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Posts Tagged ‘Felicità’

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photo by Carlos Almeida

Consapevoli che la vera felicità si fonda sulla pace, la stabilità, la libertà e la compassione, siamo determinati a non porci  come scopo della vita la fama, il profitto, il benessere o il piacere sensuale,  a non accumulare ricchezza, mentre ci sono milioni di esseri che hanno fame e muoiono.  Ci impegniamo a vivere con semplicità e a condividere tempo,  energia e risorse materiali con chi ne ha bisogno.  Praticheremo il consumo consapevole, non usando alcol, droghe o altri prodotti  che introducano tossine in noi stessi, così come nel corpo e nella coscienza collettivi.

(Thich Nhat Hanh)

Thich_Nhat_Hanh

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001-89

Obiettivo felicità
Nell’era della globalizzazione il modo migliore per farsi i propri interessi è interessarsi agli altri. Perché l’altruismo ci farà bene.
Intervista di Piero Verni
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Guerre religiose, terrorismo internazionale, scontro tra civiltà, globalizzazione, espansione della superpotenza cinese. Il Dalai Lama, leader in esilio del popolo tibetano, per la sua particolare posizione di capo politico e spirituale si trova in questo periodo al centro di molte delle grandi questioni internazionali. In questa intervista spiega la sua posizione, la sua ricetta e le sue speranze per il 2004.

Afghanistan, Iraq, terrorismo; legittimità della guerra preventiva ed esportazione della democrazia con le armi. Qual è l’opinione del Dalai Lama su questi temi così caldi?
“Il terrorismo è un problema gravissimo, il principale problema di questi giorni. E certo dobbiamo trovare dei metodi per contrastarlo. Ma reagire alla violenza con altra violenza non mi pare una buona soluzione. È difficile che da una simile scelta possano derivare degli effetti positivi.
Quando parliamo di terrorismo dobbiamo anche comprendere cosa c’è alla base di scelte così estreme. A me pare che per lo più vi siano degli atteggiamenti di paura, di ostilità preconcetta, di disadattamento, le cui cause possono essere molteplici. Ma quali che siano, reagire a tutto ciò con un’altra violenza non credo possa portare a una soluzione effettiva del problema. Anzi, il più delle volte innesca una spirale del terrore che non è di alcun beneficio. Ovviamente mi rendo conto che solo l’amore e la compassione non sono sufficienti, ma bisogna impostare un lavoro serio per far fronte al terrorismo. Ma dovremmo cominciare a cambiare prospettiva e mettere al centro delle nostre azioni l’idea del dialogo, della non violenza, della riconciliazione. Non bastano nemmeno le dimostrazioni, le proteste, ma si deve fare qualche cosa di concreto ed effettivo che dia corpo a queste idee”.

Vale a dire?
“Impegnarsi per mettere in pratica queste idee nei nostri comportamenti quotidiani, far diventare noi stessi, le nostre azioni, un’alternativa credibile. Essere un esempio concreto del fatto che esiste una via d’uscita che non sia la guerra o gli attentati. Non si può continuare in questa spirale di violenze contrapposte: è indispensabile creare un clima di fiducia reciproca e fare ogni sforzo per riuscire a risolvere i grandi problemi politici ed economici che sono sull’agenda della politica internazionale in una dimensione pacifica, di reciproco rispetto e tolleranza. Così, forse, riusciremo a superare i sentimenti di collera e di odio che purtroppo oggi si manifestano con questa allarmante frequenza”.

È quella “Politica della Gentilezza” di cui lei parla da molti anni?
“Che ci piaccia o meno abitiamo tutti sullo stesso pianeta e facciamo tutti parte della medesima famiglia umana. Europei o asiatici, americani o africani, ricchi o poveri, uomini o donne, credenti o non credenti. In ultima analisi ognuno di noi è un essere umano come tutti gli altri. E tutti noi, tutti gli esseri umani, desideriamo essere felici e non provare dolore. E tutti possediamo l’identico diritto a questa felicità, a questa assenza di dolore. Fino a pochi decenni or sono, esistevano delle nazioni che potevano vivere in parziale o totale isolamento. Oggi non esistono più. Sotto ogni aspetto, politico, economico, culturale, ecologico. Quello che avviene in una determinata parte del mondo, magari remota e poco accessibile, si ripercuote subito in tutto il pianeta. Le informazioni viaggiano alla velocità della luce, radio, televisioni, mass-media, Internet le trasmettono in un baleno ovunque… È il villaggio globale o, se preferisce, la teoria dell’interdipendenza buddista: tutto quello che noi facciamo interagisce con gli altri e tutto quello che fanno gli altri interagisce con noi. Quindi in questa situazione di interdipendenza il modo più conveniente di fare i nostri interessi è di avere presenti anche quegli degli altri. In questo contesto ritengo che si debba fare ricorso alla compassione, all’altruismo, all’amore che sono i migliori strumenti per operare nel mondo e per il mondo la “Politica della Gentilezza”.

Lei parla di egoismo ed altruismo come chiavi per capire e affrontare il presente, compresa la grande politica internazionale. Non è un po’ semplicistico?
“L’egoismo è una delle malattie peggiori dei nostri tempi. Ci rende il cuore piccolo e crea le condizioni per una vita peggiore per noi e per gli altri. Questo non lo dovremmo dimenticare mai. La compassione, l’altruismo, il buon cuore non sono unicamente nobili sentimenti di cui trae vantaggio il nostro prossimo. Sono stati mentali, condizioni mentali di cui beneficiamo anche noi stessi. Una persona altruista e compassionevole è in genere una donna o un uomo più felice, più sereno. Del resto è la stessa scienza a sostenerlo, non solo i lama del Tibet. In questi ultimi anni ho avuto modo di parlare con molti scienziati e tutti mi hanno detto che coloro che vivono un’esistenza basata su tali sentimenti sono di solito anche individui più sani da un punto di vista fisico perché le tensioni prodotte da un eccesso di competitività, che a sua volta si basa su di una prospettiva egotica, sono dannose sia per il corpo sia per la mente”.

Torniamo al terrorismo: spesso è di matrice religiosa…
“Il buddismo, il cristianesimo, l’Islam, tutte le vie spirituali hanno il medesimo fine: essere uno strumento a disposizione degli esseri umani per raggiungere la felicità, la pace interiore e l’armonia. Quando invece, in nome di un’ideale religioso, si persegue l’odio, l’intolleranza, si perseguita il diverso, colui che non la pensa come te, credo che non ci sia più alcuna traccia di spiritualità in queste idee e di religioso sia rimasto solo il nome. Quando agiscono in questo modo, un modo che non ha alcun punto di contatto con l’autentica spiritualità, allora le religioni sono veramente, come diceva Karl Marx, una sorta di oppio dei popoli…”.

