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Era un dotto, molto versato inletteratuni antica e amava citare gli antichi, per dare un tocco finale ai suoi propri pensieri. Veniva fatto di chiedersi se avesse realmente pensieri indipendenti dai libri. Naturalmente, non c’è pensiero indipendente; ogni pensiero è dipendente, condizionato. Il pensiero è la verbalizzazione delle influenze. Pensare è essere dipendenti; il pensiero non può mai essere libero.

Ma quell’uomo era tutto preso dalla cultura; era gravido di sapere e lo portava con orgoglio. Cominciò a parlare direttamente in sanscrito e fu molto sorpreso e in certo qual modo scandalizzato nello scoprire che il sanscrito non era capito. Non riusciva a crederlo. «Ciò che dite nelle vostre conferenze mostra che o avete letto estesamente in sanscrito o avete studiato le traduzioni di alcuni tra i grandi maestri» egli disse. Quando dovette constatare che non era così e che non c’erano state letture di opere religiose, filosofiche o psicologiche, si mostrò apertamente incredulo.

È strano quanta importanza diamo alla parola stampata, ai cosiddetti libri sacri. I dotti, come i profani, sono grammofoni; continuano a ripetere, per quanto spesso i dischi possano essere cambiati. Sta loro a cuore il sapere e non la sperimentazione. Il sapere è un ostacolo alla sperimentazione. Ma il sapere è un porto sicuro, il rifugio di una minoranza; e poi che gli ignoranti sono impressionati dal sapere, il sapiente è rispettato e onorato. Il sapere è come un vizio, come il vizio dell’alcool; il sapere non porta la comprensione. Il sapere può essere insegnato, ma non la saggezza; ci deve essere liberazione dal sapere per l’avvento della saggezza. Il sapere non è la moneta di acquisto della saggezza; ma l’uomo che è entrato nel rifugio del sapere non se ne avventura fuori, perché la parola nutre il suo pensiero ed egli trae godimento dal pensare. Il pensiero è un impedimento alla sperimentazione; e non c’è saggezza senza sperimentazione. Il sapere, l’idea, il credo sbarrano la via alla saggezza.

Una mente occupata non è libera, spontanea, e soltanto nella spontaneità può esserci la scoperta. Una mente occupata è chiusa in se stessa; è inavvicinabile, non vulnerabile e in ciò sta la sua sicurezza. Il pensiero, per la sua stessa struttura, è autoisolante; non può essere fatto vulnerabile. Il pensiero non può essere spontaneo, non può mai essere libero. Il pensiero è la continuazione del passato, e ciò che continua non può essere libero. C’è libertà soltanto nella terminazione. Una mente occupata crea ciò su cui lavora. Può produrre il carro a buoi o l’aeroplano a reazione.

Possiamo credere di essere stupidi e pensandolo siamo stupidi. Possiamo pensare di essere Dio e siamo la nostra stessa concezione: «lo sono Ciò che è». «Ma, certo, è meglio occuparsi delle cose di Dio che non di quelle mondane, non vi pare?» Noi siamo ciò che pensiamo; ma è la comprensione del processo del pensiero che è importante e non ciò che noi pensiamo. Che noi pensiamo a Dio, o a un bicchiere di vino, non è importante; ognuno ha il suo effetto particolare, ma in entrambi i casi il pensiero è occupato dalle sue stesse proiezioni. Idee, ideali, fini e così via, sono tutti proiezioni o estensioni del pensiero. Occuparsi delle proprie proiezioni, a qualunque livello, è adorare l’io.

Il Se Stesso, con la S maiuscola, è ancora una proiezione del pensiero. Quale che sia il pensiero di cui ci si occupa, quello è; e ciò che è non è altro che pensiero. Ecco perché è importante comprendere il processo del pensiero. Il pensiero è la risposta alla sfida, no? Senza sfida, non c’è pensiero. Il processo della sfida e della reazione alla sfida è l’esperienza; e l’esperienza verbalizzata è pensiero. L’esperienza è non soltanto del passato, ma anche del passato in congiunzione col presente; è il conscio e insieme il nascosto. Questo residuo dell’esperienza è la memoria, l’influenza; e la risposta della memoria, del passato, è il pensiero.
«Ma questo è tutto ciò che riguarda il pensiero? Non ci sono profondità maggiori per il pensiero che non le semplici risposte della memoria?» Il pensiero può porsi, e si pone, a livelli differenti, lo stupido e il profondo, il nobile e l’indegno; ma è sempre pensiero, non vi pare? Il Dio del pensiero è ancora della mente, della parola. Il pensiero di Dio non è Dio, è semplicemente la risposta della memoria.

La memoria dura a lungo e così può apparire profonda; ma per la sua stessa struttura non può mai essere profonda. La memoria può essere nascosta, non immediatamente visibile, ma ciò non la rende profonda. Il pensiero non può mai essere profondo, o qualcosa più di ciò che è. Il pensiero può dare a se stesso un più alto valore, ma rimane pensiero.

Quando la mente è occupata con le sue proprie proiezioni, non è andata al di là del pensiero, ha assunto soltanto una nuova parte, una posa nuova; sotto quel mantello è ancora pensiero. «Ma come si può andare al di là del pensiero?» Non è questo il punto, non vi pare? Non si può andare al di là del pensiero, perché l”’agente”, l’autore dello sforzo, è il risultato del pensiero. Nella scoperta del processo del pensiero, che è conoscenza dell’io, la verità di ciò che è pone fine al processo del pensiero. La verità di ciò che è non si trova in nessun libro, antico o moderno. Quella che si trova è la parola, non la verità. «Allora come trovare la verità?»

