una santa donna, ma non è così: sto parlando della morte della vecchina bizzosa, del manager depresso, della casalinga aggressiva e soprattutto della morte dei bambini. In ogni incontro vi è l’occasione per entrambi di trascendere la mera apparenza del ruolo, della personalità, e di trasformare il dolore. Per esempio, non puoi stare accanto a un morente nascondendoti dietro una maschera, perché la farà cadere. Sei costretto ad essere te stesso: la morte non ha tempo per i fronzoli, rende tutto più urgente, e, paradossalmente, più vivo.
3. In ogni mia azione ch’io esamini la mente, e appena sorgono le illusioni che mettono in pericolo me e gli altri,  ch’io le affronti con fermezza e le allontani.

Nell’accompagnare chi è alla fine di una vita è più facile cadere nella tentazione delle proiezioni, del pensiero condizionato dalle esperienze precedenti, o dall’idea che io so e l’altro non sa, che io sono forte l’altro debole, che io sono intero e lui spezzato… Noi percepiamo, d’altronde, la realtà in modo distorto, come da dietro le spesse lenti colorate e deformanti dei nostri condizionamenti: un grande maestro dzogchen ha detto «il samsara è la mente volta all’esterno smarrita nelle sue proiezioni; il nirvana è la mente volta all’interno, a contemplare la sua vera natura». Le “illusioni” di cui parla il buddhismo sono essenzialmente questo: distorsioni percettive, condizionamenti di vario genere, insomma l’ignoranza di come le cose stanno davvero. Ed è da questo percepire distorto che ha inizio, ogni sofferenza, la quale paradossalmente produrrà ulteriori distorsioni percettive, e ulteriore sofferenza in un ciclo infinito, il samsara, appunto, dal quale si esce soltanto recidendo tali illusioni alla radice. Da esse nasce un rapporto non autentico con il reale, e dalle proiezioni nasce, nell’accompagnamento di un morente come nella vita, una relazione viziata dall’incomprensione. La proiezione è il contrario dell’ascolto empatico e profondo, lucido e aperto, su cui si regge ogni vero accompagnamento spirituale.

4. Quando vedo esseri dal carattere spiacevole, oppressi da violenti misfatti e afflizioni, che essi siano cari al mio cuore come se avessi trovato un tesoro prezioso e raro.

Beh, i morenti – come i viventi – non sono per niente facili. Non sempre, almeno. Sono, almeno all’inizio di un accompagnamento, un groviglio di sofferenze, faccende in sospeso, rapporti irrisolti, paure, attaccamento, disperazione… Ma se, per un attimo, memori della nostra aggressività (che è solo dietro l’angolo), cogliamo la loro aggressività come dolore soltanto, come sofferenza che ha da scoppiare in qualche modo, come una serie di distorsioni percettive con cui anche loro, come noi, devono fare i conti, veniamo investiti da una compassione coraggiosa, che ci permette di restare, di continuare ad amare invece di girare i tacchi.

5. Quando gli altri, per invidia, mi trattano male  con la calunnia, l’inganno e così via, ch’io mi assuma la sconfitta e offra loro la vittoria.

L’invidia per chi è vivo, per chi domani stringerà ancora al petto il suo bambino, vedrà un altro tramonto sul mare, un’altra alba sulla collina… Quante volte ho incontrato quest’altra sofferenza, in chi è vicino alla morte! E, nell’accompagnamento del lutto, a volte l’ho sentita presente nei genitori che hanno perso i figli, quando scoprono che io sono madre, e una madre felice. È come se dicessero “tu non puoi capire”, come se si chiudessero in un’eburnea e turrita aristocrazia del dolore, quasi arrogante, che disconosce la vostra parte di sofferenza; creano essi stessi, spinti dal dolore soltanto, questa separazione dagli altri; allora vi sembra impossibile raggiungerli. È a questo punto che avete voglia di mollarli, di abbassare le braccia. O, peggio, vi si insinua dentro un serpentino pensiero ancor più separativo, del tipo “con tutto quello che sto facendo per te”. Dare all’altro la vittoria, qui, è non sentirsi offesi, è consentirgli di manifestare anche questa sua sofferenza senza per ciò abbandonarlo; è ricordarsi la motivazione per cui lo si accompagna, che da un lato prevede accoglienza totale e dall’altro il tentativo di farlo uscire dalla sua torre, non perché essa ci fa soffrire, ma perché l’altro resta bloccato nella sua sofferenza.