Fa un po’ specie sentire il Dalai Lama che cita Marx…
“Un conto è il marxismo e un conto sono le differenti forme di comunismo che si sono realizzate concretamente. Certo, alcune teorizzazioni del marxismo come la concezione del partito unico e della dittatura del proletariato mi trovano contrario in quanto sono un convinto assertore della democrazia e dei diritti civili. Così come sono in completo disaccordo con l’uso della violenza intesa come strumento per portare avanti la lotta di classe. Però vi è un aspetto del marxismo a cui, come dire, mi sento piuttosto vicino: l’aspirazione a una certa uguaglianza degli esseri umani, l’idea che tutti dovrebbero avere almeno una condizione economica dignitosa, che esista un livello di povertà e indigenza sotto il quale non si dovrebbe mai scendere. E l’idea che, per realizzare tutto questo, chi ha molto dovrebbe sacrificare parte delle sue ricchezze per dare a chi non ha nulla. Trovo che vi sia qualcosa di etico in questa attitudine. Qualcosa di etico che ha delle consonanze profonde con il buddismo Mahayana e con il mio personale modo di sentire. Ovviamente questa eticità viene calpestata se, in suo nome, si compiono violenze e privazioni delle libertà e dei diritti umani dei popoli e delle persone, se in suo nome si uccide, si tortura, si opprime, come purtroppo è avvenuto in molte occasioni in cui i partiti comunisti sono andati al potere”.

Che cosa pensa della politica dell’amministrazione Bush che ritiene, in accordo con l’ideologia neo-conservatrice, che la superpotenza Usa debba svolgere un ruolo guida nel mondo?
“Parlando in generale dobbiamo ammettere che oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza rimasta e quindi hanno delle maggiori responsabilità. Certamente l’America non è uno Stato dittatoriale. Ha un governo eletto democraticamente e da sempre la democrazia fa parte dello stile di vita degli americani, quindi credo che l’America abbia una grande responsabilità da questo punto di vista. Certo non sempre i governi americani compiono le scelte migliori ma questo fa parte della dimensione democratica. C’è anche la libertà di sbagliare (ride)”.

Qual è la sua opinione sul fenomeno della globalizzazione, che tante critiche sta suscitando nel mondo, specialmente nel Terzo mondo?
“Se con il termine globalizzazione intendiamo che questo pianeta è divenuto più piccolo e, ad esempio, ci vestiamo tutti nello stesso modo e tante cose sono divenute universali, beh, non mi sembra che in questo ci sia niente di tragico o particolarmente sbagliato. Ma quando globalizzazione significa che dei poteri economici forti si espandono a danno delle economie dei paesi più piccoli e meno potenti, allora la trovo assolutamente sbagliata e pericolosa. Il dominio di pochi gruppi economici è un vero errore. Credo che ogni nazione, ogni individuo dovrebbe avere la possibilità di sviluppare liberamente la propria economia. Quindi, questo secondo tipo di globalizzazione, dovrebbe essere contrastata perché, anziché diminuirlo, accresce sempre più il divario tra ricchi e poveri. È una situazione malsana. Perfino all’interno di una stessa nazione a volte accade una cosa del genere. I grandi gruppi strangolano quelli piccoli. Quando le differenze economiche crescono oltre misura, siamo davanti non solo a un qualcosa di sbagliato dal punto di vista morale, ma anche a una situazione che a livello sociale sarà prima o poi fonte di ogni sorta di problemi. Anche nella vita economica, come in quella interiore, dovrebbero esserci equilibrio ed armonia”.

In Europa sembra montare un senso di allarme, perfino di paura, nei confronti del crescente potere – soprattutto economico – della Cina. Lei ritiene giustificati questi timori?
“La Cina è la nazione più popolosa del mondo. Mi sembra che, insieme ai notevoli cambiamenti economici che sono avvenuti nell’ultimo decennio all’interno della Repubblica Popolare Cinese, oggi nella società civile di quel paese cresca una domanda di maggiori libertà. E credo che anche la stessa leadership cinese, molto consapevolmente, voglia andare verso quella direzione… E questo mi sembra uno sviluppo positivo. Ritengo che anche loro sappiano bene che per un regime autoritario non c’è futuro, però hanno paura che dei cambiamenti troppo repentini possano determinare una situazione di caos, di disordine come nella ex Unione Sovietica. O, peggio ancora, che si possa giungere a un vero e proprio bagno di sangue. Quindi penso che un approccio cauto al cambiamento sia giusto, comprensibile”.

A proposito di incontro tra Asia ed Europa, un altro fenomeno evidente è la diffusione in Occidente del buddismo. Quali differenze e quali analogie vede tra buddismo e cristianesimo?
“La maggior differenza tra buddismo e cristianesimo risiede nella concezione di un Dio creatore, assolutamente fondamentale nel cristianesimo. Tutto l’orizzonte di questa religione si fonda sul concetto di un Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Il concetto di Dio, e dell’obbedienza dell’uomo a Dio, permea l’intera struttura spirituale del cristianesimo. Invece il buddismo pone l’accento sulla sofferenza insita nella condizione umana e sui mezzi per poterla prima alleviare e infine superare definitivamente tramite l’Illuminazione interiore. Potremmo dire che il concetto di Illuminazione sta alla base della concezione buddista così come quello di Dio sta alla base del cristianesimo. Sembrerebbe quindi che non si potrebbero immaginare due vie spirituali più distanti. Eppure, se andiamo oltre questa constatazione di massima, vediamo che invece vi sono anche moltissime analogie, profonde similitudini…”.

Per esempio?
“L’idea cristiana dell’amore universale è per molti versi assolutamente simile alla compassione buddhista. In un certo senso la figura di Gesù che scende sulla Terra assumendo un corpo di uomo e si sacrifica per l’umanità affrontando, proprio in quanto essere umano, tutti i dolori e le sofferenze peculiari di questa condizione non può non considerarsi come una rappresentazione dell’ideale del bodhisattva che rinuncia all’Illuminazione per vivere nel mondo per il beneficio dell’umanità. I bodhisattva infatti si reincarnano come uomini e in quanto tali sono sottoposti a tutte le limitazioni della condizione umana”.

Quali sono le speranze del Dalai Lama per il 2004?
“Riguardano principalmente tre ambiti. Il primo è quello di promuovere i valori umani, il secondo l’ armonia religiosa e in questi due ambiti sono molto ottimista. Il terzo è la questione tibetana e anche per questa, nel lungo periodo, sono ottimista. Nell’immediato però, le cose non vanno per niente bene, si potrebbe perfino perdere ogni speranza. Ma se guardiamo le cose da una prospettiva più ampia, proprio per quello che le ho appena detto della Cina, mi sembra di poter vedere che le cose potranno cambiare e imboccare finalmente la giusta direzione”.

