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Posts Tagged ‘Vita e morte’

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foto Abilio Dias – http://www.olhares.com

<Le redini della propria vita>

(di Maria Castiglione)

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Ognuno porta in sé il seme di ciò che può diventare. Crescendo, spesso, finiamo col dimenticare chi siamo, di cosa siamo capaci e “ci peridiamo per strada”. Ma ritrovarci e realizzare il nostro progetto di vita è possibile.

Il “piccolo” dell’uomo nasce e da subito dimostra il suo temperamento giacché nei primi mesi di vita e anche nei primi anni, il suo contatto con il Sé è stretto e fluido ed egli manifesta peculiarità, attitudini, qualità, vocazioni le quali – se si prestasse loro la dovuta attenzione e il rispetto- sarebbero i sicuri segnali del suo progetto di vita.

Poi, come in tutte le favole, qualcosa succede e sulla strada del piccolo eroe compaiono gli ostacoli; quando è fortunato non si tratta di grandi violenze, ma di piccole continue interferenze col suo naturale funzionamento. Si sa, il bambino deve essere educato, i genitori da subito si sentono investiti dal sacro compito. Ciò che nessuno ha insegnato loro è che non dovrebbero assolutizzare niente e far notare al bambino che quanto gli comunicano è ciò che nella loro famiglia si trasmette di generazione in generazione, ma che in altre famiglie si fa in un altro modo e offrire esempi di un modo diverso di vivere e al bambino fare intravedere la possibilità di cambiare – quando sarà abbastanza grande da poterlo fare- ciò che riterrà opportuno senza incorrere nella disapprovazione di coloro che ama.

E invece a poco a poco i “no”, le ingiunzioni”, i “devi” lo allontanano dalla sua vera natura e lo disorientano, sì proprio così perché il Sé è essenzialmente orientamento, agisce come un radar che sa quali onde catturare per cui quando il piccolo viene allontanato dalla sua essenza, invece di andare nel mondo tranquillo e sicuro, annaspa, incespica di continuo, avanza tentoni come chi è afflitto da un handicap. E in molti casi il mondo diventa nemico e nascono paure di ogni tipo.

Quel bambino cresce conformandosi o ribellandosi ma non seguendo se stesso; a un certo punto però, diventato adulto, entra in crisi, l’anima bussa, chiede il conto.

Questo ipotetico cammino ci riguarda un po’ tutti, molti di noi in un certo momento della vita sentiranno un’intensa insoddisfazione e inizieranno quell’opera di riorientamento che impegnerà gran parte delle nostre forze e ci porterà a ritornare in noi stessi stesso e a ridefinirci. Guadagneremo un modo di stare nel mondo più consono alla nostra natura e di conseguenza serenità e gioia.

Da dove cominciare?

1. Tagliare i codici che hanno informato la nostra vita, ovviamente se l’hanno resa poco godibile. E’ disimparare, è disfarsi di cattive abitudini, dei maestri, è partire da sé, per passare da un’etica impersonale appresa a un’etica personale del volere e della responsabilità, per scoprire il mondo dei propri valori individuandoli a partire dai propri bisogni, desideri e ideali. Questa è la strada per individuarsi, differenziarsi, vivere.

Partire da sé è lottare per affermare le proprie posizioni perché tra i nostri” vicini” ci sarà sempre qualcuno che tenterà di depistarci, manipolarci in nome magari dell’amore o per fini egoistici. In tutti i miti l’eroe afferma se stesso lottando, superando numerosi ostacoli sul suo cammino; la via dell’eroe è la metafora di ogni vita che è forte e vuole risposte forti da ogni uomo e da ogni donna.

2. Taglio ma anche piega: nel lavoro di riordino della nostra personalità è basilare il “ritorno a Casa” ovvero piegarsi verso se stessi e,quasi atto medico, aver cura di sé, capire la forma che si desidera darsi, la forma che dirà dei nostri più intimi e personali desideri.

3. Interrogare continuamente l’esperienza. Importanti le domande empiriche che sapremo rivolgerci. Ogni volta che un evento parla il linguaggio del disagio, provare ad estrarre dalla situazione il sentimento particolare che si è provato invidia, gelosia, vergogna e chiedersi: Quando e perché lo incontro, chi o che cosa mi evoca un tal sentimento? Che ha a che fare con la mia vita?

Quando un evento parla il linguaggio del benessere si fa la stessa cosa in modo da rendere ripetibile a volontà, e non casualmente, l’esperienza. Per le cose che avvengono per caso chiedersi: Ma quante cose avevo prima lasciato accadere?
Per le cose che facciamo deliberatamente senza però ottenere gli effetti desiderati: Mi sono interrogato sulle mie motivazioni e l’intenzione qual era?

4. Coltivare le figure del cuore ovvero i valori personali di cui si diceva sopra e poi quelle configurazioni fatte di pensieri, sentimenti che sono il distillato, il portato di esperienze benefiche e ancora: nello spazio della nostra interiorità ci sono varie immagini di noi,alcune sono purtroppo costrittive e ostacolanti il nostro sviluppo, altre ci regalano invece un senso di espansione e libertà, fare di quest’ultime figure del cuore, e cioè richiamarle spesso alla coscienza, arricchirle, farne tesoro.

