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Archive for the ‘Equanimità’ Category

La semplicità (André Comte-Sponville)

tratto da La meditazione come via – http://www.lameditazionecomevia.it

Abbiamo continuato a leggere alcuni brani tratti dal libro di André Comte-Sponville Piccolo trattato delle grandi virtù, dal capitolo sulla semplicità:
“La semplicità […] è innanzitutto una virtù morale, addirittura spirituale. Trasparenza dello sguardo, purezza di cuore, sincerità del parlare, rettitudine dell’animo o del comportamento… […] Semplicità […] non è sincerità […].
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Per esempio, osserva Fénelon, «si vedono molte persone che sono sincere senza essere semplici: non dicono nulla che non ritengano vero, vogliono passare soltanto per ciò che sono, ma temono continuamente di passare per ciò che non sono; sono sempre a studiarsi, a compassare tutte le loro parole e tutti i loro pensieri, e a ripassare tutto ciò che hanno fatto nel timore di aver fatto o detto troppo». Insomma, si preoccupano troppo di sé, foss’anche per buone ragioni, e questo è il contrario della semplicità. […] «Chi volesse essere semplice», scrive Fénelon, «si allontanerebbe dalla semplicità». Non si deve ostentare nulla, nemmeno la semplicità. […] Non […] che la semplicità si riduca alla sincerità, all’assenza di ipocrisia o di menzogna.

Essa è piuttosto l’assenza di calcolo, di artificio, di accomodamento. «Queste persone sono sincere», continua Fénelon, «ma non sono semplici; non sono affatto a loro agio con gli altri, e gli altri non sono affatto a loro agio con loro; non si trova in esse niente di facile, niente di libero, niente di ingenuo, niente di naturale; si preferirebbero persone meno regolari e più imperfette, che fossero meno composte.

Ecco l’inclinazione degli uomini; e quella di Dio non è diversa: vuole anime che non si occupino afatto di loro stesse, e non siano sempre come davanti allo specchio a ritoccarsi». La semplicità è spontanea, coincidenza immediata con se stessi (anche con quello che di sé si ignora), improvvisazione gioiosa, disinteresse, distacco, incuranza di dimostrare, di prevalere, di sembrare… Di qui quell’impressione di libertà, di leggerezza, di beata ingenuità. «La semplicità», scrive Fénelon, «è una rettitudine d’animo che taglia via ogni orpello inutile da sé e dalle proprie azioni. […] È libera nella sua corsa, perché non si ferma mai per ritoccarsi ad arte». È noncurante, ma non senza cura: si occupa del reale, non di sé. È il contrario dell’amor proprio. Ancora Fénelon: «Essendo interiormente disamorati di sé grazie all’asportazione di tutti gli orpelli volontari, si agisce più naturalmente. […]

Questa vera semplicità […] ha un gusto di candore e di verità che si fa sentire, un nonsoché di ingenuo, di dolce, d’innocente, di allegro, di gradevole che affascina quando lo si guarda da vicino e a lungo con occhi puri».
La semplicità è oblio di sé, ecco perché è una virtù: […] il contrario del narcisismo, della presunzione, del sussiego. […] L’Io è soltanto l’insieme delle illusioni che si fa su se stesso: il narcisismo non è l’effetto dell’Io, ma il suo principio. […] La semplicità lo dissolve.

[…] Modestia senza semplicità è falsa modestia. Sincerità senza semplicità è esibizionismo o calcolo. La semplicità è la virtù delle virtù: ciascuna è se stessa soltanto a condizione d’essersi liberata della preoccupazione di sembrare, […] soltanto a condizione […] di essere priva di affettazione, priva di artificio […]. Ogni virtù, senza semplicità, è dunque corrotta, […] come piena di sé. […] La semplicità è la verità delle virtù, e la scusa dei difetti. È la grazia dei santi, e il fascino dei peccatori.

[…] La semplicità è oblio di sé […]: è quiete contro inquietudine, gioia contro riflessione, amore contro amor proprio, verità contro presunzione… L’Io permane in essa, sì, ma come alleggerito, purificato, liberato […]. Da tempo, addirittura, ha rinunciato a cercare la sua salvezza, non si cura più della sua perdita. […] Il semplice […] non s’interessa abbastanza a sé per giudicarsi. […] Tira dritto per la sua strada, il cuore leggero, l’anima in pace, senza meta, senza nostalgia, senza impazienza. Il mondo è il suo regno, e gli basta. Il presente è la sua eternità, e lo colma. Non deve dimostrare niente, poiché non vuole sembrare niente. Non deve cercare alcunché, perché ha tutto a portata di mano”.

Come consumare di meno e vivere meglio, in armonia con l’ambiente
Tanti consigli per la vita quotidiana (casa,acquisti, viaggi,alimentazione) per applicare i principi di rispetto dell’ambiente, di semplicità di vita, di minor consumo… Sviluppo sostenibile e commercio equo sono le nuove frontiere per un’umanità consapevole….