Fonte  http://www.followingdalailama.it

Bibliografia
Dalai Lama, Howard C. Cutler – (2009) – L’arte della felicità
Dalai Lama – (2007) – La via dell’Amore
Dalai Lama – (2003) –  La vita, l’Amore e la Felicità

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Silenzio

foto by Eduardo Heleno

<Come trovare il proprio “Luogo Segreto”>

(di Emilie Cady)

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Non è necessario essere ansiosi o aver fretta di ottenere una completa manifestazione. Non perdiamo mai di vista il fatto che il nostro desiderio, grande che sia, non è altro che il desiderio di Dio in noi. “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv. 6,44). Il Padre in noi desidera rivelarci il segreto della Sua presenza, altrimenti non avremmo mai avuto alcun desiderio di conoscere il segreto, o la Verità.

DIO VI STA CERCANDO

Sappiate ora e per sempre che non siete voi a cercare Dio, ma è Dio a cercare voi. Il vostro anelito a manifestare cose più grandi è l’eterna energia che mantiene i pianeti nelle loro orbite, che promana attraverso di voi per manifestarsi in maniera più completa. Non c’è bisogno di aver paura. Non c’è bisogno di essere ansiosi. Non c’è bisogno di lottare. Lasciate soltanto che sia. Imparate come lasciare che sia.

Dopo tutto il nostro tergiversare, cercando qua e là il desiderio del nostro cuore, dobbiamo andare direttamente da Colui che è l’appagamento di ogni desiderio; che attende di manifestarsi sempre più a noi e attraverso di noi. Se voleste il mio amore, o qualsiasi altra cosa che sono (non che ho), non andreste a prenderlo da Tom Jones o da Mary Smith. Entrambe queste persone potrebbero dirvi che io posso e voglio darvi me stessa, ma dovreste venire direttamente da me per ricevere ciò che soltanto io sono, perché lo sono.

Dopo tutte le nostre ricerche per trovare la Luce e la Verità, dobbiamo in qualche modo imparare a porci in attesa di Dio, ognuno per conto proprio, per ottenere l’intima rivelazione della Verità e della nostra unità con Lui.

La luce che vogliamo non è qualcosa che Dio ci deve dare; è Dio stesso. Dio non ci dà vita o amore come cose. Dio è vita e luce e amore. Ciò che tutti noi vogliamo è, perciò, avere sempre più Lui nella nostra consapevolezza, a prescindere da quale altro nome possiamo dargli.

Il potere di cui vengo investita deve giungere “dall’alto”, da un luogo, all’interno di me, più elevato rispetto alla mia attuale mente cosciente; e così deve essere anche per voi. Deve trattarsi di una discesa dello Spirito Santo (ossia lo spirito completo, integro, totale), che è al centro del vostro essere, nella vostra mente cosciente. L’illuminazione che vogliamo non potrà mai giungere in altro modo, e neppure può farlo il potere di rendere il bene manifesto.

STARE NEL SILENZIO

Sentiamo tanto parlare dello “stare in silenzio”. Per molti questa frase non significa granché, perché non hanno ancora imparato a “attendere… Dio in  silenzio” (Sal. 62,5), o ad ascoltare voci che non siano quelle esterne. Ilrumore appartiene al mondo esterno, non a Dio. Dio opera nell’immobilità, e possiamo metterci così in attesa del Padre da essere consapevoli del quieto lavorio interiore, consapevoli dell’appagamento dei nostri desideri.

“Stare in silenzio” non costituisce un mero, indolente vagare con la mente. E’ un passivo ma determinato attendere Dio. Quando volete farlo, prendetevi un momento in cui potete, per un po’, lasciare da parte tutte le preoccupazioni. Iniziate il silenzio levando il vostro cuore in preghiera al Padre del vostro essere. Non temete che, se cominciate a pregare, sarete troppo “ortodossi”. Non state per supplicare Dio, che vi ha già dato “tutto quello che desiderate (Marco 11,24). Avete già imparato che, prima che Lo chiamiate, Lui ha già mandato ciò che desiderate, altrimenti non lo desiderereste.

Avete abbastanza buon senso da non supplicare o implorare Dio con una preghiera scettica. Ma passare i primi momenti del vostro silenzio a parlare direttamente al Padre fa sì che la vostra mente si concentri sull’Eterno.

LA VERA PREGHIERA

Molti che cercano seriamente di acquietarsi e attendere Dio si sono accorti che, nel momento in cui si siedono e chiudono gli occhi, i loro pensieri, invece di essere concentrati, si riempiono di ogni genere di vana immaginazione. Nella loro mente si susseguono, in rapida successione, le cose più banali, dal riparare un laccio di scarpe ai pettegolezzi durante una conversazione della settimana precedente, e alla fine, dopo un’ora, queste persone non hanno raggiunto un bel nulla. Questo li scoraggia.

Si tratta semplicemente di una naturale conseguenza del tentativo di non pensare a nulla. La natura aborrisce il vuoto, e se fate (o provate a fare) vuoto nella vostra mente, le immagini mentali di altri, che riempiono l’atmosfera intorno a voi, accorreranno per riempirla, lasciandovi distanti come sempre dalla consapevolezza della presenza divina. Potete evitare tutto questo iniziando il silenzio con la preghiera.

E’ sempre più facile per la mente dire con consapevolezza “Si compie ora la Tua volontà in me”, dopo aver pregato: “Sia fatta la Tua volontà in me”. E’ sempre più facile dire con convinzione “Dio fluisce in me come vita, pace e potere”, dopo aver pregato: “Fai che la Tua vita fluisca nuova in me, mentre attendo”.

Naturalmente, la preghiera non muta l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti, ma risulta più semplice alla mente umana compiere i vari passi che si susseguono con fermezza e sicurezza, piuttosto che fare un grande e ardito balzo fino ad un livello di eminenza e mantenervisi salda sopra.

APRIRE LA MENTE SOLTANTO A DIO

Mentre state concentrando in questo modo i vostri pensieri su Dio, in una chiara conversazione con l’autore del vostro essere, nessuna immagine mentale esterna può riuscire ad entrare per tormentarvi o distrarvi. La vostra mente, invece di essere aperta verso l’esterno, è chiusa ad esso, ed aperta soltanto a Dio, la fonte di tutto il bene che desiderate.

Ripetete le parole molte volte, senza ansia e senza sforzo, non cercando di raggiungere un Dio esterno, là fuori e in alto; ma lasciate che la vostra richiesta sia un quieto, sincero elevarsi del cuore verso qualcosa di più elevato proprio dentro di voi, verso il “Padre in me” (Giovanni 14,11). Lasciate che ciò sia fatto con la placidità e la fiducia di un bambino che parla al suo amorevole padre.