Non si può trovarla. Lo sforzo di trovare la verità porta in essere un fine proiettato dall’io; e questo fine non è la verità. Un risultato non è la verità; il risultato è la continuazione del pensiero, esteso o proiettato. Solo quando il pensiero ha fine c’è la verità. Non c’è fine del pensiero attraverso !’imposizione, la disciplina, o attraverso qualunque forma di resistenza. Ascoltare la storia di ciò che è genera la sua propria liberazione. È la verità che libera, non lo sforzo di essere liberi.

Cessazione del pensiero – PP. 168-169-170 (“La mia strada è la tua strada” – Krishnamurti)

Libro consigliato da pomodorozen

ISBN: 9788804586548

Prezzo € 9,00
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“Ciascuno cambi se stesso per cambiare il mondo.”

Così Jiddu Krishnamurti, una fra le voci più significative dell’India moderna, sintetizzava l’essenza dei suoi insegnamenti: un accorato appello alla conquista della libertà interiore, alla limpida presa di coscienza della propria spiritualità.

Questo primo volume delle sue Meditazioni sul vivere contiene riflessioni sull’amore, la solitudine, la gelosia, il lavoro, la politica, il rapporto fra individuo e società, il potere, le ideologie.

Pensieri basati su concetti semplici e immediati , che fotografano con profonda saggezza i più svariati aspetti dell’esistenza umana e rappresentano un momento di incontro tra l’antica saggezza indiana e un atteggiamento più spregiudicato e moderno.

Meditazioni che sono il frutto di uno sguardo penetrante, capace di scrutare nei recessi più profondi dell’uomo contemporaneo.

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Tratto da: Insegnamenti di Tenzin Palmo – Monaca Buddhista

Una mente che è ossessionata dal sé,
che è controllata dall’Io relativo è una mente rigida,
critica e prevenuta…
una mente realmente illuminata non discriminerebbe.

Sua Santità il Dalai Lama incontra gente tutti i giorni – nuovi esuli giunti dal Tibet  con storie disumane sulla loro sofferenza e quella delle proprie famiglie e delle loro comunità. Deve ascoltare continuamente questi racconti. E’il Leader del Tibet, tuttavia non può fare nulla, provate ad immaginarne la sofferenza. Inoltre, essendo considerato uomo simbolo di pace, è contattato da altre associazioni e comunità umanitarie in tutto il mondo. Ogni giorno ascolta storie strazianti da ogni parte del mondo. Sua Santità è continuamente circondato non solo da persone che arrivano dal Tibet ma anche dall’India e da tutto il mondo, molti  dei quali scaricano la propria sofferenza nel suo grembo, così lui si preoccupa sempre dei problemi degli altri. Ma è infelice? Se gli racconteremo qualcosa di triste, piangerà perchè se ne preoccupa sinceramente. Ma un minuto dopo, riderà nuovamente! Guardate i suoi occhi – sono raggianti. Nella maggior parte delle sue foto, il Dalai Lama sorride.

Una mente che è ossessionata dal sé, che è controllata dall’Io relativo – cosa gradisce e cosa no, opinioni, pregiudizi e idee di come le cose e le persone dovrebbero o non dovrebbero essere – è una mente rigida, critica e prevenuta. La possediamo tutti. Assorbiamo i pregiudizi dal latte materno. Anche le persone che si sono ritirate dalla società hanno i loro forti pregiudizi. Sono spesso i più rigidi di tutti. Anche le persone che appartengono a società alternative, hanno le proprie opinioni, giudizi e standard! Non sono libere.

La nostra mente è molto condizionata. In un certo senso, finché non saremo totalmente illuminati, è impossibile avere una mente incondizionata  perché questo è il modo in cui pensiamo. Dovremmo però essere coscienti del fatto che siamo molto critici e abbiamo preconcetti su ogni cosa. Tutti hanno le proprie opinioni. Pensiamo: “Questa è la mia opinione”, ma di solito non lo è. E’ l’ opinione generale dei media o di quel programma che abbiamo visto la sera prima alla tv che è stato molto abilmente manovrato in modo tale da indurci a pensare nello stesso modo,  oppure è il punto di vista del gruppo specifico con cui usciamo. Comunque sia, la consideriamo come un’opinione esclusivamente nostra. Ce la incolliamo addosso e pensiamo che sia la verità e qualunque altro punto di vista sia errato. Dopo qualche anno, l’opinione comune cambia e tutti la seguono. E’ piuttosto interessante! Se siamo sufficientemente avanti con gli anni possiamo osservare questo cambiamento in essere.

Quando siamo giovani immaginiamo che ciò che pensiamo sia l’unico modo di vedere le cose e chiunque la pensi in altro modo sia matto. La tendenza in voga è la verità assoluta, è l’affermazione ultima, e tutto ciò che si sosteneva prima è antiquato e stupido. Dopo un breve periodo, tutto cambia nuovamente e il nostro stile attuale è diventato fuori moda! Tutti voi giovani – voi dovete solamente aspettare! Il modo in cui vi vestite oggi, vi farà ridere fra dieci anni. Quando guarderete le vostre foto, penserete: ” Ero veramente così a quella età? – per l’amor del cielo!” Ma a quel tempo era il massimo della bellezza.