Troppo cemento, troppe automobili, troppo cibo, troppi rifiuti, troppi prodotti usa e getta non creano un mondo migliore. La «semplicità volontaria» è una semplicità di vita scelta consapevolmente da milioni di persone in tutto il mondo, vuoi dire consumare in modo equilibrato, rispettando l’ambiente e accrescendo l’autonomia personale. Questo libro spiega come fare, giorno dopo giorno.
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Vivere creativamente nella società dei consumi
Questo è un libro che tratta della semplicità, non dell’indigenza e della povertà, nè della parsimonia e della negazione di sé, ma del recupero di una vera prosperità in un mondo alle prese con una abbondanza nella quale “affamiamo” lo spirito e impoveriamo la vita.

È un libro che riguarda i vantaggi di una vita meno confusa e meno stressante di quella che molti di noi stanno vivendo in paesi sovrappopolati, consumistici e con ritmi maniacali di esistenza produzione e consumo.

È un libro che non ha niente a che fare con la vita di sopravvivenza, ma ha a che fare con l’avere meno e gioire di più, godere del tempo per perseguire progetti creativi, gioire del tempo per un buon cibo, godere del tempo soltanto per essere.

È inoltre un libro che pensa al futuro della nostra casa, la Terra.
Fino al ‘900, la Terra consisteva in un mondo di oceani e masse terrestri pieno di ogni genere di vita, bello, in parte selvaggio e denso di ogni ricchezza, ma i nostri nipoti ne erediteranno una assai diversa, con meno di un quinto delle sue foreste originali ancora intatte, con la maggior parte della risorse idriche disponibili già impegnate o compromesse, con la maggior parte delle zone umide e delle scogliere o distrutte o degradate.

Prima o poi uno stile di vita più frugale sarà non soltanto desiderabile, ma diverrà indispensabile.

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Obiettivo felicità
Nell’era della globalizzazione il modo migliore per farsi i propri interessi è interessarsi agli altri. Perché l’altruismo ci farà bene.
Intervista di Piero Verni
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Guerre religiose, terrorismo internazionale, scontro tra civiltà, globalizzazione, espansione della superpotenza cinese. Il Dalai Lama, leader in esilio del popolo tibetano, per la sua particolare posizione di capo politico e spirituale si trova in questo periodo al centro di molte delle grandi questioni internazionali. In questa intervista spiega la sua posizione, la sua ricetta e le sue speranze per il 2004.

Afghanistan, Iraq, terrorismo; legittimità della guerra preventiva ed esportazione della democrazia con le armi. Qual è l’opinione del Dalai Lama su questi temi così caldi?
“Il terrorismo è un problema gravissimo, il principale problema di questi giorni. E certo dobbiamo trovare dei metodi per contrastarlo. Ma reagire alla violenza con altra violenza non mi pare una buona soluzione. È difficile che da una simile scelta possano derivare degli effetti positivi.
Quando parliamo di terrorismo dobbiamo anche comprendere cosa c’è alla base di scelte così estreme. A me pare che per lo più vi siano degli atteggiamenti di paura, di ostilità preconcetta, di disadattamento, le cui cause possono essere molteplici. Ma quali che siano, reagire a tutto ciò con un’altra violenza non credo possa portare a una soluzione effettiva del problema. Anzi, il più delle volte innesca una spirale del terrore che non è di alcun beneficio. Ovviamente mi rendo conto che solo l’amore e la compassione non sono sufficienti, ma bisogna impostare un lavoro serio per far fronte al terrorismo. Ma dovremmo cominciare a cambiare prospettiva e mettere al centro delle nostre azioni l’idea del dialogo, della non violenza, della riconciliazione. Non bastano nemmeno le dimostrazioni, le proteste, ma si deve fare qualche cosa di concreto ed effettivo che dia corpo a queste idee”.

Vale a dire?
“Impegnarsi per mettere in pratica queste idee nei nostri comportamenti quotidiani, far diventare noi stessi, le nostre azioni, un’alternativa credibile. Essere un esempio concreto del fatto che esiste una via d’uscita che non sia la guerra o gli attentati. Non si può continuare in questa spirale di violenze contrapposte: è indispensabile creare un clima di fiducia reciproca e fare ogni sforzo per riuscire a risolvere i grandi problemi politici ed economici che sono sull’agenda della politica internazionale in una dimensione pacifica, di reciproco rispetto e tolleranza. Così, forse, riusciremo a superare i sentimenti di collera e di odio che purtroppo oggi si manifestano con questa allarmante frequenza”.