Mentre aspettiamo Dio, dovremmo il più possibile rilassarci sia mentalmente sia fisicamente. Per usare un esempio molto semplice ma concreto, assumete l’atteggiamento del vostro intero essere, come fanno gli uccelli quando si godono un bagno di sole nella sabbia. Anche in questo caso, è necessario mantenere, durante questa esperienza, qualcosa in più di una vaga passività. Dev’esserci una sorta di consapevole, attiva assimilazione di ciò che Dio generosamente ci dà.

Vediamo se riesco a spiegarlo chiaramente. Innanzitutto, ci ritraiamo fisicamente e mentalmente dal mondo esterno. Entriamo “nella tua camera e, chiusa la porta…” (Matteo 6,6) (la stanza più intima del nostro essere, la parte più recondita di noi stessi), volgendo i nostri pensieri all’interno.

Basta dire: “Tu dimori in me; Tu sei qui, ora, vivo; Tu hai tutto il potere; Tu sei ora la risposta a tutto ciò che desidero; Tu ora Ti irradi dal centro del mio essere fino ai sui confini, e fuori nel mondo visibile, come pienezza del mio desiderio”.

Poi rimanete quieti, assolutamente quieti. Rilassate ogni parte del vostro essere, e fidatevi che ciò sta accadendo. La sostanza divina fluisce al centro e fuori nel mondo visibile ogni volta che voi aspettate; poiché è una legge immutabile che “chiunque chiede riceve” (Matteo 7,8). E la sostanza emergerà sotto forma di appagamento del vostro desiderio, se aspettate che accada. “Sia fatto a voi secondo la vostra fede” (Matteo 9,29).

IL POTERE DELLA GRATITUDINE

Se vi accorgete che la vostra mente sta vagando, riportatela indietro dicendo di nuovo: “Si sta compiendo; Tu stai operando in me; sto ricevendo ciò che desidero”, e così di seguito. Non state lì a cercare segni e prodigi, ma rimanete semplicemente quieti e sappiate che proprio la cosa che volete sta affluendo in voi e emergerà sotto forma di manifestazione subito o con un po’ di tempo.

Andate anche al di là di questo e pronunciate parole di gratitudine per questa intima Presenza, perché vi ha ascoltato e risposto, ed ora emergerà nel mondo visibile.

C’è qualcosa nell’atto mentale di ringraziare che sembra portare la mente umana ben oltre la terra del dubbio, in una limpida atmosfera di fede e fiducia, dove “tutto è possibile” (Matteo 19,26). Anche se all’inizio non siete consapevoli di aver ricevuto qualcosa da Dio, non preoccupatevi né smettete di ringraziare. Non tornate a chiedere di nuovo, ma continuate a rendere grazie perché, mentre aspettavate, avete ricevuto, e quel che avete ricevuto diverrà ora manifesto.

E credetemi, presto vi rallegrerete e ringrazierete; non in modo rigido, per senso di dovere, ma per il sicuro ed evidente appagamento del vostro desiderio.

articolo tratto da Lista Sadhana – Guido da Todi – www.guruji.it

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001-27-lowNel momento in cui desideriamo la felicità, cominciamo ad attaccarci a essa con la mente.
In primo luogo, ci attacchiamo alla nostra idea di felicità. Ci rivolgiamo al mondo esterno come a una fonte di soddisfazione e cerchiamo là fuori  le cose che normalmente associamo con la felicità:  l’accumulo di ricchezza, il successo, la fama o il potere. Non appena ci attacchiamo a qualche idea – felicità, successo o altro  c’è già un certo stress. L’adesione è in sé uno stato stressante e tutto ciò che ne deriva è parimenti stressante. Per esempio, provate a stringere la mano in un pugno. Non appena cominciate a serrare le dita, dovete impiegare una certa energia per mantenerle strette. Quando lasciate andare il  pugno, la mano è di nuovo libera. La stessa cosa accade alla mente.  Finché è in uno stato di presa non potrà mai essere libera. Non potrà mai percepire la pace o la felicità,  anche se avesse tutte le ricchezze, la fama e il potere del mondo.

(Thynn Thynn – © copyleft perle.risveglio.net)

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001-25

(di Ajahn Sucitto)

[per libera distribuzione]

(Tradotto da Letizia Baglioni)

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Pur avendo insegnato per quarantacinque anni, il Buddha affermava che c’era tutta una serie di cose che aveva compreso ma non insegnato. E perché non le aveva insegnate? Perché saperle non era indispensabile ai fini della comprensione cui attribuiva il massimo valore: ossia, che il modo in cui l’individuo ordinario sperimenta la propria vita contiene un elemento di non-soddisfacibilità, e che questa insoddisfazione può essere eliminata. In breve, che l’essere umano è in grado di sperimentare un sostenuto sentimento di benessere, o di felicità, indipendente dalle circostanze.

Al Buddha non interessava fondare una nuova religione o radunare un vasto seguito di discepoli, quanto piuttosto aiutare chi lo desiderasse a conseguire il semplice obbiettivo del benessere. Nessuno ha bisogno di essere ‘convertito’ a questa causa, perché, a ben pensarci, è quello che già cerchiamo attraverso ogni sorta di progetti spirituali e materiali. In effetti, il Buddha esortava a non seguire i suoi consigli senza prima sottoporli al vaglio dell’esperienza personale. Solo attraverso la ricerca e il costituirsi di proprie autonome certezze è possibile realizzare quella verità che può assicurarci una felicità indipendente. Limitarsi a credere – o a non credere – ciecamente, significa dipendere da un sistema di assunti circa ciò che dovremmo o potremmo essere, circa la natura del mondo o ciò che speriamo (o temiamo) ci accada al momento della morte.

A ben riflettere, si può dire che gran parte della nostra realtà sia fatta di supposizioni. Supponiamo di abitare un corpo fisico che abbandoneremo al momento della morte; ma in realtà, dove sono ‘io’ in questo corpo? Se sezionate un corpo, non ci trovate dentro nessuno! Né questo ‘individuo interiore’ è in grado di vedere il corpo dall’interno, sebbene si sperimenti di volta in volta come soggetto che genera pensieri e stati d’animo o come oggetto che riceve tutta una serie di impressioni sensoriali. Intrappolato in questa posizione, l’‘individuo interiore’ è tuttavia incapace di garantire che questo costante flusso in entrata e in uscita sia gradevole, interessante o perfino gestibile. E questo è una grossa fonte di tensione, bisogno e frustrazione.

