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photo Ricardo Batista

Zona tumore e zona cancro

di Valdo Vaccaro – 31/01/2009 – http://valdovaccaro.blogspot.com/

Viviamo in un mondo di imbrogli e di mistificazioni

Come sempre accade, le parole hanno importanza fondamentale.
Chiamare una cosa in un modo piuttosto che nell’altro, fa una enorme differenza.
Chiamare un porcellino, porco e maiale, lo precipita senza remissioni nel primo macello del circondario, come accade da noi. Chiamarlo amico inseparabile dell’uomo e della famiglia, come succede in Medioriente, dove caracolla per i giardini, familiarizza con cane e gatto e scimmiette, si accovaccia simpaticamente sulle panchine, corre incontro affettuoso ai bambini ed al padrone, lo salva dai maltrattamenti e gli restituisce la dignità che si merita.

La sofisticazione del non distinguere tra una cosa e l’altra.
Togliere il potere della parola alla gente significa toglierle la libertà, parola di Confucio.

Chiamare vitamine naturali e vitamine sintetiche, col nome unico di vitamine.
Definire i minerali inorganici ed inassimilabili (vedi minerali delle acque dure, del suolo, di tutti i cibi cotti) allo stesso modo dei minerali organicati della frutta e delle verdure crude.
Paragonare carboidrati industriali e lavorati, ovvero zuccheri e dolciumi, con zuccheri naturali della frutta al naturale.
Chiamare proteine o addirittura proteine nobili, le proteine vietate di carne-latte-pesce, e proteine inesistenti o di scarto quelle che pure esistono nelle angurie e nei meloni, e in tutta la frutta del mondo, specie nelle carote e nei tuberi, sono tutte opere di mistificazione logica e linguistica.
Esiste infatti un baratro di differenza tra  ciascun termine elencato e il suo termine simile ma opposto.
Chiamare latte, tutti i tipi di latte, dimenticando che ogni tipo di animale mammifero ha il suo latte con le sue specifiche funzioni naturali e le sue caratteristiche diversissime, è ulteriore bestemmia terminologica.
Considerare poi l’umanità come normale consumatrice di latte a vita, come una razza che sfida le leggi naturali dello svezzamento, prolungando il medesimo dai 2 anni canonici agli 80 o ai 120 per chi ci arriva, è una ulteriore perla attribuibile agli Azzeccagarbugli delle stalle, dei macelli e dei caseifici.
Togli il potere della parola alla gente equivale togliere la libertà, perché la costringi a seguire i tuoi ragionamenti e i tuoi concetti, diceva giustamente un tizio di nome Confucio, vissuto 2500 anni fa ai tempi del nostro Pitagora.

Hai mai sentito un medico parlare di vitamina naturale o di minerale organicato?

Non sentirai infatti mai un medico dire che ti mancano vitamine naturali A o B o C, potrebbe andare incontro a radiazione dall’albo. Ti dirà che ti mancano vitamine, senza alcun aggettivo.
Non è che lo faccia per semplificare le cose. Lo fa, ovvero lo deve fare, per imbrogliare le cose.
Non lo sentirai mai dire ti mancano minerali organicati.
Non lo sentirai mai dire ti manca acqua zuccherina biologica.
Non sentirai mai un dietologo imbroglione dirti, adotta una dieta low-naturalcarb (una dieta a bassi carboidrati naturali) ma semplicemente una dieta low-carb, dove il termine carboidrato è unico ed onnicomprensivo.
Rigorosamente una parola soltanto:  porco, vitamina, minerale, proteina, latte, zucchero.
Qualcuno penserà che sono un parolaio e che la tiro troppo per le lunghe.
Cosa c’entra poi tutto questo col cancro? C’entra eccome. Lo vedremo subito.

La putredine reale, ovvero il cancro esclusivo dei carnivori dal sangue blu

Per la Scienza Igienistica, che è scienza e non tecnica come la Medicina, le parole tumore e cancro hanno un ben preciso e distinto significato.
Nei tempi andati, i medici, non osavano staccarsi troppo dalla scienza igienistica, non confondevano le acque come quelli di oggi, e si parlava di  tumore benigno e  tumore maligno.
La parola cancro non era ancora spuntata all’orizzonte.
Nei secoli scorsi poi, ad ammalarsi di cancro erano solo i re e i dignitari di corte, ovvero quelli che avevano il  privilegio esclusivo di mangiare la carne dei propri cavalli e dei propri armenti.
I contadini poveri, i servi della gleba, ma anche gli artigiani, e i piccoli commercianti del periodo feudale, si accontentavano dei prodotti della terra e degli alberi, e magari integravano il tutto con qualche ovetto nel periodo invernale, o con qualche pollo a Pasqua e Natale, sempre a patto che i padroni di sangue blu, i valvassori e i valvassini, e poi i baroni e i conti, glielo concedessero.
Mangiare carne faceva ammalare di cancro già allora, visto che i contadini erano sani e pimpanti, con le diete basso-proteiche naturali della modesta vita campagnola di allora, mentre i regnanti finivano uno dopo l’altro preda della cosiddetta putredine, un male nel quale il sangue e i tessuti imputridivano.
Non era un caso se i consumatori esclusivi di carne  diventavano alla fine vittime esclusive e privilegiate della putredine, al punto che tale malattia venne chiamata  Putredine reale, ovvero cancro.

La differenza tra tumore e cancro è come quella tra un trullo di Alberobello e il Monte Bianco

Tornando ai giorni nostri, la differenza tra un tumore e un cancro equivale alla differenza che esiste tra un trullo di Alberobello e il Monte Bianco, o tra un rigagnolo di campagna e il Po.
Questo gli igienisti naturali lo sanno bene.
Il tumore (sempre benigno, se non è degenerato e se non colpisce certi organi delicatissimi) non deve spaventare. E’ un sintomo di altra malattia chiamata intossicazione avanzata, o chiamata ossidazione avanzata (da radicali liberi). E’ un sintomo come la febbre, come il mal di testa, come il raffreddore, come il grasso in più della gente sovrappeso.
Se hai la febbre, essa arriva perché il problema sta nell’intestino, o nel sangue carico di leucociti, perché ogni volta che mangi il veleno carne scatta la leucocitosi. Stessa cosa per il mal di testa.
Se hai il grasso, non devi intervenire sul grasso, ma sul meccanismo che ti fa accumulare l’adipe.
Il tumore localizzato dunque non è malattia, ma salute alterata, ovvero benettia.

Esso è un sintomo. Una costruzione logica e illuminata del sistema immunitario. Una barriera difensiva. Una ultima ratio. Un punto prescelto dalla CIA interna per concentrare determinati veleni che andando in circolo farebbero insopportabili danni.

Serve una nuova cultura, totalmente diversa da quella medioevale della medicina

Il corpo non va mai contro se stesso.
Il corpo tende a guarire, non a peggiorare, a condizione però che si cambi stile di vita e che si interrompa il circolo vizioso di avvelenamento.
La situazione è diversa solo quando si è in stato di cachessia, di putrefazione avanzata del sistema, dove le cellule non ricevono più nutrimento e non si ripuliscono più.
La malattia che causa tumori e talvolta cancri, ha un nome preciso, ed è avvelenamento, degenerazione cellulare.
Fregarsi le mani, se ti ritrovi con un tumore? Certamente che no.
Meglio stare sempre in salute.
Disperarsi? Certamente che no.
Dirsi semmai: Che culo, ragazzi, mi è andata bene. Faccio in tempo a cambiare radicalmente vita e a recuperare.
Ma per fare questo tipo di ragionamento serve  cultura. La cultura giusta.
Non certo la cultura medicale del terrore e dell’intervento a tutti i costi, tipica della medicina di questi ultimi anni.

I pericoli insiti nel toccare chirurgicamente e chemioterapicamente un tumore.
Una bomba innocua se lasciata in pace. Una bomba da disinnescare con mille attenzioni.

Il tumore benigno è come una bomba.
Tranquilla e innocente finché nessuno la tocca e la sbatte violentemente.
L’unica cosa saggia da fare è lasciarla al suo posto, oppure disinnescarla con metodo scientifico.
Anche perché toccare chirurgicamente o chemioterapicamente un tumore, significa mandare in circolo i veleni in esso depositato, e creare le basi per altri punti critici, mediante quel fenomeno, purtroppo inarrestabile e letale che si chiama metastasi.
La scienza igienistica ha da tempo descritto per filo e per segno il tumore difensivo, in sei passi precisi, chiamati enervazione (indebolimento), toxemia (intossicazione), infiammazione della parte prescelta dal sistema, ulcerazione, indurimento.