È quella “Politica della Gentilezza” di cui lei parla da molti anni?
“Che ci piaccia o meno abitiamo tutti sullo stesso pianeta e facciamo tutti parte della medesima famiglia umana. Europei o asiatici, americani o africani, ricchi o poveri, uomini o donne, credenti o non credenti. In ultima analisi ognuno di noi è un essere umano come tutti gli altri. E tutti noi, tutti gli esseri umani, desideriamo essere felici e non provare dolore. E tutti possediamo l’identico diritto a questa felicità, a questa assenza di dolore. Fino a pochi decenni or sono, esistevano delle nazioni che potevano vivere in parziale o totale isolamento. Oggi non esistono più. Sotto ogni aspetto, politico, economico, culturale, ecologico. Quello che avviene in una determinata parte del mondo, magari remota e poco accessibile, si ripercuote subito in tutto il pianeta. Le informazioni viaggiano alla velocità della luce, radio, televisioni, mass-media, Internet le trasmettono in un baleno ovunque… È il villaggio globale o, se preferisce, la teoria dell’interdipendenza buddista: tutto quello che noi facciamo interagisce con gli altri e tutto quello che fanno gli altri interagisce con noi. Quindi in questa situazione di interdipendenza il modo più conveniente di fare i nostri interessi è di avere presenti anche quegli degli altri. In questo contesto ritengo che si debba fare ricorso alla compassione, all’altruismo, all’amore che sono i migliori strumenti per operare nel mondo e per il mondo la “Politica della Gentilezza”.

Lei parla di egoismo ed altruismo come chiavi per capire e affrontare il presente, compresa la grande politica internazionale. Non è un po’ semplicistico?
“L’egoismo è una delle malattie peggiori dei nostri tempi. Ci rende il cuore piccolo e crea le condizioni per una vita peggiore per noi e per gli altri. Questo non lo dovremmo dimenticare mai. La compassione, l’altruismo, il buon cuore non sono unicamente nobili sentimenti di cui trae vantaggio il nostro prossimo. Sono stati mentali, condizioni mentali di cui beneficiamo anche noi stessi. Una persona altruista e compassionevole è in genere una donna o un uomo più felice, più sereno. Del resto è la stessa scienza a sostenerlo, non solo i lama del Tibet. In questi ultimi anni ho avuto modo di parlare con molti scienziati e tutti mi hanno detto che coloro che vivono un’esistenza basata su tali sentimenti sono di solito anche individui più sani da un punto di vista fisico perché le tensioni prodotte da un eccesso di competitività, che a sua volta si basa su di una prospettiva egotica, sono dannose sia per il corpo sia per la mente”.

Torniamo al terrorismo: spesso è di matrice religiosa…
“Il buddismo, il cristianesimo, l’Islam, tutte le vie spirituali hanno il medesimo fine: essere uno strumento a disposizione degli esseri umani per raggiungere la felicità, la pace interiore e l’armonia. Quando invece, in nome di un’ideale religioso, si persegue l’odio, l’intolleranza, si perseguita il diverso, colui che non la pensa come te, credo che non ci sia più alcuna traccia di spiritualità in queste idee e di religioso sia rimasto solo il nome. Quando agiscono in questo modo, un modo che non ha alcun punto di contatto con l’autentica spiritualità, allora le religioni sono veramente, come diceva Karl Marx, una sorta di oppio dei popoli…”.

Fa un po’ specie sentire il Dalai Lama che cita Marx…
“Un conto è il marxismo e un conto sono le differenti forme di comunismo che si sono realizzate concretamente. Certo, alcune teorizzazioni del marxismo come la concezione del partito unico e della dittatura del proletariato mi trovano contrario in quanto sono un convinto assertore della democrazia e dei diritti civili. Così come sono in completo disaccordo con l’uso della violenza intesa come strumento per portare avanti la lotta di classe. Però vi è un aspetto del marxismo a cui, come dire, mi sento piuttosto vicino: l’aspirazione a una certa uguaglianza degli esseri umani, l’idea che tutti dovrebbero avere almeno una condizione economica dignitosa, che esista un livello di povertà e indigenza sotto il quale non si dovrebbe mai scendere. E l’idea che, per realizzare tutto questo, chi ha molto dovrebbe sacrificare parte delle sue ricchezze per dare a chi non ha nulla. Trovo che vi sia qualcosa di etico in questa attitudine. Qualcosa di etico che ha delle consonanze profonde con il buddismo Mahayana e con il mio personale modo di sentire. Ovviamente questa eticità viene calpestata se, in suo nome, si compiono violenze e privazioni delle libertà e dei diritti umani dei popoli e delle persone, se in suo nome si uccide, si tortura, si opprime, come purtroppo è avvenuto in molte occasioni in cui i partiti comunisti sono andati al potere”.

Che cosa pensa della politica dell’amministrazione Bush che ritiene, in accordo con l’ideologia neo-conservatrice, che la superpotenza Usa debba svolgere un ruolo guida nel mondo?
“Parlando in generale dobbiamo ammettere che oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza rimasta e quindi hanno delle maggiori responsabilità. Certamente l’America non è uno Stato dittatoriale. Ha un governo eletto democraticamente e da sempre la democrazia fa parte dello stile di vita degli americani, quindi credo che l’America abbia una grande responsabilità da questo punto di vista. Certo non sempre i governi americani compiono le scelte migliori ma questo fa parte della dimensione democratica. C’è anche la libertà di sbagliare (ride)”.