Se reagiamo, allontanandoci per esempio con aria sdegnata, ci sembrerà di aver vinto (“arrangiati, stai nella tua bagna”, si dice in Piemonte). Ma in realtà avremo perso, perché il condizionamento di cui l’altro è prigioniero avrà dettato anche il nostro comportamento, non solo il suo. Diversamente dall’agire, il reagire non è un atto di libertà, è il prodotto di un condizionamento, come una molla che, premuta dall’esterno, scatta.

6. Quando qualcuno che ho aiutato e a cui ho fatto del bene con grandi speranze,  mi fa del male molto  giustamente, ch’io possa considerarlo come il mio supremo maestro.

Più le leggo, e più mi pare che queste strofe siano fatte apposta per chi accompagna la sofferenza… Ma forse è solo perché ciascuno di noi, per il solo fatto d’essere al mondo, è continuamente chiamato ad accompagnarla… se non fa orecchie da mercante.

Mia nonna, per esempio, non fu facile da accompagnare per niente. Aveva una forma perniciosa di demenza senile, e non lanciava male parole, lanciava coltelli. Quelli veri, da cucina. Io ero una ragazzina, ma quello fu il mio primo addestramento in materia: non confondere la nonna con la sua malattia. La nonna, quando era in sé, mi voleva davvero bene. La sua malattia invece no. Fu, in questo, una suprema maestra: è grazie a lei che oggi, quando mi capita di incontrare persone aggressive (nella vita quotidiana, intendo) ne soffro molto meno di altri. Vedo infatti soprattutto la loro sofferenza, e il mio rapporto con loro resta aperto.

7. In breve, ch’io possa offrire direttamente e indirettamente ogni bene e felicità a tutte le mie madri, e in segreto assumermi le loro azioni dannose e la loro sofferenza.

“Tutte le mie madri”, nella terminologia del Dharma, vuol dire “tutti gli esseri senzienti”; si ritiene cioè che, nelle pregresse esistenze, tutti possano esser stati per noi madri o padri o fratelli o sorelle o figli, e che siccome anche una fiera è premurosa con i suoi cuccioli, tutti quanti devono essere stati altrettanto premurosi con noi. Si mette in evidenza la nostra dipendenza dagli altri non solo per sopravvivere (senza gli altri non esisteremmo), ma anche per crescere dentro (senza l’altro non c’è altruismo). È una strofa a vocazione eroica, perché allora questi innumerevoli altri contano più di me, che sono una soltanto; e mi ricorda un medico indiano che incontrai tanti anni fa. Fermarsi in un ashram, in India, prevede che si presti un servizio in

cambio dell’ospitalità, e a me era toccato in sorte di aiutare il medico, in quel piccolo dispensario col tetto di paglia. Mi disse di lavare le piaghe infette dei bambini. Io dissi “ok, dove sono i guanti?” e lui sorrise con quei sorrisi che sono come quando si accende una luce nel buio, e mimò il gesto di infilarsi dei guanti inesistenti. Mi disse “gloves of love”, “guanti d’amore”. Perché non c’era altro. Era il dispensario più sguarnito del mondo, e forse il più ricco…

8. Che tutto ciò non sia mai oscurato dalle macchie dei concetti delle otto preoccupazioni mondane.   Ch’io possa, nel percepire tutti i fenomeni come illusori, privo di attaccamento, essere libero dalle catene del samsara.

Se ci si dedica ad accompagnare la sofferenza sospinti da aspettative (come quella d’essere considerati virtuosi) o da paure (per esempio quella di venire mal giudicati dalla società), non cresceremo e non accompagneremo.

Allo stesso modo, se crederemo l’altro davvero separato da noi, non cresceremo e non accompagneremo. Aspettative e paure sono il cemento che tiene insieme la grande distorsione percettiva, quella che ci fa credere d’esser dotati di un sé inerente e solido, magari anche permanente, sicché quando poi l’impermanenza si mostrerà con la malattia e la morte, verremo soverchiati dal terrore. Per forza! Ci saremo identificati (o avremo identificato l’altro) con ciò che muore, con ciò che non siamo: il corpo, la mente, il ruolo… dimentichi del fatto che la nostra vera natura è la vasta apertura di tutti i possibili, luminosa, cognitiva, dinamica, onnipervadente… e che è nella morte, che abbiamo la massima probabilità di trovarla.

Daniela Muggia

[Intervista a Daniela Muggia su Radio Radicale – La pratica del buddismo in Occidente
clicca qui per ascoltare l’intervita ]

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