Il passo numero sette, meglio non compierlo

Il passo numero sette meglio non compierlo, e si chiama fungazione, o diramazione del problema in altri punti.
E’ quel passo che, poco importa come interveniamo, porta alla morte rapida, in quanto il sistema immunitario ha capito che non c’è più nulla da fare se non abbreviare i tempi (salvo che, con droghe e medicine estreme, ovvero con l’accanimento terapeutico e con operazioni utili solo a far lievitare il conto del ricovero, non si tenga in vita il soggetto più a lungo del necessario, in condizioni  di terribile sofferenza).
Questi dettagli si trovano anche, per chi lo volesse, sul mio volume  L’Alimentazione Naturale dalla A alla Z, già ordinabile su Internet sul sito macrolibrarsi.it

L’efficacissima alternativa salutistico-naturale delle cliniche sheltoniane (Ex ANHS)

La tecnica medica purtroppo, non vuole saperne di fare questi ragionamenti.
O forse non è troppo motivata a farlo.
Le cliniche igienistiche-naturali americane (Cinque, Sabatino, Goldhamer, Cridland, Fuhrman), ma anche quelle australiane (Alec Burton), quelle europee di tipo bircheriano (Svizzera) ed ehretiano (Germania), e diverse altre che pure esistono nei diversi paesi, stanno facendo miracoli senza farmaci e senza bisturi.
Non a caso, gli artisti di Hollywood sono regolari clienti di questi rifugi terapeutici.
Qui non solo ti guariscono e risolvono i tuoi problemi, non solo ti disinnescano le mine interne, ma fanno la cosa più importante, che è quella di educarti alla salute e non alla malattia.
Non a caso i ricchi d’America vanno in queste cliniche, e non negli ospedali dei comuni mortali.
Non a caso gli stessi medici ospedalieri, quando hanno dei problemi seri, mettono la coda tra le gambe, e mogi-mogi ricorrono alle cure dei tanto sputtanati igienisti-naturali.
Miracoli li ha fatti e li sta facendo pure Carmelo Scaffidi a Bergamo, avendo salvato se stesso e i suoi familiari innanzitutto, e avendo raccolto una mole interessante di guarigioni da tumore, sempre senza ricorrere a farmaci e bisturi, in ottemperanza alle precise regole dell’igienismo sheltoniano.
Ma, attenzione, i miracoli non vengono realizzati dagli igienisti, bensì dal corpo umano ben diretto da chi ha capito come esso funziona.
Da chi segue davvero i concetti del grande Ippocrate, secondo cui A) La Natura è la Sovrana Medicatrice dei Mali, e B)  Primus non nocere.

Come operano i disinnescatori di mine e di ordigni chiamati malattie incurabili e tumori?
Cosa fanno di così speciale?
Se hai cachessia e cancro conclamato ti rimandano subito a casa.

Cosa fanno in queste cliniche di particolare?
In queste cliniche ci sono i disinnescatori di bombe tossiche chiamate malattie e chiamate tumori.
Non si disinnescano i cancri.
Trattasi di ordigni troppo arrugginiti che perdono già veleno e creano bombette tutto intorno.
Se uno è arrivato al cancro lo invitano cortesemente a tornare a casa, perché il digiuno terapeutico praticato da queste parti aiuta il canceroso a morire prima e più veloce, risparmiandogli pure atroci sofferenze.
Gli farebbe dunque bene.
Non si tratterebbe di eutanasia nel modo più assoluto, ma di semplice scorciatoia naturale e indolore verso l’ultimo respiro.
Solo che i titolari di quelle cliniche non amano peggiorare i propri straordinari record, le statistiche di guarigione che servono da referenza per altri clienti.
Loro puntano a guarire, non a far morire, sia pure in modi decenti.
In questi casi, il medico igienista dirà sottovoce due parole ai famigliari, insegnando loro a mettere il poveretto a digiuno, e a dargli tutte le cure amorevoli che servono ad accompagnarlo serenamente verso il trapasso.

Immediato digiuno ad acqua distillata per tutte le neoformazioni tumorali.
Una purificazione completa che risolve e ripulisce non solo il tumore ma tutte le irregolarità presenti.

Se uno invece ha qualsiasi tipo di neoformazione tumorale, viene messo immediatamente a digiuno e a riposo fisiologico. Niente cibo, niente giornali, niente televisione, niente preoccupazioni.

Riposo assoluto e tanta acqua distillata.
Si va in regime di chetosi e di grasso-cannibalizzazione controllate.
Ed anche in regime di eliminazione di tutte le scorie e dei prodotti inquinanti accumulati nell’organismo nel corso della vita.
Trattasi di una purificazione completa e priva di rischi, che risolve non solo il tumore ma tutte le 30 mila malattie elencate nel carnet della medicina ufficiale, visto che il corpo umano è un tutt’uno, non certo un’assieme disassemblato di organi e di cellule.
Viene pure eliminato gradualmente il tumore.

Herbert Shelton, memorabile campione mondiale storico dei digiuni assistiti

Il campione mondiale di questi digiuni assistiti fu proprio il dr Herbert Shelton, i cui record di guarigione stanno incisi nella memoria degli americani, nei suoi 50 libri best-seller, e nei successi strepitosi dei suoi allievi odierni.
Nella prima seduta di 4-7 giorni il tumore grosso come una noce, diventa una piccola nocciolina.
Una seconda seduta simile e anche la nocciolina scompare del tutto per non tornare mai più, a condizione però di diventare virtuosi, e di mangiare e vivere in rapporto alle precise esigenze del nostro corpo umano-fruttariano.
Il digiuno ad acqua distillata non è altro che una autoguarigione controllata e pilotata sapientemente da un esperto igienista.
Il suo compito è di aiutare il paziente a superare gli inevitabili momenti di difficoltà e di leggero fastidio che accompagnano la fuoriuscita dei veleni.
Quindi la eliminazione dei tumori , di tutti i tumori, è un fatto normale e di routine.
Il successo è garantito.

Non concorrenza all’acqua di rose ma furibonda competizione con la Medicina Ufficiale

Non ci si aspetti però dai medici comuni la conferma o peggio ancora l’approvazione.
La categoria che essi odiano e contrastano di più è proprio quella degli igienisti.
Trattasi non di concorrenza all’acqua di rose, ma piuttosto di furibonda competizione storica.
Una specie di lotta per la sopravvivenza. Muori tu o muoio io.
Se la gente comune si mette a fare queste scelte di tipo salutistico naturale, loro chiudono bottega e se ne vanno tutti a casa, oppure si rivolgono umilmente ai centri igienistici chiedendo di potersi aggregare al carro vincente degli ex-nemici.
Sarebbe come chiedere a una prostituta di indicarti il posto in cui si trovano delle ragazze che lo fanno gratis per divertimento.
Se ne guarderà bene dal rivelartelo, salvo che non sia scema o autolesionista.
Il paragone suona un po’ offensivo, ma rende molto bene l’idea.

La logica intelligente e auto-difensiva del corpo umano

Tieni presente che il corpo umano, molto virtuosamente, tenta sempre le vie più logiche per rimediare alle nostre indiscrezioni alimentari e comportamentali.
Mangiamo e trangugiamo veleni, cibi che non sono cibi ma anti-cibi, cibi che non dovrebbero mai essere guardati, considerati, comprati, maneggiati, portati alla bocca?

Bene, l’infinita ed inesauribile saggezza del corpo fa affluire tali veleni nei punti più consoni e meno pericolosi, e preferibilmente tra le cellule grasse del corpo.
Escrescenze locali e innocui indurimenti, a volte non sono altro che mini-ricettacoli di tossine che vanno e vengono, appaiono e scompaiono a seconda di come ci comportiamo, a seconda del nostra tasso di inquinamento interno.
Queste non sono favole, ma realtà scientifiche osservate più volte dagli stessi medici, i quali riescono a capacitarsene solo quando tirano via i paraocchi che l’Ordine Medico gli ha da sempre imposto, quell’antico paraocchi di derivazione medievale per cui il male è una entità bizzarra e maligna che arriva misteriosamente da lontano, e che deve essere bombardata ed estirpata come si fa con un mostruoso invasore.

I danni delle rimozioni chirurgiche sommati ai danni delle analisi preventive

Un tumore, eliminato brutalmente per via chirurgica o per via chemioterapica, comporta  una pericolosa modifica degli equilibri intorno alla zona tumorale.
Infatti quei veleni che prima dell’estirpazione affluivano al tumore, ora non trovano più la precedente valvola di sfogo, la precedente fossetta biologica,  per cui corrono il rischio di riversarsi in altri punti, causando nuovi tumori.

Un importante test in Norvegia rivela i pericoli degli esami mammografici

Il pericolo viene segnalato da un recente test svolto in Norvegia e durato 6 anni, tra il 2002 e il 2008, dove, ironia della sorte, pare che siano gli stessi esami mammografici a causare l’insorgenza di tumori.
L’igienismo naturale già lo sapeva.
Già predicava da decenni  che le analisi, le visite, gli screening, fanno male fisicamente e psicologicamente, non solo per danni specifici dei raggi, ma anche per lo stress che essi producono inevitabilmente.
In questo  esperimento norvegese, appena pubblicato sugli Annali di Medicina Interna, si sono raffrontati 2 gruppi di donne, campione A, sottoposto a regolare screening  mammografico annuale per 6 anni e, campione B,  mai sottoposto a screening.
Ebbene, alla fine dell’esperimento, il gruppo A sottoposto a ripetuti test ha presentato percentuali molto più alte di tumore al seno, rispetto al gruppo B non mammografato.