Qual è la sua opinione sul fenomeno della globalizzazione, che tante critiche sta suscitando nel mondo, specialmente nel Terzo mondo?
“Se con il termine globalizzazione intendiamo che questo pianeta è divenuto più piccolo e, ad esempio, ci vestiamo tutti nello stesso modo e tante cose sono divenute universali, beh, non mi sembra che in questo ci sia niente di tragico o particolarmente sbagliato. Ma quando globalizzazione significa che dei poteri economici forti si espandono a danno delle economie dei paesi più piccoli e meno potenti, allora la trovo assolutamente sbagliata e pericolosa. Il dominio di pochi gruppi economici è un vero errore. Credo che ogni nazione, ogni individuo dovrebbe avere la possibilità di sviluppare liberamente la propria economia. Quindi, questo secondo tipo di globalizzazione, dovrebbe essere contrastata perché, anziché diminuirlo, accresce sempre più il divario tra ricchi e poveri. È una situazione malsana. Perfino all’interno di una stessa nazione a volte accade una cosa del genere. I grandi gruppi strangolano quelli piccoli. Quando le differenze economiche crescono oltre misura, siamo davanti non solo a un qualcosa di sbagliato dal punto di vista morale, ma anche a una situazione che a livello sociale sarà prima o poi fonte di ogni sorta di problemi. Anche nella vita economica, come in quella interiore, dovrebbero esserci equilibrio ed armonia”.

In Europa sembra montare un senso di allarme, perfino di paura, nei confronti del crescente potere – soprattutto economico – della Cina. Lei ritiene giustificati questi timori?
“La Cina è la nazione più popolosa del mondo. Mi sembra che, insieme ai notevoli cambiamenti economici che sono avvenuti nell’ultimo decennio all’interno della Repubblica Popolare Cinese, oggi nella società civile di quel paese cresca una domanda di maggiori libertà. E credo che anche la stessa leadership cinese, molto consapevolmente, voglia andare verso quella direzione… E questo mi sembra uno sviluppo positivo. Ritengo che anche loro sappiano bene che per un regime autoritario non c’è futuro, però hanno paura che dei cambiamenti troppo repentini possano determinare una situazione di caos, di disordine come nella ex Unione Sovietica. O, peggio ancora, che si possa giungere a un vero e proprio bagno di sangue. Quindi penso che un approccio cauto al cambiamento sia giusto, comprensibile”.

A proposito di incontro tra Asia ed Europa, un altro fenomeno evidente è la diffusione in Occidente del buddismo. Quali differenze e quali analogie vede tra buddismo e cristianesimo?
“La maggior differenza tra buddismo e cristianesimo risiede nella concezione di un Dio creatore, assolutamente fondamentale nel cristianesimo. Tutto l’orizzonte di questa religione si fonda sul concetto di un Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Il concetto di Dio, e dell’obbedienza dell’uomo a Dio, permea l’intera struttura spirituale del cristianesimo. Invece il buddismo pone l’accento sulla sofferenza insita nella condizione umana e sui mezzi per poterla prima alleviare e infine superare definitivamente tramite l’Illuminazione interiore. Potremmo dire che il concetto di Illuminazione sta alla base della concezione buddista così come quello di Dio sta alla base del cristianesimo. Sembrerebbe quindi che non si potrebbero immaginare due vie spirituali più distanti. Eppure, se andiamo oltre questa constatazione di massima, vediamo che invece vi sono anche moltissime analogie, profonde similitudini…”.

Per esempio?
“L’idea cristiana dell’amore universale è per molti versi assolutamente simile alla compassione buddhista. In un certo senso la figura di Gesù che scende sulla Terra assumendo un corpo di uomo e si sacrifica per l’umanità affrontando, proprio in quanto essere umano, tutti i dolori e le sofferenze peculiari di questa condizione non può non considerarsi come una rappresentazione dell’ideale del bodhisattva che rinuncia all’Illuminazione per vivere nel mondo per il beneficio dell’umanità. I bodhisattva infatti si reincarnano come uomini e in quanto tali sono sottoposti a tutte le limitazioni della condizione umana”.

Quali sono le speranze del Dalai Lama per il 2004?
“Riguardano principalmente tre ambiti. Il primo è quello di promuovere i valori umani, il secondo l’ armonia religiosa e in questi due ambiti sono molto ottimista. Il terzo è la questione tibetana e anche per questa, nel lungo periodo, sono ottimista. Nell’immediato però, le cose non vanno per niente bene, si potrebbe perfino perdere ogni speranza. Ma se guardiamo le cose da una prospettiva più ampia, proprio per quello che le ho appena detto della Cina, mi sembra di poter vedere che le cose potranno cambiare e imboccare finalmente la giusta direzione”.