Siamo tutti prevenuti, influenzabili e inclini alle opinioni ed ai giudizi, la maggior parte dei quali sono insensati, la maggior parte dei quali abbiamo ereditato dalla nostra famiglia o dai nostri contatti sociali o dai libri che leggiamo o dai programmi televisivi che guardiamo.

Pochi sono stati attentamente esaminati alla luce della ragione e della comprensione, ma quando sosteniamo un opinione, saremmo disposti a morirne. La gente muore a causa delle proprie idee ogni giorno, non che siano idee brillanti, anzi, molto spesso sono idee stupide. Queste credenze, opinioni e giudizi colorano tutto ciò che vediamo. Non sono semplicemente innocue ed inoffensive..

Alcune opinioni sono piuttosto innocue – come prendere il tè con o senza zucchero, come decidere se dover mangiare solo cereali o frutta. Queste potrebbero avere degli effetti sul nostro corpo ma sono fondamentalmente innocue. Esistono però dei pregiudizi che sono molto dannosi per la nostra mente e per la società. Ne fanno parte ovviamente i pregiudizi di natura religiosa e razzista. Hanno causato tali danni nel nostro mondo. Milioni di persone perdono la vita perchè non credono in ciò in cui noi crediamo o perché appartengono ad un’altra razza o per una qualunque altra ragione. Non sono persone cattive ma credono che “se non credi in ciò in cui io credo, ti meriti di morire”.

Per cui, la domanda sulle nostre opinioni e credenze non è una domanda da poco. La maggior parte di esse sono infatti totalmente prive di fondamento. Da dove provengono? Le abbiamo esaminate bene? Ne abbiamo parlato razionalmente con persone che hanno punti di vista diversi? Abbiamo letto libri che trattano altri modi di pensare? Di solito quando crediamo in qualcosa, tendiamo a leggere solo libri che rafforzino il nostro credo. Non leggiamo libri nè guardiamo programmi che ci mostrino un punto di vista diverso. Se osserviamo qualcuno che ci dice una qualunque cosa che non condividiamo, lo osserveremo con una mente prevenuta. E’ molto interessante osservare quella mente, perchè filtriamo continuamente ogni esperienza e anche questo ci aliena da ciò che accade attorno a noi.


Dobbiamo realizzare un modo di vita
che ci mostri la strada che ci riporti verso casa,
verso la nostra vera natura.

Dunque, cosa dobbiamo fare? Non possiamo vivere senza opinioni e idee mentre siamo ancora in uno stato di coscienza non illuminata. Per il semplice fatto di essere una monaca buddista dimostro di avere mie opinioni e credenze! Dobbiamo capire che queste sono solo credenze –  sono semplici opinioni. Di per sé non hanno valore di verità assolute. Sono solamente idee e giudizi che possono cambiare. Persistono alcune idee in cui ci rispecchiamo tutti da millenni ma che dovrebbero decisamente essere ri-esaminate. Certe qualità che ammiriamo da sempre (che potrebbero essere o non essere ammirevoli) dovrebbero essere esaminate con nuovi occhi, anche se sono condivise da tempo.

La cosa importante è di non identificarsi con i propri pensieri e sentimenti, ma capire che pensieri ed opinioni sono solamente fattori mentali. Anche un sistema di credenze in sé stesso è una creazione mentale. Il Buddha, parlando del Dharma, ha detto: “Questa è una zattera, una barca. Ti porta da questa sponda della realtà relativa a quella della realtà assoluta”. Ora mentre siamo nel bel mezzo della corrente, saremmo degli sciocchi ad abbandonare la zattera, ma quando avremmo raggiunto l’altra sponda, sarebbe ugualmente stupido caricarci la zattera sulle spalle e portarcela a spasso per rispetto. Quando avremo raggiunto l’altra sponda, non avremo più necessita della zattera. Il Dharma è solo un mezzo; una via, ma non è la meta.

Tutti i sistemi di credenze e le religioni sono relative. In se stesse, non sono la verità ma possono aiutarci a realizzare la verità. Senza queste sarebbe molto difficile realizzarsi spiritualmente. Riusciremmo ad averne un flash, ma rendere stabile quella esperienza sarebbe piuttosto difficile senza un qualche tipo di disciplina spirituale. Anche le più nobili ed elevate opinioni, idee e giudizi devono avere una fine. Nel frattempo dovremmo capire che tutti i nostri pregiudizi, preconcetti ed opinioni dovrebbero essere considerati come semplici fenomeni passeggeri. Non posseggono un valore universale intrinseco, sono solo stati mentali e non sono né  ‘io’ né ‘mio’.

Noi tutti crediamo che una mente veramente illuminata non discriminerebbe. Sappiamo che un maestro che ha acquisito saggezza e compassione genuina avrebbe un cuore totalmente aperto e accetterebbe tutti quanti. Che senso avrebbe un maestro illuminato se dicesse: si accetto questa persona ,ma non quell’altra? E’ inconcepibile il solo immaginarlo! Perciò, più chiudiamo il nostro cuore ad alcuni strati della società, ad alcune religioni o razze e più ci allontaniamo dal realizzare la nostra vera natura di esseri illuminati. Più ci sentiamo rigidi e prevenuti e più saremo imprigionati nei nostri piaceri e  dispiaceri, allontanandoci sempre più da uno stato illuminato, perché uno stato illuminato non è discriminante.

Ritorniamo alla domanda sull’Io. L’Io ci porta fuori strada. In una società come la nostra che si basa fortemente sulla gratificazione personale, ci allontaniamo dal sentiero della verità. Ecco perchè le persone si sentono così frequentemente vuote dentro e perse. Dobbiamo realizzare un modo di vita che ci mostri la strada che ci riporti verso casa, verso la nostra vera natura, cosicché da vivere assecondando la nostra vera natura e non il nostro falso Io.