Ciò che un Buddha sa è che questo singolare ‘io’ non potrà mai essere soddisfatto: anche un’impressione piacevole tende alla lunga a diventare noiosa. Difatti l’esperienza del piacere nel suo complesso si basa su l’una o l’altra di due modalità percettive transitorie: quella secondo cui ‘io’ vengo attratto e mi unisco a ciò che è piacevole, o quella secondo cui ‘io’ sono separato da ciò che è spiacevole. Tuttavia, quando la coscienza si unisce a un oggetto piacevole è privata dello spazio che le consente di goderne: da cui il bisogno di avere più piacere. Gran parte del nostro cosiddetto piacer si intreccia all’anticipazione del piacere futuro o al ricordo del piacere passato. D’altro canto, le cose spiacevoli continuano a succederci, malgrado i nostri sforzi per proteggerci; e lo sforzo di conservare sicurezza e benessere diventa di per sé un dispiacere. La felicità duratura non sembra derivare dal conseguire il piacere ed evitare il dispiacere; e dunque, è mai possibile trovare la felicità in qualcosa che il senso dell’‘io’, con i suoi bisogni e giudizi,esperisce?

Si potrebbe obbiettare che un simile ragionamento porta al pessimismo. Dato che noi raramente o mai facciamo esperienza di qualcosa liberi dal senso dell’‘io’, una drastica liquidazione della ‘mia’ dimensione esperienziale non può che suonare deprimente. Ma il Buddha insegna a trovare la felicità in questa vita, con un corpo, sentimenti, pensieri – liberi però dal senso dell’io. Fondamentalmente ciò si realizza attraverso uno stile di vita e un tirocinio volto a equilibrare e rafforzare la mente. L’esperienza del Buddha fu che non c’è bisogno di distruggere l’‘io’: così come un miraggio svanisce quando vengono meno le condizioni che lo producono, allo stesso modo il senso dell’io – che ha la stessa concretezza di un miraggio – si dissipa quando le condizioni che lo sostengono non vengono più generate. È una sorta di profondo rilassamento, di riposo – il Buddha lo definiva ‘fermarsi’ – che dona alla mente la quiete di uno specchio d’acqua e al tempo stesso una straordinaria sensibilità.

Ciò richiede una profonda trasformazione delle nostre abitudini, e forse molti anni di pratica. Cosa ci dice che tutto questo sia vero o possibile? Provate per qualche giorno: la pratica offre un saggio delle qualità della meta. Anche se non abbiamo raggiunto quella profonda liberazione di cui parla il Buddha, se ci scopriamo a praticare con gioia possiamo confidare che il Sentiero corrisponda alle nostre aspirazioni.

La felicità della pratica, e della meta, si può riassumere in tre aspetti: la felicità delle buone azioni, la felicità della chiarezza e della quiete, la felicità della comprensione. Se agiamo con una mente pura, con onestà, non-violenza e amore, vivremo liberi dal rimorso. Avremo buoni amici e nutriremo fiducia e rispetto per noi stessi. Indipendentemente dalla buona o dalla cattiva sorte, avremo una fonte di felicità slegata dagli alti e bassi del mondo. In secondo luogo, se attraverso la meditazione impariamo a educare la mente alla concentrazione, alla quiete, a essere pienamente ricettiva sia a quanto avviene che alla coscienza entro cui avviene, il risultato sarà una felicità della medesima natura. Invece di essere trascinata di qua e di là, vuoi dall, vuoi dalla noia, vuoi dalla depressione, la mente gode di un proprio autonomo equilibrio. Ha una forza e una calma naturali che ci accompagnano nei cambiamenti della vita.

Ma la felicità più grande viene dalla comprensione. Con una mente più stabile, possiamo esaminare le cause interne del nostro bisogno e della nostra ansia. Una mente che è stata educata in termini di attenzione e di calma riconosce che le cause latenti di insoddisfazione hanno origine tutte da un ‘cercare di’. Tentare di rimediare al passato, cercare di anticipare il futuro, cercare di ottenere, cercare di eliminare, cercare di sapere quello che non sappiamo, e via dicendo. Questo “cercare” suscita il senso dell’io, e al tempo stesso ne condiziona l’espressione nel futuro. Con l’equilibrio e la fiducia che le altre forme di felicità ci consentono, diviene possibile “lasciar andare”, rilassarci e accostarci alla vita così com’è nel momento presente. Allora il senso di oppressione, il bisogno e il dubbio non hanno più ragione di essere.

A volte c’è un modo tutto buddhista di attaccarsi alla sofferenza, magari pensando che “tutto è sofferenza” o che la pratica sta andando bene se uno si scopre pieno di conflitti emotivi. Certo, non ci si può aspettare che l’introspezione riveli sempre un quadro di armonia, però a volte possiamo perfino dimenticarci di notare il nostro benessere, o considerarlo irrilevante: quel che conta è la sofferenza. Ma l’intuizione del Buddha fu che l’infelicità non è “quel che conta”, è un’aggiunta. Nella sua natura originaria, la mente è luminosa e non turbata. Noi lo dimentichiamo, e ci perdiamo nei sogni. Pieno di compassione, il Buddha ci invita a svegliarci, e ci offre i mezzi per andare a vedere di persona.

tratto da Lista Sadhana – Guido Da Todi

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001-27

Quanto più ti affidi all’energia interiore, tanto più libero potrai essere nella vita

Che cosa pensiamo della vita? Per anni trovare una risposta a tali interrogativi ha implicato scavare in noi stessi. Ma che cosa significa esattamente ciò? Ognuno di noi possiede un’Energia Interiore che gli consente di mantenersi in buona salute, instaurare rapporti interpersonali soddisfacenti, fare una carriera brillante e godere, nella vita, di ogni prosperità.

Per raggiungere tali obiettivi, è innanzitutto necessario credere che sia possibile farlo e, in seguito, eliminare quei fattori che, nella vita, ci impongono situazioni indesiderate. A tale scopo scaviamo in noi stessi ricercando l’aiuto dell’Energia Interiore, capace di indicarci che cosa sia meglio per noi. Se siamo disposti a cambiare la nostra vita affidandola a tale Energia, che ci ama e ci sostiene, possiamo vivere circondati da amore e benessere.

La nostra mente è sempre correlata, mediante l’lo Superiore o Energia Interiore, alla Mente Infinita, all’Energia Universale che ci ha creato, da cui trae conoscenza e saggezza.

L’Energia Universale ama tutte le Sue creature, è un’Entità benefica che dirige la nostra vita: non conosce odio, menzogna né punizione, è amore, libertà, comprensione, pietà. E’ dunque importante affidare la nostra vita all’Io Superiore poiché, in tal modo, possiamo ricevere ogni bene.

Ovviamente, possiamo decidere di usare l’Energia in qualsiasi modo: decidendo di vivere nel passato e di riassestare quanto di negativo è avvenuto nella nostra esistenza, rimaniamo semplicemente al punto di prima. Se, viceversa, intendiamo non esserne vittime e andare avanti creandoci una nuova vita, veniamo sostenuti dall’Energia che ci procura nuove e più felici esperienze.

Personalmente, non credo nell’esistenza di due energie, ritengo esista un solo Spirito Infinito. E’ troppo semplicistico dire: “E’ il diavolo” oppure “sono loro”; siamo noi, ed abbiamo di fronte solamente due alternative: utilizzare l’energia con saggezza o con sconsideratezza. Esiste il diavolo nel nostro cuore? Condanniamo gli altri perché sono differenti da noi? Che cosa scegliamo?