Fonte  http://www.followingdalailama.it

Bibliografia
Dalai Lama, Howard C. Cutler – (2009) – L’arte della felicità
Dalai Lama – (2007) – La via dell’Amore
Dalai Lama – (2003) –  La vita, l’Amore e la Felicità

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Equanimità

001-40foto by Marciano – http://olhares.aeiou.pt/amorfos_silencios_foto2686239.html

Articolo di Christina Feldman
Discorso tenuto a Roma il 28 gennaio 2006.

L’equanimità viene talvolta descritta come una spaziosa tranquillità della mente, una calma radiosa o un equilibrio interiore. Tuttavia questo saldo equilibro non è qualcosa di lontano o distante dalla vita, ma si sviluppa all’interno della nostra disponibilit à e capacità di andare incontro a tutti i momenti della vita con eguale rispetto, compassione e sensibilità.

Per incontrare tutti i momenti della nostra vita con eguale rispetto dobbiamo rinunciare a essere favorevoli o contrari a qualcosa, rinunciare al rigetto e al perseguimento, alla ricerca e al rifiuto.  Nella tradizione tibetana l’equanimità viene descritta come qualcosa ugualmente vicina a tutte le cose, come un precursore della compassione, uno dei suoi aspetti essenziali.
Per sapere cosa significa rimanere tranquilli e aperti in mezzo alla sofferenza, dobbiamo in qualche modo rinunciare alle nostre idee su cosa sia giusto o sbagliato, su ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare, in modo da poter ascoltare senza timore dolore e sofferenza.

Sembra che per ascoltare con attenzione la storia di un’altra persona o la storia della vita, dobbiamo in certa misura calmare la nostra stessa storia. Si dice anche che l’equanimità preceda la retta azione e la retta parola.

Ci rendiamo conto che le risposte che fanno realmente la differenza in questo mondo raramente nascono dall’agitazione, dalla paura o dal desiderio.
Le reazioni realmente differenti in questo mondo nascono dalla tranquillità e dall’equilibrio. Non credo che sia utile pensare sempre all’equanimità come a una condizione o un luogo poiché non è qualcosa che raggiungiamo e in cui poi ci ritiriamo.

L’equanimità è in realtà un continuo viaggio. La nostra vita non rimane congelata nel tempo per cui niente cambia più; l’equanimità deve rimanere fluida come la nostra vita, come un modo di andare incontro alla nostra esistenza mutevole, al nostro corpo e alla mente cangianti e a tutti gli eventi che ci capitano.

È facile convincerci che questo tipo di tranquillità interiore e di equilibrio siano irraggiungibili. Potremmo pensare che sia troppo difficile, se non impossibile, rimanere equilibrati e fermi nel bel mezzo di tutti i momenti estremi della vita. Ma io credo che ci basta solo un breve momento di riflessione per sapere quanto sia ben più duro essere continuamente persi nei due estremi di amore e odio, felicità e disperazione, dell’essere favorevoli o contrari a qualcosa.

Equanimità, almeno in inglese, non è una parola che viene usata molto spesso. Raramente incontriamo qualcuno e gli diciamo: Ho avuto una giornata profondamente equanime.. Ci sono altre parole nel nostro vocabolario che usiamo molto più spesso:
Mi piace molto questo, mi piace molto quest’altro. Non vedo l’ora che arrivi domani, oppure ne ho paura.. Se vogliamo drammatizzare, diciamo: .Ho veramente bisogno di questo o sono assolutamente contrario a quest.altro.. Se incontrate un amico che non avete visto da tempo e vi chiede come state, spesso la sua domanda apre la porta a un fiume di racconti di tutti gli eventi che ci sono accaduti.

Diciamo: .Ho avuto un periodo tremendo ., oppure .La vita è stata entusiasmante!., .Mi sono innamorato . oppure .Sono stato veramente triste.. Se dicessimo: .Non è accaduto nulla e la mia mente e il cuore sono rimastiimpassibili. L’equilibrio e l’equanimità sono stati la mia casa. Ci sembrerebbe di presentarci come delle persone noiose e tristi che verranno trascurate o ignorate.

Un modo di concepire la nostra vita è quella di vederla come un interminabile flusso di eventi, in cui un fatto segue a un altro. La nostra vita è simile a un grande fiume che nasce come una piccola sorgente che giunge in superficie e che s’ingrossa sempre di più. E nel corso del fiume ci saranno punti in cui l’acqua è quieta e punti in cui ci sono delle rapide. Vi saranno zone in cui l’acqua scorre lenta che però potranno trasformarsi in cascate.

Come non potremmo decidere di fermare il fiume così non possiamo pensare di fermare il sorgere e passare degli eventi nella nostra vita. Non possiamo scegliere di avere solo i periodi di calma e probabilmente non siamo nemmeno sicuri di volerlo. Non potremmo nemmeno scegliere di rimanere sempre in acque agitate. Nel corso della nostra vita avremo tutti la nostra razione di lodi e rimproveri, approvazione e disapprovazione, guadagno e perdita, momenti di piacere e di dolore. In questa tradizione, per descrivere gli eventi nel corso della vita, si parla degli otto dharma mondani. In generale vi sono gli estremi di felicità e dolore, gli estremi di disperazione e speranza, di desiderio e avversione.