Secondo il Dharma ci sono due modi per farlo: un primo modo è quello dell’introspezione profonda, dell’apprendere un modo per calmare la mente, di focalizzarla su un punto. Poi osservando al vera natura della mente, saremo in grado di distinguere tra ciò che è falso e ciò che è vero. In questo modo possiamo iniziare ad abbandonare tutto ciò in cui falsamente ci identifichiamo, soprattutto il nostro identificarci fortemente con l’Io. In contemporanea potremo incominciare ad aprirci verso gli altri per mezzo della generosità. Non solo generosità nel dare beni materiali, ma anche dedicando del tempo, offrendo comprensione, dando spazio agli altri, esserci quando ci hanno bisogno. Quando le cose non vanno come sogniamo e  le persone non ci comportano come vorremmo, se non reagiamo con rabbia, allora noi coltiviamo il non-giudizio, l’apertura mentale e la pazienza, la comprensione e tolleranza. Impariamo gradualmente ad accettare le cose e sopportare le difficoltà della vita che si presentano sul nostro cammino, quando le usiamo abilmente invece di reagire negativamente, infuriandoci. Sviluppiamo la gentilezza – ciò che il Dalai Lama definisce un cuore buono –  un cuore che non si prende cura solo di se stesso ma degli altri.

Ci sono persone che si prendono a cuore la sorte degli animali selvatici, degli alberi del nostro ambiente. E’ meraviglioso! Ma a volte queste stesse persone sono maleducate verso i propri genitori e causano loro sofferenza e preoccupazione. Dobbiamo iniziare da dove siamo e con chi siamo. Iniziare dai nostri genitori, dai nostri compagni, dai nostri figli e colleghi. Rendiamoli felici! Praticate la gentilezza, la generosità, l’amore, la tolleranza con chi vi sta vicino, con chi lavorate, con le persone che incontrate. Cercate semplicemente di essere presente per loro, essere gentili nei loro confronti, pensate che anche loro vogliono essere felici. Cercate di non essere cause di infelicità per nessuno. Cercate di rendere le persone un po’ più felici; un sorriso, una parola gentile possono essere di grande aiuto. Smettila di essere così assorbiti da voi stessi. Pensate agli altri. Ciò che noi vogliamo non ha veramente tutta quella grande importanza.

Di solito cerchiamo così disperatamente di trovare la nostra felicità soddisfacendo ciò che vogliamo per noi stessi, che smettiamo di pensare a ciò che gli altri desiderano e a come renderli felici. L’ironia sta nel fatto che se pensassimo maggiormente agli altri invece che a noi stessi, noi stessi diventeremmo felici. Ci sveglieremmo un giorno e ci renderemmo conto di star bene senza nemmeno saperne il motivo. E’ uno dei paradossi: meno pensiamo a noi stessi, più pensiamo ad altri e più saremo felice. Più saremo ossessionati dalla nostra felicità senza preoccuparci minimamente degli altri e  più infelici renderemo noi stessi e tutti quello che ci circondano.

Ci sono così tante cose che possiamo fare. Prima di tutto iniziamo con il cercare di rendere felice chi ci sta vicino. Questa è la nostra sfida! E’ molto più facile sedersi e pensare “Possano tutti gli esseri in ogni luogo stare bene ed essere felici!”. Com’è possibile che quando pensiamo a quei cari canguri, opossum e wallaby che saltellano, gli occhi ci si riempiono di lacrime ma quando nostra madre ci chiede di lavare i piatti quando noi avevamo programmato di uscire, noi ci arrabbiamo? Anche nostra madre è un essere senziente, il nostro compagno è un essere senziente, i nostri figli sono esseri senzienti e lo sono davanti ai nostri occhi. È a loro che dobbiamo augurare di stare bene e di essere felici.

Secondo la tradizione tibetana, quando si medita su tutti gli esseri senzienti, nostro padre siede alla nostra destra, nostra madre alla nostra sinistra e i nostri nemici si trovano di fronte a noi. Poniamo tutte queste persone che non amiamo proprio di fronte a noi, seguiti poi dai nostri famigliari e amici. Questo è molto utile perchè ci ricorda che non ci sono solo esseri senzienti qualunque al mondo – quelle piccole macchie all’orizzonte – quelli che contano veramente sono le persone con cui abbiamo a che fare in questo momento. Sono le persone con cui stiamo parlando – persone che frequentiamo o con le quali abbiamo un legame karmico. Che queste persone ci piacciano o no, sono essere senzienti che desiderano essere felici ed è nostra responsabilità renderli felici.

Ritorniamo al primo argomento che abbiamo trattato e cioè il senso di connessione profonda con la famiglia, la società e poi con la nostra cultura. Questo è molto importante. Dobbiamo trovare un equilibrio fra l’essere totalmente soggetti alle restrizioni parentali e sociali e l’essere talmente liberi da non essere più legati a niente. Per fare ciò è necessario  trovare un centro all’interno del nostro essere. Solo allora potremo iniziare ad irradiare gli esseri che ci sono vicini. Non ci sentiremo più soli  perchè sapremo che ad un livello più profondo c’è una connessione tra noi e questi esseri. Non ci preoccuperemo più di cosa la gente possa dire sul nostro conto; saremo unicamente concentrati su come essere di beneficio agli altri esseri.