<Responsabilità e colpa>

Con i pensieri e i sentimenti contribuiamo a determinare tutte le situazioni, buone o cattive, che caratterizzano la nostra esistenza; i pensieri generano le sensazioni in base a cui impostiamo la vita. Ciò non significa darci la colpa per gli sbagli compiuti: vi è infatti una differenza notevole fra essere responsabile e incolpare se stessi o gli altri.

Essere responsabile significa possedere l’energia, incolpare o incolparsi implica gettarla via. La responsabilità ci consente di operare dei cambiamenti nella vita; se, viceversa, ci assumiamo il ruolo di vittime, sprechiamo l’energia. Accettando la responsabilità, non perdiamo tempo a incolpare qualcuno o Qualcos’altro; alcuni si sentono in colpa per aver causato malattia, povertà o problemi agli altri interpretando, in tal modo, la responsabilità come colpa. (I mass media hanno definito il fenomeno la Colpa della Nuova Era.)

Queste persone provano una sensazione di colpa perché ritengono di avere, in certo qual modo, fallito; esse prendono tutto come colpa trovando così un “alibi” ulteriore per criticarsi. Questo atteggiamento è ben diverso da quello che intendo. Se consideriamo problemi e malattie come un’opportunità per cambiare la nostra vita, possediamo l’energia.

Numerose persone affette da patologie gravi hanno affermato, una volta guarite, che queste sono state l’esperienza più bella in quanto hanno consentito loro di cambiare ottica di vita.

Altre, invece, insistono nel ripetere: “Sono disgraziato! Povero me! Dottore, mi aiuti!” Credo che, anche guarendo o dovendo affrontare problemi minori, tali persone non abbiano una vita facile.

La responsabilità è la capacità di rispondere ad una situazione. Abbiamo sempre la possibilità di scelta: ciò non significa negare quello che siamo disprezzando quanto abbiamo nella vita, bensì riconoscere che siamo giunti dove siamo; in base a nostre scelte.

Assumendoci la responsabilità, possiamo cambiare. Quando chiediamo: “Che cosa posso fare per modificare questa situazione?”, dobbiamo pensare che possediamo sempre l’energia necessaria per attuare cambiamenti. Dipende solo da noi come utilizzarla.

Tutte le esperienze da noi vissute fino ad ora sono state determinate dai pensieri elaborati in passato: non guardiamo alla nostra vita con vergogna, ma consideriamo il passato come parte ricca e importante della nostra esistenza. Senza di esso, infatti, non saremmo qui oggi. Non c’è ragione di martoriarci perché non abbiamo fatto di meglio: abbiamo comunque fatto tutto quello che potevamo.

Consideriamo il passato nella luce dell’amore e siamogli grati per questa nuova consapevolezza. Il passato esiste solo nella nostra mente e nel modo in cui decidiamo di considerarlo. Questo è il momento in cui stiamo vivendo; questo è il momento in cui stiamo percependo sensazioni, questo è il momento in cui stiamo facendo esperienze. Ciò che facciamo oggi costituisce la base del domani; pertanto, questo è il momento di prendere una decisione. Non possiamo fare nulla domani né cambiare quanto avvenuto ieri, ma possiamo agire oggi.

E’ dunque determinante quello che decidiamo di pensare e di dire in questo momento. Quando iniziamo ad assumerci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre parole, abbiamo uno strumento valido nelle nostre mani. Potrà sembrare banale, ma è così: l’energia scaturisce sempre dal presente.

E’ importante comprendere che la nostra mente non ci controlla e che, viceversa, siamo noi e, più esattamente, il nostro lo Superiore a controllarla. E’ possibile arrestare i vecchi pensieri: quando questi cercano di farsi strada, suggerendo che “è così difficile cambiare!”, è bene prendere il controllo della situazione convincendosi che “da ora in poi sarà facile operare dei cambiamenti”.

Può essere necessario ripetere più volte questo dialogo con la propria mente prima che riconosca che noi la controlliamo e che siamo convinti di quello che abbiamo detto.

Spesso mi dicono: “Non riesco a non pensare a questa cosa”, ed io rispondo: “Invece, puoi riuscirci”.

Quante volte abbiamo cercato di rimuovere un pensiero positivo? E’ sufficiente adottare lo stesso sistema per quelli negativi impedendo alla mente di elaborarli; questo non significa che, in fase di cambiamento, bisogna combattere i propri pensieri. Se un pensiero negativo si fa strada, basta dire: “Grazie per la compagnia!”.

In questo modo non neghiamo ciò che esiste,né rischiamo di usare malamente la nostra energia. E’ importante ripetere a noi stessi che non cederemo più alla negatività; anche in questo caso, non si tratta di combattere i propri pensieri, ma di riconoscerli come tali e di superarli.

Non anneghiamo nel mare della negatività se possiamo farci trasportare dall’oceano della vita! La vita, di cui tutti noi siamo una magnifica espressione, attende che ci apriamo ad essa dimostrandoci degni dei suoi beni.

La saggezza e l’intelligenza dell’Universo sono a nostra disposizione, la Vita è pronta ad aiutarci. Quando abbiamo paura, è utile pensare al nostro respiro, l’elemento più prezioso donatoci dalla vita: lo accettiamo senza nemmeno riflettere sul suo valore, e poi dubitiamo che la vita possa farci mancare tutto il resto di cui abbiamo bisogno. A questo punto è bene conoscere l’energia e quello che siamo capaci di fare. Esploriamo noi stessi per capire chi siamo.

Ogni volta che diciamo: “Non so” chiudiamo la porta in faccia alla nostra saggezza.

Se riceviamo messaggi negativi, significa che stiamo operando a livello del nostro ego e della nostra mente, talora a quello dell’immaginazione, anche se, normalmente, sono proprio immaginazione e sogni a trasmetterci messaggi positivi.

Aiutiamoci effettuando le scelte giuste per noi; in caso di dubbio, chiediamoci: “E’ una decisione adeguata per me? E’ una decisione giusta per me in questo momento? ” Questo sistema andrebbe adottato sempre prima di prendere qualsiasi decisione.

Imparando ad amare noi stessi ad avere fiducia nel nostro Io Superiore, diventiamo co-creatori, insieme allo Spirito Infinito, di un mondo di amore. L’amore che abbiamo per noi stessi ci trasforma da vittime in vincitori; non avete mai notato che le persone che stanno bene con se stesse risultano naturalmente attraenti? Esse hanno infatti una qualità semplicemente meravigliosa: sono contente della loro vita. Pertanto, possono affrontare con successo qualsiasi ostacolo e difficoltà.