Se pensiamo a tutti gli accadimenti di una singola vita, quelli che il Buddha chiama le diecimila gioie e dolori, molti di questi eventi sembrano quasi essere stati creati per farci perdere l’equilibrio. Non penso che possiamo nemmeno immaginare di raggiungere un punto della nostra vita in cui avremmo una corazza o una difesa che ci tenga a distanza dal mondo degli eventi. Non penso che si possa immaginare di raggiungere un punto della nostra vita in cui diremmo: .Ora è tutto sotto controllo. Non sarò mai più sorpreso dal cambiamento. e che in qualche modo l’ordine e la prevedibilità siano stati raggiunti.

La sola cosa su cui possiamo realmente contare in questa vita è che niente ci apparterrà veramente, niente rimarrà e niente sarà immutato. Questo lo vedo spesso nell’insegnamento quando faccio un discorso di Dharma e poi ricevo alcuni commenti entusiastici e altri assolutamente tiepidi o critici.

Certamente possiamo ottenere approvazione in questa vita e quindi trascorrere momenti o addirittura ore compiacendoci con noi stessi, dicendoci quanto siamo meravigliosi, mentre solo alcune ore più tardi possiamo vergognarci se qualcuno ci disapprova. La nostra bella meditazione, il nostro grande amore, lo stato di salute, la nostra gioventù, tutte queste cose possono andare perdute e talvolta si trasformano in qualcosa di meno gradito.

Anche il piacere può trasformarsi rapidamente in dolore. Una donna che abita in una cittadina vicina, mi disse che dopo lo tsunami in cui era morto il figlio, aveva ricevuto una sua cartolina in cui le scriveva: .Sono in paradiso, questo è il periodo migliore della mia vita.. I cambiamenti tra piacere e dolore non sono sempre così distruttivi.

Possiamo gustare il canto degli uccelli e poi arriva sulla strada il camion dei rifiuti. Un momento possiamo essere occupati da una piacevole fantasia e il momento dopo trovarci in un incubo di ossessioni. Possiamo anche notare che il dolore talvolta si trasforma in gioia. Possiamo essere persi in qualche tremendo spazio limitato, ne possiamo uscire e ritrovarci all.improvviso profondamente toccati dalla vista del sole al di sopra degli alberi.

Il dolore del corpo che pensiamo sia interminabile, d’un tratto si trasforma in un grande senso di benessere. Penso che ripetutamente nella vita sperimentiamo come il senso di equilibrio appare così fragile, così precario e nonostante ciò continuiamo a respirare, il nostro cuore batte ancora e rimaniamo presenti nella nostra vita. Talvolta penso che ci chiediamo come i nostri cuori possano assorbire questo continuo flusso di eventi senza andare in pezzi. Ci chiediamo come poter trovare l’equanimità che ci permetta di andare incontro a tutti questi eventi con eguale rispetto. Ci chiediamo anche quanto profondamente possiamo capire che tutti i nostri sforzi di controllare l’incontrollabile siano vani e facciano solo soffrire.

Per la verità, l’equanimità richiede la saggezza di un Buddha. Non sono solo gli eventi esteriori della vita a richiederci di trovare questa calma radicale, ma anche gli eventi interni delle nostre emozioni e stati mentali.

Un paio d’anni fa mi trovavo in America durante le ultime elezioni presidenziali. Ero con alcuni amici a guardare i primi risultati in televisione. Era così interessante vedere come la serata era cominciata con un po. di speranza, che poi si era gradualmente trasformata in disperazione, poi era riemersa ancora un po. di speranza, mentre eravamo in attesa dei risultati dell’Ohio, per essere poi definitivamente distrutta ancora. Ma la cosa evidente era che in tutto il paese vi erano tante persone che guardavano lo stesso evento e sperimentavano gli stessi alti e bassi in momenti completamente opposti. Quindi la mia speranza significava la disperazione di qualcun altro e quelle che per me erano cattive notizie erano buone per qualcun altro. Talvolta ci chiediamo: .Equanimità significa che non avremo più emozioni o sensazioni?.. Penso di no. Vorrei leggervi qualcosa che forse alcuni di voi già conoscono.

Se riuscite a restare tranquillamente seduti dopo delle cattive notizie, se in un momento di difficoltà finanziarie rimanete perfettamente calmi, se vedete i vostri vicini fare un viaggio in paesi esotici senza una fitta di gelosia, se riuscite a mangiare con soddisfazione qualsiasi cosa vi si metta nel piatto, se riuscite ad amare incondizionatamente quelli che vi circondano, se potete addormentarvi dopo una giornata impegnativa senza prendere una bevanda alcolica o una pillola, se potere essere sempre contenti dovunque vi troviate,  siete probabilmente un cane.