La società è diventata talmente distorta. Non ci dà ciò che ci aveva promesso. Non ci dà la felicità eterna o la semplice gioia. Ci causa invece un senso di disperazione, separazione, frustrazione, un desiderio insaziabile ed una grande vuoto dentro che non può essere mai colmato. Molti hanno la sensazione che niente abbia più un senso e si abbandona completamente alla disperazione. C’e così tanta depressione – guardate quante persone sono in cura con il Prozac. I tibetani non ne hanno nemmeno mai sentito parlare di cose come il Prozac.

Ci sono così tante cose che possiamo fare.
Prima di tutto iniziamo con il cercare
di rendere felice chi ci sta vicino.
Questa è la nostra sfida.

Dunque spetta a noi. Nessuno può farlo per noi. Siamo tutti responsabili delle nostre vite, di trovare il centro delle nostre vite e di orientarle verso la giusta strada. Ci sono i metodi per farlo ma solo noi possiamo applicarli. Quando c’è chiarezza nella nostra mente, quando vediamo veramente le cose con chiarezza, allora ogni cosa quadra. Allora diventa ovvio ciò di cui abbiamo bisogno. Ma nessuno può farlo al posto nostro. E’ come nuotare contro corrente. La società segue la corrente verso le paludi, scorre verso le terre deserte della disperazione. Se seguiamo quella direzione, quello sarà il luogo dove naufragheremo. Per cui dobbiamo nuotare contro corrente anche se è molto faticoso. Andremo nella direzione opposta a quella seguita da tutti ma stranamente questo non ci alienerà.

In qualche modo, una volta che abbiamo trovato un centro all’interno di noi stessi, ci sentiremo connessi a tutti gli esseri che ci circondano, intimamente legati nel profondo. Quando siamo in grado di indirizzare la nostra vita verso la giusta direzione, allora potremo essere d’aiuto per essere di guida anche agli altri. Attrarremo persone con una mente simile alla nostra che stanno iniziando a porsi domande sull’ethos (insieme delle aspirazioni, principi e valori della società). Presto potremo gioire della collaborazione e dell’amicizia di molti simili.

Il Buddha lodava molto l’amicizia. C’è un dialogo curioso nei Sutra dove Ananda, il servitore del Buddha, gli dice: “Penso che le buone amicizie siano metà del cammino spirituale” e il Buddha risponde: “Non dirlo, Ananda. Le buone amicizie sono l’intero cammino spirituale”. L’amicizia con esseri senzienti che ci sono di sostegno, comprensivi ed utili è molto importante. Nella nostra vita mentre seguiamo questo nuovo cammino spirituale, queste persone ci verranno incontro. Saranno attirate come magneti.

Domande:

D: Ho una domanda sull’uso della parola “mezzi di comunicazione”. Hai usato l’espediente della generalizzazione  con riferimento ai mezzi di comunicazione come forze tendenzialmente negativa. Mi domando comunque se il termine “mezzi di comunicazione pubblicitaria” potrebbe essere una buona aggiunta a quello poiché il fine dei media di per sé non è esclusivamente di guidare le persone lontano dal “seguire il flusso contro corrente”:  ci sono per esempio molte esperienze mediatiche che ti conducono ad una realizzazione.

R: Naturalmente, questo è vero. Per esempio nel giornalismo ed in televisione, ho visto parecchie cose molto belle, fonte d’ispirazione e utili. Ma la tendenza generale – un buon 90%, 95% dei mezzi di comunicazione – si basa sul promulgare questa coscienza consumistica. Sicuramente al loro interno ci sono persone buone, responsabili e dedicate che scrivono e producono cose splendide ma questi tendono ad essere travolti dalla valanga di tutte le altre cose che la gente vende per la maggiore. Ecco il problema! Accendi la tele e la maggior parte dei suoi programmi è incredibile spazzatura! Penso che una persona lo possa comprende meglio se viene dal di fuori. Non abbiamo una televisione in monastero in India e non vado al cinema, non ascolto la radio e di solito non leggo nemmeno i giornali. Per questo non siamo inondati ogni giorno dai mass media.  Il provenire da un luogo del genere, ci permette di vedere chiaramente. Siamo allora in grado di capire quanto sia spaventoso lo standard e le menzogne che sono propinate al pubblico in generale.

D: Una delle cose più difficili nel mio lavoro è di cercare di staccarsi dal pensiero rivolto verso a come le persone si comportano nei confronti del resto del mondo e ritornare alle origini. Ma questo processo sembra non avere mai fine. Poi improvvisamente, trovi una qualche causa e ti sale una rabbia incredibile: le persone oppongono resistenza. Percepiscono che i loro problemi, le loro idee sono così vere e così reali.

R: Sono sicura ci siano tante persone di quel genere. Dobbiamo solo stabilire un contatto. Ci aggrappiamo ai nostri pregiudizi, alle nostre idee e opinioni, pensiamo che siano ‘me’ e ‘il mio’, sostengono l’Io. Tuttavia, se eliminiamo le opinioni ed i giudizi dell’Io, dov’è l’Io? Perchè quello è ciò che sono – sono una persona che crede in questo e quello e quando demoliamo questo e quello, non abbiamo nessun altro luogo dove stare. Per questo la gente le difende a spada tratta. Perciò, è molto importante, come dicevo prima, ritornare alle origini, ricominciare dal punto d’inizio e cercare di aiutare le persone a seguire un’altra direzione.
(Insegnamento di Tenzin Palmo)