Interpretazione dei risultati. Sospetti inquietanti e molte incertezze.
I tumori che regrediscono e svaniscono. I tumori generati dalla mammografia stessa.
Ogni donna decida in piena libertà e senza criminali pressioni se sottoporsi o no ad esami.

A prima vista sembrerebbero avere ragione i patiti delle mammografie, quelli che spaventano le donne in continuazione con pressanti inviti a farsi controllare regolarmente, quasi che fossero degli esseri difettosi e pronti a cadere nelle grinfie del male ad ogni piè sospinto.
Una vera e assurda atrocità mediatica, priva di motivazioni logiche e scientifiche.
Una demenziale e corrotta abitudine della medicina mondiale odierna.
Per i patiti della mammografia, gli strumenti e gli analisti avrebbero dunque lavorato bene e scoperto più cancri nelle donne regolarmente esaminate.
Ma gli autori della ricerca la pensano in modo diverso.

Sospettano infatti, con dati e ragionamenti alla mano, che alcuni ricettacoli rivelati dalle ripetute mammografie nei primi test, non continuerebbero e non si riconfermerebbero alla fine dei 6 anni, in quanto potrebbero essere regrediti spontaneamente, come accade più volte coi tumori, con sbalordimento generale dei medici.
E c’è pure il sospetto, non dichiarato perché mancano le prove, che ripetute mammografie possano avvelenare le donne sottoposte a ripetuti test e favorire in loro l’insorgenza di tumori.
Alla fine si può dire che le incertezze sul beneficio dell’esame mammografico sono sempre state tante.
E questo esperimento prova che esistono tuttora molti fatti sconosciuti ed oscuri riguardanti gli esami al seno.
Meglio dunque che ogni donna decida in piena libertà e autonomia i pro ed i contro del farsi esaminare, è la conclusione dei medici norvegesi.

Gli stratagemmi e le falsità statistiche dell’oncologia.
L’inguaribile trionfalismo della medicina.

Leggo un documento di Marcello Pamo dell’1/1206, che appare su www.Disinformazione.it.
Col titolo di  Guerra al cancro? Ecco le balle dell’oncologia.
Quella di sottolineare pomposamente i grandissimi risultati ottenuti dalla scienza nella guarigione e nella cura del cancro, è diventato sport preferito dei medici in Italia e nel mondo.
Ma in Italia più che altrove, viste le tradizioni di alto lignaggio medico che vanta il nostro paese (pensa un po’ alle università di Padova, Pavia. Pisa, Bologna, Udine, Roma, fucine di grandi cardiologi, collegate a grossi ed efficienti  centri ospedalieri.
Il cancro è ormai sconfitto, e la sopravvivenza è già sul 50%, annunciano trionfalmente i medici.
Già osserviamo che, se il 50%  sopravvive, significa comunque che l’altro 50% muore.
Una specie di lancio della monetina.
E poi, chi mai ci dice che il 100% morirebbe se non trattato coi metodi distruttivi della medicina?

I diagnosticati-non-operati sopravvivono in media 11 anni, mentere i diagnosticati-operati solo 3.
La Medicina insegna a scrivere male e a fare i calcoli ancora peggio.

In America, i dati citati dal dr Robert Mendelsohn attestano che i diagnosticati di cancro, poi non operati, hanno una sopravvivenza media di 11 anni, mentre i diagnosticati poi operati vivono solo 3 anni.
Significa che qualcuno vive 8 anni qualcuno 4 e qualcuno pochi mesi soltanto.
Ma, tornando al 50%, ci accorgiamo che i medici sono bravi a tagliare e suturare, ma non sempre sono bravi con carta e penna.
La loro calligrafia è notoriamente incomprensibile (la non-chiarezza sta nel loro dna), ma, quando si mettono a fare dei calcoli coi numeretti sono ancora peggio.
Oppure sono invece troppo bravi, nel senso che sono allenati a cambiare le carte in tavola.
Come quando fanno le statistiche sulle vaccinazioni,  al fine di dimostrare l’indimostrabile, con falsità e bugie tra l’atroce e il carnevalesco.

Il 50% di sopravvivenza degli operati più che una burla è un insulto alla logica e alla trasparenza

I dati Istat sulla mortalità-tumori in Italia nel 2002 parlano di 162.201 persone morte, mentre 250.000 sono quelle diagnosticate cancerogene, per cui i sopravissuti sono 88000, cioè il 35,2% e non il 50.
Ma, il 50%, è una media aritmetica di diversi tipi di tumore.

Il cancro al testicolo (solo 2000 casi/anno) si risolve con l’asportazione del medesimo e il maschio, così eunuchizzato, sopravvive nell’87% dei casi.
Ebbene, quelli col cancro al polmone, statisticamente molto più significativo con 40.000 casi/anno, rivela una sopravvivenza media del 10-12%, per cui 10 sopravvivono e 90 muoiono, come dichiarato dal dr Francesco Bottaccioli, membro dell’Accademia delle Scienze di New York e docente di psico-oncologia all’università La Sapienza di Roma.
Ecco allora che il 35,2% non vale più.

Alla fine, si salva il 5 o forse il 10%, non per merito dell’operazione, ma nonostante l’operazione.
Si salvano quelli con la scorza più forte, quelli che sarebbero sopravvissuti pure senza cure.

Ma non è finita lì.
Gli oncologi includono nelle statistiche (già di per sé erronee) anche neo-formazioni che non sono affatto tumori, inquinando ulteriormente l’affidabilità dei dati, come accade per i polipi del colon-retto o per le formazioni displastiche del seno.
Si gonfiano dunque a proprio tornaconto i numeri, inserendo patologie che non c’entrano nulla col cancro.
E poi, in aggiunta, si escludono i tanti malati che dopo la chemio muoiono entro i primi giorni, in quanto etichettati come  Decessi prematuri, non causati cioè dai medici ma da una situazione precaria del paziente già in sede pre-operatoria.
E’ bene inoltre sapere che le terapie oncologiche usate dalle statistiche hanno una durata di 5 anni.
Quindi, se una persona muore entro 5 anni, diventa caso negativo.
Se invece muore il 5° anno più un giorno, magari grazie ad accanimenti terapeutici, non entra più nel computo, e diviene un guarito totale.
Perché mai si fanno circolare questi dati assurdi del 50%, che in realtà diventano 35%, e poi 25%, e che alla fine sono sì e no il 5% o al massimo il 10%.
In pratica si salvano i soggetti a scorza più forte, quelli che, anche senza operazione e senza cure, sarebbero comunque sopravvissuti.
Ignoranza, malafede, interessi, baronie, cattedre da lasciare a qualcuno?
A ognuno le proprie considerazioni personali.

Due su tre almeno finiscono malamente al cimitero, firmato Ospedale Maggiore e Università di Torino.
Un fallimento totale della cosiddetta  Guerra contro il Cancro.

L’Ospedale Maggiore e l’Università di Torino dichiarano che  Circa 2/3 delle persone affette da tumore ed operate vanno incontro a esito letale.
Significa che 2 su 3, seguendo la prassi medica ortodossa, finiscono anzitempo al cimitero.
Nel 1990, i morti per tumore trattato erano 147.869, ma nel 1991 erano 162.201.
Dove arriveremo?
La Guerra al Cancro, dichiarata da Richard Nixon, è stata una disfatta totale.
John Christian Bailer III, insigne professore di Epidemiologia e Biostatica alla Mc Gill University, ha dimostrato, con dati NCI (National Cancer Institute) alla mano, che nel 1962 morivano 277.000 persone/anno, e che nel 1982 ne motivano 434.000.
Trent’anni di guerra e di fallimento continuo.

Urge un drastico cambiamento culturale

Serve dunque un drastico cambio culturale e metodologico.
Decenni di indottrinamento hanno portato la società moderna a usare pillole per ogni evenienza, a fidarsi totalmente degli esperti in camice bianco.
Hai mal di testa? Pillola.
Hai febbre? Pillola.
Hai dolore? Pillola.
Hai tumore? Chemio e bisturi.
Se è vero che ogni malattia, anche la più terribile, insegna costruttivamente qualcosa, come dicono le grandi culture millenarie del passato, come faremo ad apprendere le leggi che il Gran Dottore Malattia (ovvero il gran Medico Benettia) è in grado di darci?
Come faremo a imparare qualcosa se distruggiamo ogni cosa col napalm e le radiazioni?