Molto tempo fa ho imparato che Dio dimora in me; la sua saggezza e la sua comprensione mi guidano dunque in tutte le mie azioni sulla terra. Come le stelle e i pianeti seguono la loro orbita, così anch’io seguo il mio ordine divino. Per quanto non riesca a capire tutto con la mia mente umana limitata, so che, a livello cosmico, sono nel posto giusto, al momento giusto, e che sto facendo la cosa giusta. La mia esperienza attuale mi porterà a superare il passato e a scoprire nuove possibilità per il futuro.

“Molti di noi si rendono conto solo a distanza di tempo che, durante l’infanzia e l’adolescenza, le condizioni di vita familiare hanno influenzato negativamente la concezione della propria personalità e l’atteggiamento nei confronti della vita. La mia infanzia, ad esempio, è stata permeata dalla violenza, inclusa quella sessuale; non ho mai ricevuto,né amore, né affetto e non ho mai avuto stima nei confronti di me stessa. Dopo aver abbandonato la famiglia all’età di 15 anni, ho continuato a subire diversi tipi di violenza senza rendermi conto che gli schemi mentali ed emozionali acquisiti nei primi anni di vita mi avevano condizionata a subire violenze.

I bambini rispondono spesso all’atmosfera mentale creata dagli adulti che li circondano; io ho imparato precocemente a conoscere la paura e la violenza e, una volta adulta, a riprodurre certe esperienze per me stessa. Sicuramente, non avevo ancora capito che possedevo l’energia per cambiare tutto ciò; ero spietata nei confronti di me stessa, poiché interpretavo la mancanza di amore e di affetto come una conseguenza del mio essere una persona spregevole.

Immaginiamo che i nostri pensieri siano gocce d’acqua: un pensiero, o una goccia d’acqua, non ha molta importanza. Tuttavia, goccia dopo goccia, si forma dapprima una piccola pozzanghera, poi uno stagno, poi un lago e, infine, un oceano. Che tipo di oceano state creando? Inquinato e tossico, oppure limpido, chiaro e rinfrescante?

In proposito le opinioni sono differenti: voi avete diritto di pensare ciò che volete, io ho il diritto di credere a ciò che ritengo più giusto per me.
Indipendentemente da quello che succede, l’unico elemento a cui attenersi è stabilire che cosa sia giusto per noi; a tal fine è necessario prendere contatto con la nostra guida interiore. E’ infatti la saggezza a darci le risposte. Non è tuttavia facile ascoltare noi stessi quando amici e familiari ci dicono che cosa dobbiamo fare; eppure, tutte le risposte sono dentro di noi.

Chi siamo? Che cosa vogliamo imparare? Che cosa vogliamo insegnare? Abbiamo tutti un unico scopo; non siamo semplicemente un insieme di personalità, problemi, paure e malattie: siamo tutti correlati ai nostri simili ed alle altre forme di vita. Siamo spirito, luce, energia, vibrazione ed amore; possediamo tutti l’energia per dare scopo e significato alla nostra vita.

(Louise Hay) – Tratto da Lista Sadhana – http://it.groups.yahoo.com/group/lista_sadhana/ (Guido da Todi)

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<I bramavihara: gentilezza infinita>
( di Fred Von Allmen)

(“La mia religione è la gentilezza” – S. E. il XIV Dalai Lama)

———————-

I quattro brahmavihara sono l’amore (metta), la compassione (karuna), la gioia compartecipe (mudita) e l’equanimità (upekkha).

Tali stati o qualità del cuore e della mente sono chiamati brahmavihara, cioè “luoghi dove dimorano i Brahma”, dato che i Brahma, le massime divinità dell’esistenza, dimorano in tali stati. Il termine brahmavihara viene tradotto anche con dimora ‘sublime’ o ‘elevata’.

Queste qualità o stati mentali vengono chiamati anche apamanna, cioè illimitati, in quanto si riferiscono a un numero illimitato di esseri, e cioè a tutti gli esseri, senza eccezione.

Il primo dei brahmavihara è la gentilezza amorevole (metta). La metta è una delle qualità più importanti e potenti della pratica spirituale. L’apostolo Paolo ne parla in maniera convincente:

La carità è la più eccellente delle virtù.
Quand’anche io parlassi le lingue
degli uomini e degli Angeli,
se non ho la carità –
io sono un bronzo che suona
o un cembalo che squilla.
Di più, avessi pure il dono della profezia
e conoscessi tutti i segreti di Dio
e avessi una fede tale da spostare la montagne,
se non ho la carità –
io sono un niente.
Anzi se distribuissi anche tutti i miei beni
e dessi il mio corpo ad essere bruciato,
se non ho la carità –
tutto questo non mi giova a nulla .

Per amore o gentilezza amorevole si intende ‘una morbidezza del cuore’. La radice della parola pali metta è ‘mid’, che significa ‘morbido’ o  ‘amorevole’. La parola in sanscrito mitra vuol dire ‘amico’. Il termine metta indica dunque “una morbida, amorevole benevolenza o gentilezza”.

I quattro brahmavihara rappresentano l’opposto di determinati stati mentali poco salutari, i kilesa. Si potrebbe anche dire che, quando sono presenti i brahmavihara positivi, mancano le corrispondenti emozioni difficili e negative. Nel caso della metta esse sono l’odio e l’avversione in tutte le sue forme, dunque l’ira, la rabbia, i sentimenti di vendetta, l’ostinazione, la gelosia, la resistenza, lo spirito giudicante e i pregiudizi come pure la noia.

Accanto a tale forza di opposizione anche chiamata ‘il nemico lontano’ esiste pure un cosiddetto ‘amico vicino’ o falsa apparenza di quella virtù. Per la metta esso è l’amore personale, caratterizzato da attaccamento e desiderio, l’amore passionale come pure l’amore che mira a ottenere qualcosa in cambio.

È molto facile riconoscere queste qualità. La metta infatti non causa mai dolore o sofferenza. Qualunque cosa una persona possa fare o non fare, che essa ci sia amica o meno, vicina o lontana, che si sia insieme o separati, che essa la pensi come noi o meno, la metta non pone condizioni né dipende da condizioni.

In presenza di desiderio, attaccamento e passione le cose sono molto diverse, in quanto tali stati mentali sono invece motivo di dolore. “La passione è una forza che produce sofferenza”, si dice. Siamo portati a soffrire non appena una persona a noi vicina non fa quello che noi vorremmo o che ci serve.

Nel distinguere tra la metta da un lato e l’attaccamento o passione  dall’altro non esprimiamo un giudizio di valore, non affermiamo che l’uno è bene e  l’altro è male, ma pensiamo piuttosto al loro diverso effetto. L’amore inteso come passione, desiderio e attaccamento produce dolore ogniqualvolta la situazione data non corrisponde alle nostre idee, aspettative e speranze, mentre l’amore inteso come metta produce apertura, equilibrio interiore e gioia.