Tenzin Palmo
E” una donna inglese che ha vissuto per dodici anni in una grotta in solitudine e si e’ dedicata alla pratica spirituale  e alla meditazione….e’ diventata monaca buddhista ed h aaperto un monastero per donne in
India….
il sito:

http://tenzinpalmo.com/tenzin_palmo/biography.htm

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La funzione della mente è contrastare il mutamento, che è nelle cose,  nei pensieri, cioè il dolore.
Essa, la mente, salva dal mutamento ogni oggetto delle sue cognizioni,
conserva dal mutamento le cose che non ci sono più.
Il ricordo, (se non ci fosse la memoria,  i fenomeni impazzirebbero),  conserva nel mutamento l’identità dell’oggetto di cui ha conoscenza.
Le cose impazzirebbero,  senza un senso,  senza un nesso,  un flusso incessante,  privo di identità.
La mente salva dal nulla questa produzione incessante di momenti stati.
In essa ogni atto permane in conformità della sua natura illusoria.
Proprio perchè illusoria la mente, è il gioco del divenire, divenire altro.
E’ illusoria la vista,  i suoni ecc.  ma è anche creativa,  questa mente.
Illusoria e creativa, la mente si sottrae all’evidenza del cambiamento.
E’ evidente che tutto cambia,  la mente si sottrae a questa evidenza.
Questa evidenza è di fatto resa impossibile nel perdurare della conoscenza del passato.
Se l’impermanenza è reale l’impermanenza implica che il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora…
Invece il futuro c’è in ogni attimo, in ogni atto perchè c’è l’aspettativa.
Senza memoria non riconosciamo le persone, le cose, il corpo, ecc.
E’ impossibile che nell’ORA e QUI non ci sia aspettativa ed insieme il passato.
Questo c’è perchè c’è il confronto, l’identità, il riconoscimento.
Il futuro è sempre mente; l’attenzione nel qui e ora è già aspettativa.
In questa vita niente si perde, se questa mente esiste, impossibile separare nella mente un atto dal suo passato e dal suo futuro; passato e futuro è sempre mente.
L’impermanenza è l’inganno, sembra così reale, ma non c’è niente in essa che sostianzialmente sorga o cessi, quello che non vediamo è l’eterno essere dipendente, eterno ESSERCI.
(Lobsang Sanghye)

Libri – Bibliografia sulla mente

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<Come trovare le felicità>

(di Swami Kriyananda)

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Eccovi un ispirante articolo di Swami Kriyananda, pubblicato da uno dei principali quotidiani indiani. Swami ci parla di uno dei principi chiave degli insegnamenti di Yogananda, che egli stesso ha messo in pratica in modo esemplare nella sua vita e che sta dimostrando anche adesso, nonostante le difficili prove che il suo corpo si trova ad affrontare: la felicità non dipende dalle circostanze, ma è uno stato mentale; ancor di più, è la nostra vera natura, la beatitudine divina della nostra anima. Buona lettura!)

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C’è una storia classica e ben conosciuta, di un contadino il cui asino si rifiutava di tirare un pesante carretto. Il contadino risolse il problema attaccando un bastone alla testa dell’asino e appendendo una carota all’estremità di quel bastone. L’asino si sforzò con tanta energia, ma senza mai riuscirci, di raggiungere la carota. Non notò neppure il carretto che nel frattempo si trascinava dietro, con il suo pesante carico.

Quanto assomiglia a quell’asino la maggior parte della gente, mentre si sforza di raggiungere la “carota” della felicità! Quella carota non potrà mai essere raggiunta tramite i sensi. La felicità è uno stato mentale, non una cosa. Un mio amico indiano mi disse molti anni fa, a San Francisco: «Mi diverte sentire gli Americani che deridono ogni tipo di superstizione, quando loro stessi sono immersi nella superstizione più grande di tutte. Non posso immaginare una superstizione più grande di questa: il pensiero che la felicità, che è uno stato mentale, esista in oggetti inanimati!». Le persone si sforzano di raggiungere ciò che non può essere raggiunto, trascinandosi dietro, nel frattempo, un carretto pieno di affanni e preoccupazioni!

La via per trovare la felicità è sorprendentemente semplice. È questa: essere felici!

C’è una storia che viene dal Maine, uno degli stati americani, e che parla del “brontolone” di una piccola cittadina. Ogni cittadina ne ha uno, anzi, ovviamente non solo uno, ma di solito c’è una persona conosciuta in particolare per il suo brutto carattere e per la sua incapacità di godersi qualunque cosa. Quest’uomo si lamentava quando un cane attraversava il suo prato; urlava quando un bambino si avvicinava troppo alle sue aiuole; brontolava con i vicini che parlavano ad alta voce o ascoltavano la radio a volume troppo alto; protestava se il treno che lo portava al lavoro era in ritardo; trovava da ridire su ogni minimo dettaglio con i colleghi d’ufficio; e infine, almeno ci si immagina, commentava stizzito le notizie che sentiva alla radio una volta tornato a casa la sera, prima di crollare sul letto e di essere tormentato dagli incubi!

Be’, un giorno, dopo anni di questo atteggiamento da brontolone, un bel mattino quello stesso individuo se ne uscì di casa saltellando, salutò allegramente con la mano alcuni bambini che stavano andando a scuola, augurò ai vicini una splendida giornata, fu un raggio di sole in ufficio per tutto il giorno e telefonò perfino a qualcuno per condividere con lui una buona notizia che aveva appena sentito alla radio quella sera! I suoi concittadini osservarono questo cambiamento nel suo modo di comportasi per un’intera settimana, meravigliandosene. Alla fine, non poterono più sopportare la suspance. Un gruppo di loro gli fece visita e gli chiese: «Ma che diamine ti è successo?».