Non c’è nessuno da sconfiggere. Serve ri-direzionare le batterie antiaeree, puntandole contro la propria ignoranza e la propria vergognosa presunzione.
Le malattie sono amiche e non si combattono. Questo è l’ABC della Vera Medicina che voi tradite.

Il tanto vituperato igienismo, cari medici, insegna una cosa basilare, e cioè che le malattie non sono dei nemici, e pertanto non si combattono e non si sconfiggono, ma si coadiuvano e si rispettano, si trasformano in preziose alleate per il ripristino della salute.
Queste non sono frignazze da due soldi bucati. Questo è l’A-B-C della Vera Medicina che un padre come Ippocrate vi ha inutilmente insegnato, e che voi continuate indegnamente a tradire.
Il discorso vale anche per il tumore, amico prezioso che ci salva  in corner, nell’emergenza.
Vale, al limite, persino per il cancro, che porta alla tomba veloce prima di far patire atroci sofferenze.
Ma voi andate contro questo con accanimenti terapeutici, anche perché ogni soggetto non operato, per il vostro sistema irresponsabile e venale, è una sconfitta professionale e uno sberleffo alla venalità medico-farmaceutica.  In America, non dimentichiamo, ogni caso di tumore/cancro trattato e operato significa 50.000 US$ dalle assicurazioni. Tanto ossigeno e tanto carburante per gli ospedali.

La formidabile lezione igienistica di Florence Nightingale

Quella di Florence  Nightingale, apparsa sul testo Notes on Nursing (Londra 1860), è una memorabile sfida, tutta femminile, alla teoria demenziale dei germi introdotta in ambiente medico dall’impostore francese Luigi Pasteur.
Le malattie non sono organizzate in categorie come cani e gatti.
Non è forse il continuo vivere sbagliato che porta la gente ad ammalarsi?
Non sono forse fattori come l’aria pura e la pulizia da un lato, e l’aria viziata e la sporcizia interna-esterna a determinare lo stare bene o lo stare male delle persone?
Non sono forse le malattie delle reazioni naturali alle condizioni assurde in cui noi stessi ci mettiamo?
Mi è stato insegnato, sia da scienziati superbi che da donne ignoranti, a temere la febbre, la scarlattina e le varie infezioni.
Ma la vera assistente sanitaria ignora le infezioni, non ne ha paura, ed eventualmente le previene.
Stanze pulite, finestre aperte ed assistenza amorevole ai pazienti. Questo è da richiedere a una buona nurse.

Un trattamento saggio e umano è la migliore cura contro le infezioni e le malattie di ogni tipo.
La dottrina delle malattie specifiche è il grande rifugio delle menti fragili e deboli della medicina.
Non esistono malattie specifiche.
Ci sono solo condizioni adatte a rendere la gente malata.
Più che una teoria intelligente sulla origine delle malattie, le parole della Nightingale sono quanto di meglio sia mai stato pronunciato negli ultimi 200 anni in ambiente medico, e meriterebbero di essere scolpite sui muri di ingresso di tutti gli ospedali e di tutte le aziende sanitarie, come avveniva con la scritta  Conosci Te Stesso dei templi greci.
Questa magnifica donna-medico inglese, sicuramente la più famosa assistente sanitaria della storia, sfidò la presunzione dei colleghi maschi e la teoria pasteuriana sui germi, 17 anni prima che il chimico Pasteur attribuisse a se stesso la scoperta dei germi (imbrogliando indegnamente il vero scienziato Bèchamp).
La sua lezione è più che mai valida, come tutte valide sono le idee di Pitagora, dopo 2500 anni.
Le verità non conoscono declino e tramonto. Non conoscono mode e maniere. Sono fatti eterni.

Il melanoma e la cura Nacci

Mi arriva la testimonianza probante ed accorata di Ervino Abbà, pubblicata su  Il Piccolo di ieri, e relativa al suo melanoma, diagnosticato nel 2003 dal Policlinico di Modena e dall’Ospedale di Padova.
Il dr Nacci, di Alba, con molta disponibilità ed onestà, mi ha sottoposto a una cura fitoterapica associata ad adeguato regime alimentare.
Dopo alcuni anni di cure Nacci, le mie analisi non hanno più rivelato alcuna traccia di melanoma.
Solo che il dr Nacci è stato sospeso dall’Ordine dei Medici che gli contesta i metodi di cura, ed anche il fatto di aver creato un suo sito Internet senza previa autorizzazione.
Il dr Nacci è stato pure duramente criticato dall’Ordine dei Medici di Trieste
La grave decisione dell’Ordine toglie la libertà, sancita dall’art. 32 dalla Costituzione Italiana, di poter scegliere la cura che ognuno ritiene più appropriata.
Infatti, nonostante gli ottimi risultati finora ottenuti, potrei essere costretto d’ora in avanti a ricorrere a cure mediche chemioterapiche non prive di effetti negativi.
Tra i tanti conoscenti scomparsi a seguito di cura chemio, cito solo quelli più a me vicini.
Mia moglie, Marialuisa Bevilacqua, in cura per anni presso l’Istituto Tumori di Milano, con spesa chemioterapica di 25 milioni di lire non mutuata nel 1989, e decesso dopo appena 8 mesi di cura.
E mia nipote che, dopo cura per tumore all’esofago,è stata sottoposta a chemioterapia preventiva, scomparendo 15 mesi dopo per metastasi, a 43 anni.

Commento al messaggio di Ervino Abbà.
Colpire uno per spaventarne cento.

Non conosco i dettagli della cura Nocci, né a livello di cura fitoterapica né a livello di cura dietologica, e quindi non posso esprimermi su questo.
Do invece credito totale alla buona fede e al coraggio di Ervino Abbà, che cita tutto quanto gli è successo personalmente e in famiglia.
Ha fatto non bene ma benissimo a non sottoporsi al napalm della chemioterapia.
Gli stessi medici sanno che si tratta di un metodo mega-distruttivo e di una ultima ratio.
E’ una pratica assurda che dovrebbe essere stroncata per legge.

Il problema è che l’Ordine sta rintanato nel suo fortino, forte dei suoi addentellati coi governi, coi ministeri della salute e della giustizia, con le industrie farmaceutiche e il ministero dell’economia, coi sindacati e i partiti.
Le cure Nacci sono viste dall’Ordine come il fumo negli occhi.
Non è che l’Ordine, cattivo e feroce, ce l’abbia con la persona di Nacci.
L’Ordine è un apparato burocratico che, come il principe di Machiavelli, non deve perdere il potere.
Colpire uno per colpirne cento e mille. Colpire uno per spaventare ed ammonire tutti gli altri.

La gente è terrorizzata dalle malattie.
Ogni canale televisivo è zeppo di specialisti che pretendono di medicalizzare ulteriormente.
Nessuno che insegni la salute. Terminati  Il Potere del Cuoco e  Gusto, si passa non certo casualmente al gastroenterologo, al cardiologo e al cancerologo.
Da una parte ti ammalo, e dall’altra ti napalmizzo, ti opero e ti trapianto.

Una cosa però la voglio dire ad Abbà.
Ed è che deve abbandonare l’idea di essere ammalato e pronto a riammalarsi.
Questa è la mentalità perdente dello sconfitto e del terrorizzato inculcatagli proprio da quei metodi e da quei sistemi che lui sta giustamente combattendo.
Se è vero (e glielo auguro) che la cura lo ha veramente guarito, significa che non si deve preoccupare.
Il corpo ha tendenza virtuosa a stare in salute.
A condizione però che non continui a commettere i vecchi errori e le passate sbadataggini alimentari e comportamentali che portarono il suo corpo ad ammalarsi.

La soluzione dei problemi esiste, ma non si deve dire a voce alta.
Al massimo si deve sussurrare, ovattata e per pochi adepti, nei salotti-bene.

La dieta antiossidante, anticostipante, antimuco, antiacidificante, antiputrefattiva, antifermentativa, antiurica, anti-leucocitosica,  anticancro per eccellenza, è la dieta crudista vegana.
Lo sanno ormai tutti, inclusi i cancerologi, inclusi gli scienziati di ogni branca del sapere, non solo il prof Umberto Veronesi, guarda caso ex Ministro della Sanità e Presidente della Lega Europea Anti-Cancro.
Ma queste cose non bisogna dirle.
Se tutti diventano virtuosi ed igienisti, se tutti ricorrono a stratagemmi semplici e naturali come il digiuno a banalissima acqua distillata, dove andremo mai a finire?
Dove finiranno le tonnellate di farmaci, le sale chirurgiche e radiologiche, le frotte di medici istruiti perfettamente per il taglio, l’asportazione e il trapianto?
Dove li metteremo i 25000 propagandisti medici che percorrono le città italiane come dei segugi, ad inseguire ogni medico ed ogni terapeuta privato o della mutua?
E cosa faranno gli alberghi che ospitano le migliaia di convenzioni mediche annue?
E come faremo a dimagrire il business trainante ed esplosivo delle onoranze funebri?