L’equanimità non è l’assenza di sensazioni bensì la presenza di equilibrio nel mondo delle sensazioni. Vediamo ora qual è l’elemento di saggezza dell’equanimità. La prima pietra angolare dell’equanimità è la nostra disponibilità e capacità di abbracciare la realtà dell’impermanenza e la nostra capacità di farlo dipende dalla nostra disponibilità.
Possiamo comprendere veramente che in ogni cosa che sorge vi è la storia della sua scomparsa e della sua morte, con i suoi momenti di fama e disgrazia, di amore e odio, di guadagno e perdita. Nessuno di questi si può afferrare in quanto fanno tutti egualmente parte del tessuto dell.impermanenza. Lo sappiamo e tuttavia è lì che abbiamo l’amnesia più grande. Sempre è un pensiero che abbiamo spesso. Vogliamo che qualcosa duri per sempre oppure temiamo che sia per sempre. Se non abbracciamo l’impermanenza ci perdiamo nell’avversione e nella resistenza o ci perdiamo nello sforzo di trattenere e mantenere eventi che stanno già passando. In entrambi i casi siamo egualmente persi nella dimenticanza del cambiamento.

Quando cadiamo nei due estremi di cercare di mantenere qualcosa o di liberarcene, sacrifichiamo la nostra capacità di essere egualmente vicini a tutte le cose e di andare incontro a tutti i momenti con lo stesso rispetto. Alcuni anni fa all’Insight Meditation Center, il centro negli Stati Uniti dove insegno, c’era una serie di piatti di tutte le forme e colori e delle tazze scheggiate con delle scritte sopra per cui lo staff aveva deciso di sostituirli con dei semplici piatti bianchi. Questa semplice scelta dette l’avvvio a una serie di commenti da parte dei meditanti: .Come posso rinunciare alla mia tazza preferita?  oppure Come posso iniziare il ritiro così turbato?.. E ricordiamoci che si tratta di un centro di Dharma in cui si danno continuamente insegnamenti sull’impermanenza.

Penso che non sempre ci rendiamo conto di quanto il nostro sentirci equilibrati e calmi dipenda dal fatto che le grandi e piccole cose della nostra vita rimangono immutabili. Ce ne rendiamo conto solo quando cambiano.

E poi ci rendiamo conto di come questo filo dell’attaccamento percorra tutta la nostra vita. Non ci mancano le opportunità per contemplare l’impermanenza. Basta aprire i nostri cuori alla verità di un singolo giorno, di una singola seduta, di una singola ora, e vedere quante nascite e morti, inizi e fini. Allora ci chiederemo che cosa in realtà ci stia insegnando tutto questo. Una lezione è che anche questo passerà e comprendere ciò costituisce una delle pietre angolari dell’equanimità.

La seconda pietra angolare dell’equanimità è la comprensione della natura della nostra intossicazione. Se qualcuno ci offrisse una tessera a vita per le più alte montagne russe del mondo, all’inizio, anche in base al nostro temperamento, potremmo pensare che si tratti di un bel regalo. Nei primi giorni potreste provare l’eccitazione e il divertimento della corsa anche con grande intensità. Ma provate a immaginare di doverlo fare, giorno dopo giorno, per il resto della vita.

Immaginate tutta la vostra vita a Disneyland! Penso che dopo un pò di tempo l’eccitazione comincerebbe a logorarsi. Ma in qualche modo sembra che noi non perdiamo l’intossicazione di percorrere come fossero montagne russe gli eventi della nostra vita, sia internamente che esternamente.

Con questo tipo di intossicazione l’equanimità scompare. Allora penso che sia utile chiederci che cosa ci conduce a questa intossicazione di intensità, cosa ci spinge ad attraversare la vita alla ricerca di esperienze eccitanti sempre nuove, che cosa nutrono in noi gli estremi di amore e odio, guadagno e perdita.

Credo che ci voglia solo un pò di consapevolezza per vedere che il nostro senso dell’io, il nostro senso di chi siamo, è anch’esso un evento che sorge e passa in innumerevoli forme differenti in una singola giornata.

Pensate, ad esempio, a quanti diversi stati dell’io avete sperimentato oggi: la noia, l’eccitazione, la fame, l’interesse, la monotonia, l’irrequietezza. Pensate a quanti stati dell’io avete sperimentato nella vostra vita: la felicità, la tristezza, l’andare da qualche parte, il non andare da nessuna parte, essere giovane, essere vecchio, essere ansiosi ed eccitati.

Lo stato dell’io sorge e passa sempre ed è collegato a tutti gli altri stati che sorgono e passano. Il nostro senso dell’io è un evento unito a tutti gli eventi delle emozioni e dei pensieri, e fa parte del mondo degli eventi esterni. Talvolta vediamo che lo stato dell’io è influenzato da un fatto esterno. Ora che siete seduti qui nella sala e siete molto calmi, questo è uno stato molto calmo dell’io. Poi all’improvviso la persona accanto a voi comincia a tossire e starnutire e immediatamente vedete la reazione ansiosa e avversiva dell’io in risposta a questo evento.