«È molto semplice» rispose l’ex “brontolone”. «Per anni ho continuato ad aspettare qualcosa che mi rendesse felice. Alla fine sono giunto alla conclusione che niente mai lo farà. Così ho deciso di essere felice comunque!».

La felicità è autogenerata. Dipende dal proprio atteggiamento mentale. La base della felicità, inoltre, è il semplice fatto che la realtà più profonda della nostra stessa natura è Satchidanandam: sempre esistente, sempre cosciente, sempre nuova gioia, come disse il mio Gurudeva nella sua rielaborazione della classica espressione di Adi Swami Shankaracharya. Tu hai già la beatitudine. Perché dunque non decidi, da oggi in poi, di vivere in beatitudine?

Guido da Todi – Lista Sadhana yahhoo.it

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mudra
Qui ed ora. La maggiore difficoltà quando si comincia a praticare qualsiasi tipo di meditazione è la frenetica attività della mente.  Non appena ci si siede a occhi chiusi i pensieri prendono il sopravvento…

Quando cominciamo a meditare ci accorgiamo di vivere immersi in una corrente ininterrotta di pensieri, che si presentano indipendentemente dalla nostra volontà, uno dopo l’altro, in rapida successione.
All’inizio della pratica della meditazione seduta, l’attività dei pensieri distrae continuamente l’attenzione dal compito primario che ci siamo proposti e cioè l’osservazione del respiro.

Per dare continuità e impulso alla meditazione dovremo continuare a ricordarci di ritornare al respiro, quali che siano i pensieri che hanno assorbito la mente in quegli istanti. I pensieri si susseguono nella nostra mente per lo più al di sotto della soglia della consapevolezza, fino al momento in cui, improvvisamente, ci accorgiamo che non stiamo più osservando il respiro e non sappiamo nemmeno da quanto tempo.

A quel punto ti dici:”Va bene ora torno ad osservare il respiro e lascio andare i pensieri che ho in questo momento, qualsiasi essi siano”.

Cerchiamo di trattare i pensieri come dotati dello stesso valore, indipendentemente dal loro contenuto, semplicemente come eventi che si presentano nel campo della nostra consapevolezza, tenendo presente che lasciarli andare non significa reprimerli.

Può essere molto liberatorio renderti conto che i tuoi pensieri sono semplicemente pensieri e non sono ‘te’, né tantomeno la realtà: per esempio, se pensi di dover fare certe cose durante la giornata e non lo riconosci semplicemente come un pensiero, crei con ciò una realtà che ti può opprimere, costringendoti a fare tutte quelle cose.

Il solo fatto di riconoscere i tuoi pensieri come tali, ti libera dalla realtà distorta che possono creare e ti consente di gestire la tua vita con maggiore fluidità.

Questa liberazione dalla tirannia della mente pensante nasce spontaneamente dalla pratica della meditazione, mano a mano che la mente è meno identificata con il contenuto dei pensieri aumenta la sua capacità di concentrazione e calma. Ogni volta che riconosciamo un pensiero come tale e ritorniamo all’osservazione del respiro rafforziamo la consapevolezza e impariamo a conoscerci e ad accettarci di più, non come vorremmo essere, ma proprio così come siamo.

(Giancarlo Giovannini – tratto da Lista Sadhana – Yahoo )

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Amare è essere  Amore, integralmente.

Amare è completa percezione dell’unità della mente: piena consapevolezza che ogni percezione è la mente che percepisce se stessa.

Amare è consapevolezza che il mondo percepito è interiore, perché accade nella mente. La fantasia che il mondo “esteriore” è veramente tale è una patologia del non Essere Amore.

Amare è piena consapevolezza dell’unità della Totalità. L’Amore è veritiero e non può esserci al cospetto di falsa percezione, esperienza di divisione. L’unità è sempre, percepire la (presunta) separazione significa celarsi l’Amore. Quando c’è Amore non c’è chi Ama qualcosa o qualcuno, c’è solamente Amore, piena consapevolezza dell’Uno Totale.

Amare è piena consapevolezza che il prossimo è parte di se stessi. Ciò che percepiamo e definiamo il prossimo appare in noi stessi (individuo). Il prossimo (altro processo individuale) fa parte di Se stessi Totalità e scaturisce da Se Stessi Realtà.

Amare non è solo piena consapevolezza che il conosciuto è uno con il conoscitore. Essere Amore è eguaglianza del conosciuto e del conoscitore.

Amare è compiuta conoscenza di se stessi: integrale conoscenza del sé di sé.

Amare è pura Conoscenza di essere esente da pensieri[1].

Amare è Equilibrio, non equilibrismo.

Amare è Pace della pura percezione di essere. I conflitti sono segnali di mancanza di Amore.

Amare è totale difetto di emozioni diverse dall’Amore.

Amare è assenza di sforzo.

Amare è la forza dei Forti, la forza è l’arma dei deboli.

Amare è la Forza della Pace: dove c’è Amore non c’è bisogno di forze di pace.

Amare è consapevolezza che in Realtà nessuno nasce e nessuno muore. È consapevolezza dell’illusorietà della vita temporale e della Realtà di Quella Eterna. Chi Ama costantemente ha sconfitto la morte, consapevole che la Reale Identità Sussiste Immortale.