Chiedesi tam-tam di stile afro-equatoriale, o le nuvolette indiane stile Sioux

Data la delicatezza e la fondamentale importanza degli argomenti trattati, chiedo a tutti gli amici vicini e lontani che mi seguono, di fotocopiare, stampare, ritrasmettere e diffondere via email, il presente documento, naturalmente dopo averlo letto, capito e condiviso.
Documento da inviarsi soprattutto ai medici.

L’etica e la salutistica riguardano tutti.
Chiunque abbia un corpo da difendere e un’anima da salvaguardare.
Non facciamo la guerra alle categorie.
Chiediamo umilmente perdono a chi si sentisse offeso per qualche parola di troppo o per qualche termine troppo colorito.
Andiamo piuttosto al sodo della questione.
Non vogliamo e non auguriamo la rovina economica ed il fallimento a nessuno.
Una società più logica e intelligente, più libera da dogmatismi e imposizioni, più ricca di valori e priva di sprechi, troverà modo anche di riciclare le attività obsolete, sbagliate e senza vie di uscita.
Anche i macellai hanno dei figli da far crescere.
Anche i medici devono pensare alla salute propria e dei loro bambini.

* – Direzione Tecnica AVA-Roma  (Associazione Vegetariana Animalista)
– Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

il libro “Alimentazione naturale” del Dott. Valdo Vaccaro si trova nelle migliori librerie o qui su macrolibrarsi.it

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SOPRAVVIVERE  ALL’ARTRITE  REUMATOIDE, AL TUMORE ED  AI  GUASTI  DEL  MICIDIALE  DUO  MAMMA-PEDIATRA

Un minimo di speranza per sopravvivere

Buona sera. Sono una donna di 55 anni, affetta da artrite reumatoide da oltre 40 anni.
Faccio fatica a tollerare i farmaci e convivo pertanto col dolore.
Sono molto interessata al suo approccio naturale-igienistico alla malattia e spero voglia rispondermi.
Oltre a ciò, c’è mio marito ammalato di tumore alla vescica da ben 10 anni, tumore che ha prodotto delle metastasi polmonari e cerebrali, il tutto in remissione totale fino ad oggi, anche se agli ultimi esami citologici uno su tre è positivo e questo ci ha spaventati non poco.
Spero riesca a darmi quel poco di speranza che mi serve per sopravvivere.
La ringrazio fin da ora.  Luisetta B.

Sottrarsi a farmaci e sostanze stimolanti significa disintossicarsi da droga

Ciao Luisetta, mi gratifica il fatto che ti sia rivolta a me.

Non è chiaro se la vostra astensione dai farmaci sia totale o no, o cosa altro stiate prendendo.

Ricordati in ogni caso che sottrarsi a una qualsiasi cura farmacologica equivale intraprendere un processo di disintossicazione da droga.

Questo discorso vale anche per l’aspirina, per il fumo ed il caffè.

Al limite vale anche per le carni e lo zucchero-saccarosio-commerciale e l’aspartame che sta nei dolci e nelle bevande gassate-dolcificate, ed anche per ogni tipo di integratori, visto che si conoscono benissimo gli effetti stimolanti e droganti di queste sostanze proibite.

La disintossicazione avviene con progressivo stop al doping o con stop immediato e digiuno

Quando ci si disintossica da droga i casi sono due.

Si segue la semplice procedura diradante e progressiva, basata su un prudente ripristino della normalità, passando dalla pasticca giornaliera alla mezza pastiglia e alla mezza pastiglia ogni 2-3 giorni, fino allo stop totale.

Oppure si ricorre alla drastica cura del digiuno ad acqua distillata (o comunque ad acqua il più leggera e mineralizzata possibile, come quella piovana filtrata), dove la disintossicazione è radicale in quanto non riguarda soltanto uno stop immediato all’apporto di sostanza drogante, ma anche una liberazione dai residui tossici che il corpo ha intelligentemente depositato nella sua materia grassa interna.

In questi casi è preferibile essere assistiti da un digiunista (che non fa nulla di particolare se non il consulente psicologico, poiché la fase disintossicante può essere accompagnata da qualche fastidio determinato dai residui droganti in uscita, che danno una specie di effetto-di-ritorno, per cui è preferibile che ci sia qualcuno in grado di tranquillizzare ed incoraggiare il paziente).

Niente al mondo di più completo, nutriente, e privo di carenze, di una dieta crudista-vegana

Per quanto concerne l’alimentazione, nulla esiste al mondo di più completo e nutriente, di più privo di carenze, di una dieta crudista vegana.

Sfido chiunque, qualunque medico, qualunque industria, qualunque nutrizionista, qualunque Nobel, a citarmi una dieta capace di dare di più e di tutto di una dieta crudista vegana, applicata con regolarità, fiducia, intelligenza, ricorrendo pure a qualche compromesso occasionale sulla cottura leggera e conservativa di qualche componente, tipo patate, legumi e cereali.

Una centralina bio-elettronica di controllo chiamata sistema immunitario

Quanto alle attenzioni per il corpo, ovviamente ci vogliono.

Il corpo è sempre un amico, ed è dotato di meccanismi automatici di recupero e di auto-ricarica.

Non va mai contro se stesso, perché ha al suo interno una struttura complessa ed infallibile equivalente a una centralina elettronica, chiamata sistema immunitario, strettamente interconnessa col sistema nervoso, col sistema ghiandolare, col sistema circolatorio ed il sistema epiteliale. Ma se vogliamo che il sistema immunitario ci mantenga in salute, dobbiamo dargli modo di servirci al meglio.

Non abusare del sistema immunitario ma trattarlo coi guanti e con massima riverenza

Come mantenere il sistema immunitario in perfetta efficienza?

Trattandolo coi guanti, con riverenza e non con disprezzo.

Cos’è il massimo disprezzo? Tutti i vaccini, tutti i farmaci, tutte le bevande nervine ed alcoliche, sale e zucchero e spezie, tutte le carni, tutte le cose in bottiglia ed in lattina, ogni rumore disturbante, ogni paura, ogni mugugno, ogni tensione irrisolta, ogni giusto e ragionevole desiderio represso.

Disprezzare il sistema immunitario significa pure abusare di lui, farlo intervenire in continuazione ed a sproposito, mentre lui ama essere lasciato in pace ed intervenire con autorità e forza nei reali momenti di emergenza.

L’umanità invece ama vivere in emergenza immunitaria continuata, avvelenandosi da mattina a sera.

Respirazione profonda e ritmata, movimento e sudore, riposo e rilassamento, aria e sole, cibi naturali della specie, pensieri positivi, armonia con se stessi e la natura circostante, questi sono gli elementi che lui ama e predilige.

L’artrite reumatoide si è accumulata negli anni come male minore, diventato male cronico.

Il tumore ha fatto lo stesso percorso, passando per fasi all’indurimento finale.

Per quanto concerne l’artrite reumatoide, i medici tendono a dire che non c’è rimedio, mentre per il tumore (definito sbrigativamente e spregevolmente cancro) tendono a operare e chemio-trattare, coi risultati che sappiamo (vedi mia tesina Zona Tumore, Zona Cancro, che qui ti allego).

Trattasi di problemi che si accumulano negli anni, proprio per l’intelligente azione del sistema immunitario che, con azione difensiva, ha continuato a depositare il materiale tossico in arrivo dovunque possibile (soprattutto nel grasso delle persone obese, e nei giunti nelle persone magre, per quanto concerne l’artrite, e un po’ dovunque nei tessuti per quanto concerne il tumore).

Un’alternativa amica, intelligente ed indispensabile, a qualcosa di peggio

Quei depositi hanno rappresentato il male minore per sopravvivere.

Sono stati un’alternativa precisa ed indispensabile a qualcosa di peggio, quale l’avvelenamento del sangue, le ulcerazioni, gli indurimenti, i tumori e il cancro.

Se vogliamo che se ne vadano, l’unico modo è rivolgersi a chi li ha creati, ossia al medesimo sistema immunitario. Lui e nessun’altro al mondo è in possesso del brevetto giusto per fare e disfare all’interno del nostro organismo.

La tossiemia parte da quando la gente è bambina, ignara ed innocente, e viene ignobilmente tradita dalla micidiale accoppiata mamma-pediatra

La tossiemia accumulata nell’organismo della popolazione tutta, parte da quando la gente era bambina.

Una massa di piccoli innocenti ed ignari traditi maldestramente dalla micidiale accoppiata pediatra-mamma, dalle velenosissime vaccinazioni infantili, dagli ingozzamenti precoci a base di omogeneizzati, a base di mangimi artificiali superproteici, di latte artificiale, di assurda vitamina B12, di velenose vitamine sintetiche e di tossici minerali inorganici, di dolci e sali in tutte le forme ed in tutte le salse, grida vendetta al cospetto degli uomini e al cospetto di Dio.