Talvolta gli avvenimenti esterni della nostra vita prendono il sapore e colore dello stato interiore dell’io.  Se vi è uno stato di tristezza o impazienza dell’io, d’un tratto ogni cosa del mondo diventa potenzialmente irritante e tanti di questi eventi sembrano sorgere dal nulla. La domanda da farci è: chi saremmo al di fuori di questi eventi dell’io? Chi saremmo senza definire un evento? La fonte della nostra intossicazione è il bisogno di avere un evento per essere qualcuno, in quanto il pensiero di non essere nessuno ci è così inconsueto e inquietante che vi opponiamo una forte resistenza.

In realtà non c’è fine agli eventi della vita che ci danno la possibilità di essere qualcuno. Essere equanimi è la risposta alla domanda di chi saremmo senza un evento che ci definisca.

c’è una splendida poesia nella tradizione Zen che dice:

10.000 fiori in primavera
la luna in autunno
una fresca brezza in estate
e la neve in inverno.

Se la vostra mente non è annebbiata da pensieri inutili, questa è la stagione più bella della vostra vita. Le cose inutili sono le nostre posizioni a favore o contro qualcosa, gli attaccamenti e le avversioni, le paure e le aspettative. Le cose inutili sono le definizioni mutevoli dell’io, senza le quali la nostra equanimità sarebbe ricca e profonda.

La terza pietra angolare della saggezza, che fa parte dell’equanimità, è la comprensione profonda del rapporto con le sensazioni (vedaná), che sono il secondo fondamento della consapevolezza. Vale a dire riconoscere il piacevole come piacevole, lo spiacevole come spiacevole e il neutro come neutro.

Quando non siamo consapevoli delle nostre sensazioni muoviamo il primo passo verso l’intossicazione, verso lo squilibrio. Per coltivare l’equanimità è necessario praticare quando non siamo equanimi, vale a dire in quella gamma di sensazioni che sorgono. Nella vita ci sono molte sensazioni piacevoli, quali suoni, pensieri, gusti e contatti, ma forse non ce ne sono abbastanza rispetto ai nostri desideri. L’equanimità non richiede che noi resistiamo al piacevole, che è la radice della gioia, della gentilezza amorevole e dell’apprezzamento.

Ma il piacevole è anche il luogo in cui il desiderio intenso può costruire la sua dimora, vale a dire quando accompagniamo il piacevole con la mancanza, il bisogno, e quando ci perdiamo nell’evento del piacevole. È come fare una passeggiata in un giardino in cui c’è molto di piacevole, come gli alberi e l’erba.

Possiamo goderne, ma possiamo anche fare dei passi ulteriori. Possiamo dirci: .Non tornerò in quella sala buia., .Sposterò il mio cuscino all.esterno., .La prossima volta che verrò porterò con me il mio libro sugli uccelli in mododa poterli identificare tutti., .Forse porterò la merenda..

Tutto ciò che abbiamo elaborato sul desiderio, quando ci dimentichiamo del cambiamento e dell’intossicazione, è che abbiamo trasformato il piacevole in un progetto o in un evento che vogliamo rendere .nostro.. Nella vita vi sono più sensazioni spiacevoli di quelle che vorremmo, ma le nostre avversioni non ci proteggono dallo spiacevole e noi tendiamo a trasformare lo spiacevole in un evento o in un progetto. Forse abbiamo voglia di uscire anche se piove e ci diciamo che la prossima volta faremo un ritiro in Spagna. C’è anche molto nella vita che è neutro, né piacevole né spiacevole. Il neutro è l’evento più difficile cui l’io possa appigliarsi, perché nella condizione neutra sembra che non accada nulla e pertanto la nostra risposta consueta a tutto ciò è di dirci che è noioso. La vita va naturalmente avanti, invitando la nostra presenza sensibile e pronta, ma ciò che scopriamo è il sentirci incapaci di riposare in uno spazio senza eventi, per cui entriamo rapidamente nel moto del desiderio, in modo da far accadere qualcosa.

Imparare a lasciare andare il desiderio, l’avversione e lo spazio fra i due significa cominciare a coltivare l’equanimità, vale a dire trovare quella calma radiosa che illumina e abbraccia tutte le cose, conoscere veramente e profondamente che in questo momento non manca nulla.

Ciò che si libera nel lasciar andare è la nostra capacità di incontrare tutti i momenti della vita con la stessa attenzione. Trovare l’equilibrio è una pratica, e per farlo abbiamo bisogno di provare interesse per i momenti in cui lo perdiamo. Il sentiero dell’equanimità non è separato dal mondo della sofferenza e del caos, in quanto vi fonda le sue radici. In tutti i momenti in cui troviamo il coraggio e la fermezza in mezzo al cambiamento e alla sofferenza, impariamo che possiamo abbracciare questo mondo di eventi senza esserne sopraffatti e senza provare amarezza o paura.

La pratica dell’equanimità è assolutamente centrale nel cammino della compassione.
È una profonda e imperturbabile calma interiore.

Patricia Feldman

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