La metta può esser paragonata ad acqua fresca versata in un recipiente arroventato contenente un liquido ribollente. Così come l’acqua, la metta rinfresca e acquieta le emozioni dell’odio e dell’avversione che bruciano e tormentano il nostro cuore e la nostra mente. La meditazione e la pratica servono dunque a esercitarci ad affrontare persino emozioni difficili come ira e rabbia con un atteggiamento di gentilezza spaziosa e amorevole. Ed è proprio questo atteggiamento che ha, in ultima analisi, la forza di guarire e trasformare. Esso ha anche un effetto terapeutico sull’ambiente e sulle persone attorno a noi.

In un insegnamento il Buddha elogiò i benefici che possono derivare dalla pratica di meditazione di metta:

Dormirai bene, ti risveglierai contento
e non farai sogni spiacevoli.
Gli uomini ti ameranno
e gli esseri celesti ti apprezzeranno.
I Deva ti proteggeranno e
il fuoco, le sostanze velenose e
le armi non ti faranno del male.
Ti concentrerai facilmente
e la tua mente sarà serena.
Morirai quieto
e qualora tu non fossi ancora completamente
liberato rinascerai
in regni felici.

La metta non è però in primo luogo una bella sensazione calda di amore nel cuore, anche se a volte ciò può accadere. È piuttosto un atteggiamento interiore o addirittura una decisione e un giudizio verso quello che è, così com’è , si tratti di esseri viventi, cose o situazioni.

Il poeta Erich Fried scrive a questo proposito:

Cosa è
È pazzia
dice la ragione
È quello che è
dice l’amore
È una disgrazia
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È senza speranza
dice il senno
È quello che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È sconsiderato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quello che è
dice l’amore

Metta significa dunque accettazione, rispetto e stima incondizionati per creature e cose, così come sono, e per la vita così com’è.

La metta è anche l’augurio che tutti gli esseri viventi possano essere felici e stare bene. Nella meditazione si usano frasi come queste:

Possano tutti gli esseri viventi essere felici.
Possano tutti gli esseri viventi essere in buona salute.
Possano tutti gli esseri viventi vivere nella sicurezza.
Possano tutti gli esseri viventi vivere con agio.

Tale forma di meditazione non vuol dire sognare, né si tratta dell’ “Io sono felice” del training autogeno. Non dobbiamo neppure credere che i ‘beneficiari’ della nostra gentilezza amorevole diventino felici e siano sani o privi di preoccupazioni solo perché noi glielo auguriamo.

È piuttosto un modo per esercitarsi a incontrare gli altri e affrontare la vita in maniera giusta e salutare. Così facendo rafforziamo anche la tendenza positiva che è in noi a esprimere gentilezza amorevole, indebolendo allo stesso tempo le tendenze negative e di avversione presenti in noi.

Nella tradizionale meditazione di metta si inizia col rivolgere amore e simpatia a noi stessi: “Possa io essere felice… Possa io vivere con agio”. È importante essere veramente convinti di quello che si dice. La metta rivolta a noi stessi, se praticata nella maniera giusta, ha un effetto terapeutico straordinario. Infatti se non proviamo alcuna simpatia, amore e stima per noi stessi, anche il nostro amore per gli altri non potrà essere autentico, ma solo superficiale. L’intenzione potrà essere buona ma il sentimento non sarà né spontaneo né profondo.

Successivamente scegliamo una persona che ci è stata di grande aiuto e ci ha dato tanto, che conta molto per noi, in cui abbiamo fiducia e per cui proviamo spontaneamente e facilmente sentimenti di simpatia, stima e amore. Ci immaginiamo questa persona e ripetiamo la frase: “Possa tu essere felice…”.

È importante fare attenzione ai seguenti tre punti: ripetere le frasi, ricordarsi in continuazione del loro significato e visualizzare la persona o immaginarsela in altro modo. Continuiamo a fare ciò il più spesso possibile e senza interruzione. Non occorre altro. Alcune volte emergono sentimenti piacevoli, altre no, così come possono sorgere persino sentimenti di resistenza e di avversione, di tristezza e di isolamento. Anche ciò va bene. Continuiamo a praticare serenamente e senza interruzione. Saremo così in grado di incontrare i sentimenti difficili con lo stesso atteggiamento interiore di benevolenza accettante insita nella qualità della metta verso tutti gli esseri viventi: con amorevole protezione ma senza coinvolgimento.

Una volta constatato che ci troviamo sufficientemente a nostro agio con questa parte della meditazione, cominciamo a rivolgerla a un amico,  un’amica, a qualcuno per cui ci è abbastanza facile provare simpatia amorevole, senza sentire un’attrazione particolare.

Le persone verso cui proviamo desiderio, attaccamento e sentimenti di passione non sono particolarmente adatte a essere oggetto della metta, dato che, meditando su di loro, potremmo facilmente allontanarci  dall’atteggiamento di gentilezza incondizionata.

Una volta che non abbiamo più difficoltà con questa categoria, passiamo a una persona che non ci sta molto a cuore o che ci lascia indifferenti. Per taluni questo esercizio risulterà più difficile data la mancanza di un rapporto personale. Per altri invece la meditazione sarà più facile, considerato che le persone con cui non abbiamo un rapporto stretto siprestano meglio a tale scopo. In ogni caso continuiamo a tenere presenti i tre punti di cui sopra e a praticare con perseveranza.

Per finire possiamo scegliere una persona che ci risulta difficile amare, qualcuno che ci irrita, ci contraria o ci fa arrabbiare. Se ci costa fatica rivolgere simpatia a questa persona, può giovare ricordarsi di un’azione positiva o di un tratto simpatico di questa persona, per quanto poco importante esso possa sembrarci. La causa immediata per il manifestarsi della metta è proprio la percezione e il riconoscimento di buone qualità umane. Perciò quando si medita su una persona difficile è particolarmente importante non farsi prendere da ricordi negativi, che potrebbero rafforzare l’avversione e la distrazione, invece di sviluppare gentilezza amorevole. Qualora ciò risultasse difficile è opportuno ritornare a una persona a cui ci riusciva facile rivolgere la metta.

È tuttavia importante non farsi fuorviare dalla varietà di sentimenti che possono emergere, e continuare a praticare con interesse e costanza

Alla fine estendiamo la nostra simpatia a tutti gli esseri viventi senza eccezione. Come è detto nel Metta Sutta, l’insegnamento del Buddha sulla gentilezza amorevole:

….Deboli o forti,
lunghi, medi o corti,
piccolissimi o enormi
visibili o invisibili
vicinissimi o lontani,
nati o ancora non nati,
possano tutti gli esseri viventi, senza eccezione,
essere felici e contenti.

(Articolo inviato in Lista Sadhana da Guido da Todi il 27/10/08)

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