Bambini sani e vispi che si ritrovano inesplicabilmente super-lunghi e super-obesi

Quei bambini, tutti vispi e sani in partenza (salvo che per quelli da madri ultra-imbecilli-irresponsabili che si sono messe a produrre bambini dopo aver offeso il proprio apparato riproduttivo con caffè, sigarette e farmaci), si sono subito ritrovati pieni di problemi e pieni di eruzioni vulcaniche interne, pieni di patologie-da-rapido-sviluppo, assecondati criminalmente dalla pediatria dominante, regolarmente dotata di cordelle metriche e bilance, di mangimi speciali e di latte in polvere alla melammina, ai supplementi enzimatici-vitaminici-minerali-ormonali, ed immancabilmente sprovvista di cultura naturalistica e salutistica (perché essa, nonostante i grossi volumi sorbiti alle università, non gli è stata insegnata per niente).

La pazzoide gara a chi si sviluppa prima, come qualcuno fa con maiali e vitelli

Tutto in funzione di una corsa pazza e dissennata a chi si sviluppa prima in peso ed altezza, con criteri più veterinari che medicali, quasi che i ragazzi bipedi dovessero finire in macelleria come i loro sfortunati colleghi d’infanzia a quattro zampe.

Quei bambini, dicevamo, si ritrovano ad essere belli, alti, paffuti, super sviluppati, ben presto obesi e diabetici, senza nemmeno sapere il come ed il perché.
Ecco da dove nasce la terribile realtà dell’obesità in età scolastica, che sta affliggendo a livello epidemico il mondo intero.

Ecco da dove nasce l’inquietante fenomeno delle alunne elementari col seno precoce da quasi-adulte.

La pediatria folle e ritardata-mentale.

Meno un bimbo cresce e meglio è, nelle fasi iniziali.

Una pediatria folle e ritardata-mentale che fa le cose al contrario di come devono essere fatte.

Una pediatria che non pare ancora aver capito che l’età evolutiva non consiste affatto nell’ingozzarsi di proteine animali e di zuccheri stracotti.

Una pediatria che non ha acquisito il concetto base per cui  meno un bimbo cresce forzatatamente e meglio è, e nemmeno l’altro concetto ovvio per il quale meno intrusioni vaccinatorie-farmacologiche integratrici subisce e più sano in vita sarà.

Ogni piccino ha i suoi tempi di crescita.

Mandiamo certi pediatri ad arare i campi, faranno di sicuro meno danni.

Una pediatria che non sa che ogni piccino ha già il suo intelligente sistema immunitario in grado di decidere quando e come partire esattamente con la crescita.
Che non si è resa ancora conto che è facilissimo crescere ma quasi-impossibile discrescere.
Sistema immunitario che non ha bisogno di un pediatra scemo che vuole intervenire ed influire, che vuole essere protagonista, che vuole essere lui/lei a spingere la crescita con la vitamina e l’ormone, col cibo proteico ed arricchito, col pollo e col pesce, con la proteina nobile a sostegno della crescita.
Mandiamo una buona volta questa gente ad arare i campi, dove farà sicuramente meno danni.

I cibi-spazzatura, le bevande-spazzatura e i pensieri-spazzatura, sono la vera fabbrica del male

L’artrite, male fabbricato ed assemblato al 100 per cento da noi stessi, non può essere di sicuro sradicata in un baleno.
La prima cosa da fare è interrompere il nostro lavoro di carpentieri-del-male.
Smetterla di portare altri mattoni avvelenati alle pareti artritiche che amiamo costruirci addosso.
Non è affatto vero che l’artrite sia un male inguaribile ed irreversibile.
Non esistono malattie inguaribili, ma solo malattie mal comprese e mal trattate.

Occorre interrompere drasticamente le tipiche abitudini fabbrica-malattie, e adottare al loro posto stili di vita salutistici ed etico-salutistici, dove non ci sia più posto per cibi-spazzatura e bevande-spazzatura, e nemmeno per pensieri-spazzatura.

Una nutrizione crudista è il solo rimedio possibile

Il ruolo di un’appropriata nutrizione crudista basata su frutta, vegetali, noci e semi, non sarà mai abbastanza enfatizzato.

Adottare in particolare frutta tipo la mela e la fragola, e verdure tipo il tarassaco, il carciofo, il cavolo, il cavolino di Bruxelles, il cavolfiore, il finocchio, il crescione, il sedano, la carota, il topinambur, servirà da aiuto e corroborante per l’artrite.

Addirittura obbligatorio inserire una regolare quota giornaliera di germogli da produrre in casa.
Una pianta riconosciuta come tumore-combattente o comunque coadiuvante nel ripristino-salute, è proprio il germoglio di frumento, con cui si possono fare delle ottime bevande.
Ma anche con i semini di alfa-alfa, di ravanello, di fagiolini vari, si producono ottimi germogli da consumare a crudo.

Finché c’è vita c’è speranza, è proverbio ma anche verità

Lo stesso discorso vale dunque anche per chi alberga in sé dei tumori non trattati, come nel caso di tuo marito.
Già il fatto di essere sopravvissuto per 10 anni ai suoi guai, depone a favore del non-intervento.
Nessun organismo medico-oncologico al mondo avrebbe diagnosticato oltre un anno di vita, per un problema del genere.

Finché c’è vita c’è speranza, dice il proverbio. Vale più che mai nel vostro caso.

Se cerchi qualche cura specifica non invasiva, addizionale a quanto ho qui scritto, rivolgiti pure per una utile consultazione al Maestro Terapeuta Carmelo Scaffidi dell’ABIN, che ha una impareggiabile esperienza clinica nel trattamento coadiuvante e non invasivo dei tumori.

Nessuno campa in eterno con le presenti spoglie, ma occorre rendere la vita vivibile ed armonizzata qui ed in questo momento, vivendo pienamente nel presente

Fate del vostro meglio per disintossicarvi delle cose vecchie e dei postumi da avvelenamento, e mantenete un regime di vita virtuoso.

Non camperete in eterno, almeno sotto le presenti spoglie.

Ma questo limite vale per tutti, sani e malati, neonati e centenari.

Quello che importa è rendere la vita vivibile ed armonizzata qui, oggi, adesso, giorno per giorno, per tutti i dieci o cento o mille o un milione di giorni che ci restano, prima di andare incontro alle nuove esperienze vitali che attendono comunque le nostre anime in quel processo infinito di perfezionamento spirituale che si chiama cammino karmico o destino esistenziale.

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma (Associazione Vegetariana Animalista)

– Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

Valdo Vaccaro

Alimentazione Naturale

Manuale pratico di igienismo-naturale – La rivoluzione vegetariana: mangiare bene per vivere meglio

Alimentazione naturale, adattata e ritagliata come un vestito su misura al corpo vegeto-fruttariano-crudista di cui è dotato ogni essere umano, indipendentemente dall’eventuale poorzione di carne-pesce-cibo cotto che sta forse mangiando. Nutrizione dunque che deve per forza puntare al veganismo, all’igienismo naturale e al crudismo, non per accontentare sparuti, romantici e utopistici gruppi di idealisti vegetariani, ma per rispettare in concreto e al meglio il proprio corpo e le stesse leggi della creazione. Il vege-fruttarianismo e il crudismo sono pertanto la verità e la perfezione assoluta per l’essere umano, in quanto lo spingono ad alimentare la sua macchina umana col solo carburante possibile e privo di effetti devastanti, che è il carboidrato vivo e naturale confezionato dalla fotosintesi clorofilliana e dal sole, caratterizzato da presenza proteica ottimale, cioè minima ed assimilabile.

Lo trovi su Macrolibrarsi

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colbert

(Frank Ostaseski è stato il fondatore, nel 1987, dello Zen Hospice Project e oggi ne è l’insegnante guida.)

Attraverso il suo insegnamento e i suoi scritti ha introdotto migliaia di persone negli Stati Uniti e in Europa all’esercizio della compassione e della consapevolezza nell’accompagnamento dei morenti. Tiene regolarmente conferenze e ritiri in varie parti del mondo per chi è impegnato in attività di assistenza e per chi sta affrontando malattie gravi.Viene regolarmente in Italia dal 1999)

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<Affrontare la morte insieme>

(di Frank Ostaseski)

[dal libro “Fare Amicizia con la Morte*”

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Alcuni anni fa, mentre nel nostro hospice stavo girando su un fianco un paziente per lavargli la schiena, lui mi disse, voltando il viso sopra la spalla: “Sai, non ho mai pensato che fosse così!”. lo sono molto sincero con gli altri e così gli ho chiesto: “Come pensavi che fosse?” e lui mi rispose: “Non ci avevo mai pensato”. In quel momento capii che questa comprensione per lui rappresentava una sofferenza maggiore del cancro in fase terminale che aveva al polmone.