L’Amore È la risposta prima al puro percepirsi: Essere Amore è percepirsi integralmente senza immaginarsi.

L’Amore è vero, non pio.

Amare è Verità. Nell’essere Amore la mente scopre la Verità oltre ogni parola.

L’Amore è la base di tutte le emozioni e nemmeno le più nocive possono alcunché all’Amore. Impediscono all’Amore di illuminare la vita, ma non possono esserci senza le Sue fondamenta.

L’Amare implica il Discernere il Reale (Reale Identità) dall’irReale (Manifestazione). Percepire l’universo come (se fosse) Reale impedisce di Amare.

L’Amare è contraddistinto dalla consapevolezza di essere (lui stesso) un’illusione e che soltanto la sua Origine (Reale Identità) è Reale.

L’Amore è uno: c’è soltanto una forma di Amore.

L’Amore è la forma in cui appare ogni altra forma.

L’Amare esclude l’identificazione con il finito e l’ignoranza riguardo all’Infinito.

Amare significa percepire il mondo nella sua sostanza, profondamente: come parte di sé individuo e di Sé Totalità e come emanazione di Sé Realtà.

Amare è affrancamento da proiezioni e pregiudizi: le constatazioni dell’Essere Amore sono le più obbiettive.

Amare è libertà dall’inquinamento emotivo – concettuale collettivo. Essere Amore è la condizione base per essere un vero libero pensatore, libero di pensare affrancato da tutto.

Amare è totale assenza di paure. I timori non trovano spazio nel regno dell’Amore. La paura è l’opposto dell’Amare. Le paure indicano che c’è identificazione con il corpo fisico, massima forma di finito. L’Amore è invece piena consapevolezza riguardo all’Infinito.

L’Amare non conosce attaccamento: consapevole della Realtà non può essere in alcun modo scosso dall’irReale.

Amare significa essere guaritore dell’umanità intera senza immaginarsi salvatore: medicare il prossimo con l’Amore è una spontanea espressione dell’Amare.

L’Amare stimola automaticamente (anche senza proferir parola) il prossimo a volgersi verso l’Origine per permearsi interamente di Amore e scoprire che in Realtà La è (non come individuo, come Realtà).

L’Amare reindirizza il cercare da dove non c’è nulla da trovare (presunto mondo “esteriore”) a dove si è Amore (inizio della percezione di sé). Quando si ricerca adeguatamente, si trova l’Amore anche nel mondo (ma non nel modo) in cui prima si cercava senza trovarlo, perché immaginando che si trattasse di un mondo veramente esteriore, si impediva all’Amore di convertirlo integralmente.

L’Amore non può illuminare subito la stanza le cui finestre sono chiuse, ma (dalla porta dell’attimo presente) entra in ogni stanza e prima o poi vi sboccia Luce.

Il linguaggio dell’Amore è uno e in potenza compiutamente comprensibile a tutti. Non tutti vogliono però udirlo, trincerati nel loro ricercare Amore in modo errato, nella sofferenza, nell’autocommiserazione, nell’autopunizione, nel conflitto…, magari dedicandosi pene d’inferno perché immaginano di non meritare il Paradiso o perché fantasticano che si tratta della via verso il Paradiso.

Essere Amore è Essere il Paradiso. Non esserLo è saliscendere continuamente tra inferno e purgatorio.

Il messaggio dell’Amore è comprensibile da tutti i cuori aperti a farlo proprio. L’intelletto rigido e il cuore duro sono zone d’ombra destinate a rimanere analfabete del linguaggio dell’Amore.

Il linguaggio dell’Amare è universale, non solo mondiale, ma rarissimi Lo esprimono, essendoLo. L’analfabetismo verbale è praticamente nullo rispetto all’ignorare il linguaggio dell’Amore. Rarissime le zone franche, le menti che sono integralmente Amore.

Vedere il mondo nella Luce dell’Amore è Naturale. L’Amore è la sostanza dell’universo, ma raramente il mondo è percepito come Amore. Percepirlo così può sembrare addirittura un evento eccezionale. Lo è perché raro, non perché innaturale o sovrannaturale.

L’Amore è la risorsa mondiale numero uno. Senza Questo Capitale non ci sarebbe il mondo. L’Amore è una ricchezza inestinguibile, ma rari trivellano abbastanza a fondo il sé per farLo emergere e irrorare il sé. Ignari del Capitale in loro, per accumulare averi stimolano conflitti, malvagità, odio, rancore, invidia, miseria… Miserabili, potrebbero scoprire di essere (in Verità) la Totalità e invece si dannano per avere qualcosa, che anche se può sembrare tantissimo è irrisoria cosa rispetto al Tutto.

La ragione primaria della povertà del e nel mondo è l’indigenza di Amore. Il mondo potrebbe essere compiutamente Amore, “basterebbe” che l’umanità cercasse la sua Ricchezza nel modo giusto. La Ricchezza dell’Amore stimola ulteriore Ricchezza. La ricchezza che crea miseria è invece miserabile come quelli che la creano e possiedono.

Trasformarsi nel Regno dei Cieli in terra è il modo migliore per contribuire alla realizzazione di un mondo dove Regna l’Amore.

Cambiate mente, poiché è vicino il regno dei cieli.[2]

Giovanni il Battista

Cambiate mente, il Regno è più che vicino. È proprio qui, ora. Togliete i veli dell’immaginazione e Lo scoprirete, Lo sarete.

Parole di un figlio che si è Riconosciuto Padre

[tratto da http://www.andreapangos.it/amare_amore_essere_amore.html%5D

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