La morte lo aveva afferrato di sorpresa.

Per ciascuno di noi c’è un angolo molto scuro nella nostra mente. E lì, proprio in quell’angolo, c’è una voce che ci dice: “Un giorno morirò”. Il modo in cui diamo ascolto o respingiamo questa voce determina come vivremo le nostre vite. A volte la voce ci parla molto chiaramente, ad esempio quando a stento sfuggiamo a una disgrazia o quando muore qualcuno che cono­scevamo. Invecchiando i capelli si diradano e diventano grigi e le nostre pance più molli ed è allora che la voce si fa sentire con più frequenza. Man mano che la morte si accumula nella nostra vita, la voce ci parla più spesso. Quando muore qualcuno che amiamo allora ci urla; ci fa sapere che la nostra vita non sarà mai più la stessa, ma che è stata alterata per sempre.

La morte è la questione centrale delle nostre vite eppure a mala pena pronunciamo la parola. In America impieghiamo tutta una serie di eufemismi al posto della parola ‘morte’. Le persone non muoiono, se ne vanno o finiscono, come una carta di credito. Nella vita facciamo piani su tutto:
con chi ci sposeremo, dove andremo in vacanza, quale carriera intraprendere, quanti bambini avere… tutte cose che potranno non accadere mai. Ma per l’unica cosa certa che ci capiterà non ci prepariamo. E anch’io non sono poi tanto diverso dagli altri.

Ogni giorno lavoro con persone che stanno morendo e ancora ci sono dei giorni in cui penso che a me non capiterà. Ma molto lentamente. nel corso di questi vent’anni, la morte ha iniziato a richiedere la mia attenzione ed è proprio perché richiama la nostra attenzione che essa ha una tale grazia e un tale potere. In qualche modo galvanizza la nostra attenzione nel momento. Quando parlo della morte non lo faccio per spaventarci o intristirci ma perché in base alla mia esperienza, stando con persone che stanno morendo e riflettendo quotidianamente sulla morte, ho visto che è il migliore dei modi che conosco per entrare pienamente nella vita. Non conosco nessuna altra cosa che mi mostri a me stesso con la stessa chiarezza come lo stare accanto a qualcuno che sta morendo.

Quando vediamo la morte da vicino, a portata di mano, proprio sulla punta delle dita, iniziamo a capire qualcosa della vita. Cominciamo ad apprezzare che ogni cosa cambi: ogni pensiero, ogni relazione, ogni atto d’amore viene e va.

E una volta compreso questo, non ci attacchiamo più troppo strettamente a ogni cosa. Forse non ci prendiamo più nemmeno troppo sul serio. E questa qualità coltiva in noi la capacità di cedere, abbandonare e incoraggia la nostra generosità. Mi sembra strano, ma è vero, che la riflessione sulla morte ci rende più gentili gli uni con gli altri.

Quando si inizia a vedere quanto sia precaria la vita, allora si capisce anche quanto essa sia preziosa e allora non si vuole sprecare nemmeno un momento. Si desidera vivere pienamente, si vuole dire agli altri che li amiamo sul serio.

Il tema di cui volevo parlare stasera è la relazione che si instaura tra chi sta morendo e chi presta assistenza. Ciò che e importante capire fin da subito è che tutti ne abbiamo la capacità, ognuno di noi sa come prendersi cura di un altro.  Lo abbiamo fatto per centinaia di anni e ora lo abbiamo solo dimenticato: dobbiamo ricordarcelo a vicenda. Abbiamo reso talmente per specialisti l’assistenza ai moribondi che ne abbiamo paura. All’inizio forse è importante comprendere che morire non è un fatto medico. Dobbiamo impiegare il meglio di ciò che la medicina ci offre per assistere chi sta per morire, ma non dovremmo permettere che sia la medicina a guidare l’esperienza. Morire è piuttosto una questione di rapporti: con noi stessi, con le persone che amiamo e con qualsiasi immagine che abbiamo della estrema gentilezza. Il nostro compito dunque è di facilitare queste relazioni e scoprire come ciascuno incontrerà la propria morte. Qual è il modo unico che ciascuno ha di affrontare questa esperienza?

Sarebbe davvero bello se avessi una pratica bella e pronta da potersi applicare in ogni situazione. Mi piacerebbe potervi dare una borsa piena di trucchi da portare con voi accanto al letto della persona che sta morendo.

Temo però che servirebbe solo a separarvi dalla persona che state assistendo. La morte di ognuno è completamente unica così come lo è la costellazione di esperienze che accompagnano la morte. Non esiste un solo modo. Tuttavia penso che ci siano dei precetti o pratiche che possano essere utili per guidarci mentre stiamo accanto a una persona che sta per morire. Recentemente sono intervenuto a una conferenza molto importante a cui erano presenti molti dottori famosi. Avevano portato diapositive, video e avevano preparato dei discorsi scritti molto bene con un punto dopo l’altro in bella successione. Il mio stile è un po’ meno formale, ma ho voluto provare a sfidarmi per vedere se ero capace di pensare cinque punti importanti. E adesso li voglio condividere con voi.

Il primo precetto: accogli tutto, senza respingere nulla.

Che cosa significa? Come fare? Iniziamo creando un ambiente straordinariamente ricettivo, un ambiente caratterizzato dalla bellezza. Non solo dalla bellezza fisica, ma dall’apprezzamento per la bellezza che si incontra in quella circostanza, l’apprezzamento per il modo in cui ogni individuo attraverserà il processo della sua morte.
Vi racconto una storia che aiuta a illustrare questo punto. Le storie sono il metodo migliore perché possiamo entrarvi ogni volta che ne abbiamo bisogno. C’era un uomo che era stato mandato al nostro hospice, veniva dal reparto psichiatrico dell’ospedale distrettuale e si trovava li perché aveva un cancro al polmone e voleva uccidersi. Non vedeva come la sua vita avesse alcun valore. Entrai nella sua stanza e mi sedetti in silenzio accanto a lui. Dopo un mi disse: “Nessuno si è mai seduto vicino a me in questa stanza per così tanto tempo”. Gli risposi: “Ho molta pratica a stare seduto fermo, che cosa vorresti? ”

«Degli spaghetti” disse. “Noi facciamo degli spaghetti molto buoni, perché non vieni a casa nostra e stai con noi?” gli risposi. E’ stato questo il nostro colloquio di ammissione. Il giorno successivo quando poi venne, c’erano gli spaghetti pronti che lo aspettavano. Bisogna capire, per lui gli spaghetti erano la casa e il nutrimento in ogni senso. Rimase con noi per tre mesi e il suo desiderio di uccidersi non spari solo perché gli avevamo dato gli spaghetti, sebbene li facciamo veramente buoni! In quel periodo era uscito in America un libro che descriveva i diversi modi per uccidersi. Lo voleva e allora glielo procurai e glielo lessi.

Accogli tutto, senza respingere nulla.

Ero completamente convinto che ciò che quest’uomo tentava di scoprire era dove trovare il valore della sua vita. Poco prima di morire mi disse: “Frank, ti voglio ringraziare perché sono più felice ora di quanto non lo sia mai stato in tutta la mia vita”. “Come è possibile, poche settimane fa volevi ucciderti perché non ce la facevi a camminare nel giardino? ” gli chiesi E lui: “Quello era solo un correre dietro al mio desiderio”. “Vuoi dire che le attività della tua vita non hanno più tanta importanza per te?”
“No, non sono le attività che mi portano gioia, ma l’attenzione all’attività” e proseguì: “Adesso il mio piacere deriva dal fresco della brezza e dalla morbidezza delle lenzuola”.

Un cambiamento notevole per quest’uomo che avevo incontrato la prima volta nel reparto psichiatrico. Accogliere tutto, senza respingere nulla richiede coraggio. Una ricettività senza paura, dal momento che non abbiamo idea di come andrà a finire.

– Secondo precetto: porta tutto te stesso in questa esperienza –

Significa che per essere di servizio di un’altra persona dobbiamo mettere anche noi stessi nell’equazione. Ma prima voglio spiegare la parola ‘servizio’ perché può generare molta confusione. Spesso si pensa al servizio come all’essere servili o spesso lo definiamo come un peso o un obbligo.
Quando parlo di servizio, invece, io intendo qualcosa di simile all’accompagnare un’altra persona. Per farlo dobbiamo essere disposti a indagare la nostra esperienza. Se diciamo all’altra persona: “Io capisco” senza averlo fatto, l’altro capirà che ci stiamo buttando a indovinare. Quando serviamo è il nostro intero essere a servire. Inclusi i nostri talenti, ma anche le nostre ferite e paure. E’ proprio l’investigazione interiore che crea un ponte di empatia con la persona di cui ci stiamo prendendo cura.

Avevo un mio amico, John, che stava morendo di AIDS, gli volevo molto bene, era un mio carissimo amico. Un giorno, mentre gli stavo vicino, è successo un fenomeno neurologico molto strano: in quel solo pomeriggio di colpo perse la capacità di tenere una forchetta, di stare in piedi o di dire qualcosa di comprensibile. E’ stato molto duro. Sto pensando a lui, adesso. Anche quando qualcuno muore, il rapporto continua. Fu terribile quella giornata con lui. E’ durata tutta la notte fino alle prime ore del mattino. In un solo pomeriggio la condizione di john cambiò in modo drammatico: perse la capacità di tenere una forchetta, di stare in piedi e di formulare delle frasi comprensibili. Mi spaventai a morte.

Assisterlo era difficile. Oltre a questo nuovo e strano disastro neurologico, soffriva anche per dei dolorosissimi tumori anali e una diarrea costante. Mi sembrava di aver trascorso tutta la giornata spostandolo dalla vasca da bagno al gabinetto e poi di nuovo alla vasca. Solo tenerlo pulito richiedeva uno sforzo senza fine. Si dimenava e borbottava parole senza senso, si era fatta notte. Alle tre del mattino ero esausto. Non avrei fatto altro che dormire, volevo che lui tornasse a letto e che la mattina mettesse fine a quell’incubo.

Tentai di prendere il controllo della situazione facendo ricorso a ogni trucco che conoscevo: a momenti lo blandivo, poi ero gentile in modo molto superficiale, poi diventavo manipolativo, arrivai anche a sgridarlo. Feci di tutto per riportarlo a letto in modo da potermi riposare.

A un certo punto, in mezzo a uno degli spostamenti dalla vasca al gabinetto, parlò e dalla sua mente confusa sentii dirmi queste parole: “Ti stai sforzando troppo”. Aveva ragione, era proprio così, stavo sforzandomi troppo per mantenere il controllo, respingere la paura ed evitare il dolore di quella situazione. Mi fermai di colpo, mi sedetti sul water e tutti e due scoppiammo a piangere. La scena era incredibile: John con i pantaloni del pigiama tirati giù fino alle ginocchia, io con la carta igienica in mano, le feci erano dappertutto.

Guardando retrospettivamente posso dire che quello è stato l’incontro più squisito di tutta la nostra relazione. Eravamo là, totalmente indifesi, insieme. In quel momento non c’era più niente che ci separasse, non c’erano finzioni e neppure sforzi. Non restammo cosi per sempre, stare in quello stato ci mostrò cosa fare dopo; solo dopo essere stati disponibili ad arrivare fino a quel punto abbiamo capito cosa fare in seguito.

Porta tutto te stesso al capezzale, porta tutto te stesso nell’esperienza.

– Terzo precetto: non aspettare.-

Quando aspettiamo siamo Pieni di aspettative; quando aspettiamo ci sfugge ciò che questo momento ha da offrirci. Siamo talmente occupati a preoccuparci per ciò che il futuro ci riserva che perdiamo le opportunità che ci stanno davanti. Se c’è una persona che amiamo, non aspettiamo per dirglielo. E’ un assurdo gioco d’azzardo aspettare fino al momento della morte per fare questa investigazione o per esprimere il nostro affetto l’uno per l’altro. Quando lavoro con le famiglie, incoraggio tutti a parlare direttamente con la persona che sta morendo. Li incoraggio a essere sinceri, a esprimere il loro amore.

Quarto precetto: trova un luogo dove riposare in mezzo alle cose.

Spesso pensiamo al riposo come a qualcosa che faremo quando tutto il resto sarà finito. Come quando andiamo in vacanza o abbiamo finito di lavorare. Ma nel lavoro di accompagnamento delle persone che stanno morendo, dobbiamo riuscire a trovare questo punto di riposo, a volte anche in mezzo al caos. Questo luogo è sempre lì per noi, è sempre a disposizione. Dobbiamo solo portarvi l’attenzione e imparare a non ostacolarlo.

Una volta mi chiamarono a casa perché una donna nel nostro hospice stava per morire. Arrivai per stare con lei.

Era un’anziana donna ebrea russa di ottantasei anni, molto dura, senza il minimo interesse per il buddhismo, Quando entrai nella sua stanza faceva molta difficoltà a respirare, ansimava. Di solito cerco di intervenire il minimo possibile e dunque mi sedetti in un angolo della stanza. Le avevamo gia somministrato tutte le medicine del caso e degli analgesici. Non c’era dolore, ma sofferenza.

Un’infermiera che le sedeva vicino e a un certo punto si rivolse ad Adele, questo era il nome della donna, dicendole: “Non aver paura, sono qui io”. Al che Adele replicò: “Mi creda, se si trovasse nella mia situazione anche lei avrebbe paura”. Dopo un po’ l’assistente disse: “Mi sembra che abbia freddo, vuole una coperta?” La donna rispose: “Certo che ho freddo, sono quasi morta!” Davanti a quella situazione feci due osservazioni: la prima era che Adele voleva qualcuno che fosse molto diretto con lei, non voleva sentire discorsi new-age sulla morte. La seconda era che la sua sofferenza si manifestava nel respiro. Mi avvicinai e le chiesi:

“Vorresti lottare un po’ meno? ” ” Sì “. Allora proseguii: ” Ho visto che c’e un piccolo posto proprio li, al termine dell’espirazione, una piccola pausa. Dimmi se puoi, anche solo per un attimo, portare l’attenzione proprio in quel punto”. Ricordate? La donna non aveva mai avuto il minimo interesse per il buddhismo o la meditazione o cose del genere, ma aveva una forte motivazione a liberarsi dalla sua sofferenza. Così riuscì a portare l’attenzione in quel posto di riposo, quel brevissimo momento alla fine dell’espirazione e un po’ alla volta vidi svanire la paura dal suo viso.

Aveva trovato un luogo di riposo nel mezzo delle cose. Quel momento di riposo che è sempre li, a disposizione di ciascuno; si presenta in modi diversi per ogni individuo. Dal punto di vista pratico potremmo dire che è il luogo che si trova tra due respiri. Dopo pochi altri respiri mori in
tutta tranquillità.

Trova un luogo di riposo nel mezzo delle cose, scoprì come si presenta nella tua vita.

– Quinto precetto: coltiva “la mente che non sa”.-

Si tratta di un’espressíone molto difficile da capire, non sono ancora sicuro di averla capita. Nella pratica zen esiste l’espressione “nel non sapere c’è la maggiore intimità”. Ci si riferisce al fatto che quando non sappiamo dobbiamo stare molto vicini all’esperienza e in questo modo si crea un’intimità con l’esperienza. E’ esattamente come entrare in una grotta buia senza nessuna luce. Non conoscendo la strada, la seguiremo a tentoni lungo le pareti, dovremo restare molto vicini all’esperienza.

Un mio amico una volta ha detto: “E’ come usare il metodo Braille, troviamo la strada attraverso l’esperienza”. Quando non sappiamo abbiamo la possibilità di vedere molto di più del quadro. Se entriamo nella stanza di una persona che sta morendo pieni del nostro conoscere, vedremo solo una parte limitata delle possibilità. 1 pensieri stessi che abbiamo sull’esperienza ci limitano e ci allontanano dall’esperienza e dalla persona che stiamo incontrando. Per questo diciamo che “nel non conoscere c’è la maggiore intimità”. Se paragoniamo ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo, dobbiamo ammettere che ciò che non sappiamo e molto più vasto. Perciò dobbiamo essere disposti ad accoglierlo.

Un’ultima storia. Un altro mio amico ormai prossimo alla fine aveva grosse difficoltà a respirare, la testa era reclinata all’indietro e la gola molto tesa: non sapevo che cosa fare. Un insegnante spirituale molto rinomato, che tutti conoscete ma di cui non voglio dire il nome, lo venne a trovare e mi disse: “Devi fare così: toccagli la cima della testa: il suo spirito sta tentando di lasciare il corpo e se tu farai come ti dico lo incoraggerai ad
andare via”.

Feci come mi aveva detto ma non successe nulla. Più tardi venne pure il medico che disse: “Bisogna dargli più morfina». Lo feci ma non successe nulla. Arrivò poi un famoso manipolatore del corpo che mi mostrò dei punti speciali sui piedi del mio amico che avrei dovuto toccare. Feci come aveva detto ma non successe nulla. Tutte queste persone avevano delle idee, erano anche delle buone idee, ma non erano l’intero quadro.

Ricordo che io sentivo solo che sarei dovuto andargli più vicino, così mi sdraiai accanto a lui nel letto e cominciai a carezzargli la gola e poi il cuore e un po’ alla volta la testa tornò in avanti e il respiro divenne più rilassato. Ancora non so se feci la cosa giusta, forse gli ho impedito di fare chissà quale esperienza spirituale, non lo so. Credo però che per consentire a ciascuno di noi di essere libero, i nostri cuori debbano essere morbidi.

(Trascrizione del discorso tenuto a Venezia il 18/6/99)

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