Tanto altro ancora si può fare, l’importante è non dimenticare che l’identità è in cammino per tutto il tempo del nostro percorso esistenziale. Ciò dà speranza.

fonte: postato il Lista Sadhana – Guido da Todi

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Dai Colore alla tua Vita
Il segreto per vivere meglio

Un invito a compiere il viaggio più bello: vivere una vita piena e autentica, di successo. Se non possiamo cambiare la direzione del vento… possiamo sempre regolare le vele e raggiungere la meta prefissata!

Sviluppare le nostre qualità e realizzare i nostri desideri più profondi non è questione di fortuna. Si tratta di un lungo cammino, o meglio di un viaggio, fatto di preparazione e allenamento, sconfitte e vittorie. Non tutti, non sempre, hanno il coraggio o anche solo la motivazione per affrontarlo perché questo percorso richiede costanza, ma soprattutto una valida guida che “spiani la strada”.

Questo libro insegna attraverso divertenti esercizi ad acquisire la tecnica vincente per abbandonare la vecchia visione di noi stessi, sentirsi liberi di intraprendere il cambiamento e crearsi un proprio percorso di vita vincente. A volte costruire obiettivi ambiziosi ci distrae da ciò che conta veramente: il presente.

L’autore ci invita a non correre questo rischio: la nostra esistenza merita di essere vissuta momento per momento, godendo ogni attimo del percorso. Tutto è già in noi; le nostre menti e i nostri cuori sono i porti da cui salpare.
lo trovi su Macrolibrarsi qui

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Dugpa Rimpoce: Precetti per una vita felice

1. Il sole di mezzogiorno, nella sua gioia, nella sua apoteosi, brilla per tutti. Distribuisce come un re le sue ricchezze. Mantieniti allo zenit della vita e sarai inesauribile per te e per gli altri.

2. Non e’ necessario avere una padronanza assoluta di se’ o una profonda conoscenza del cuore per dare agli altri. Il dono si trova sulla superficie delle labbra, nella curva di un gesto. E’ leggero da portare. Cresce nell’innocenza e nella luce.

3. Condividere significa moltiplicare la possibilita’ di essere felici.

4. La gioia non e’ una passione umana, violenta, che sorge in un breve istante e subito scompare. E’ la saggezza insita nell’essere umano, la luce del cuore, il suo scintillio nella vita di tutti i giorni.

5. Non rifiutare l’umorismo: disseta e impedisce che il corpo e il cuore appassiscano. Senza senso dell’umorismo la felicita’ non da’ frutti. E’ come un albero senza uccelli che guarda verso l’inverno. 6. Quando viene condivisa la gioia non e’ mai attenuata. Si rinnova costantemente nell’altro.

7. La gioia e’ una fonte di eterna giovinezza.

8. Se conservi la felicita’ solo per te, finira’ per soffocarti. Comunicala agli altri, a quelli che ami, a quelli che ti stanno vicino: la vedrai fiorire.

9. La vita si afferma con una gioia costante che riconcilia gli avversari e riavvicina gli amanti, gli amici, in una stessa liberta’. La gioia e’ uno stato di perfetta accettazione, di rinuncia a se stessi e di abbandono agli altri. Ci si trova improvvisamente pieni, al di la’ dei nostri limiti.

10. Volgi lo sguardo alla semplicita’ del mondo: il cielo, la luce del sole , gli alberi, i fiori, il sorriso dei bambini. Vuota te stesso, torna di nuovo leggero e puro come un cielo in montagna.

11. Devi liberarti dell’arroganza e della mancanza d’amore se vuoi essere felice. Non isolarti, non rafforzare il tuo egoismo, ma va’ incontro agli altri, a mani aperte.

12. La condivisione non divide. Al contrario, riunisce quello che e’ stato separato e diviso. Si esce da se’ per andare verso gli altri con benevolenza, soddisfazione, modestia. Ritrova questa umilta’ gioiosa, animata dal des iderio di servire gli altri. E’ te stesso che riceverai in cambio, la tua realta’ profonda, in accordo con la realta’ armoniosa dell’universo.

13. L’amore che si ferma alla superficie delle cose e’ condannato a deperire e a morire. E’ come l’albero senza radici, destinato all’ascia del taglia legna.

14. Trova piacere nella vita, e la vita si prendera’ cura di te.

15. Come potremmo dare quello che noi stessi non possediamo ? Impara ad amarti se vuoi veder risplendere l’universo negli occhi degli altri.

16. Non essere legato ai risultati, ma non limitare mai i desideri se vuoi conoscere la gioia.

17. Il donare e il ricevere vengono dal cuore, e la’ tornano in piena liberta’. La gioia e’ la’ dove tu sei. Non e’ mai esterna a te. C’e’ un solo luogo che e’ fonte insieme di salute, abbondanza e meraviglia: questo luogo e’dentro di te.

18. Impara ad amare quelli che non ti somigliano, che ti sembrano diversi e lontani dalla tua cultura e dalla tua storia. Sono gli altri specchi di te stesso. Senza di loro avresti un’immagine incompleta della felicita’. Non saresti davvero riconciliato con te stesso.

19. Evita le discussioni e i conflitti che oscurano il cuore: questi preparano il terreno alla sofferenza e alla solitudine.

20. Alimenta in te il desiderio di essere felice, superando le esitazioni e gli ostacoli. Non rifiutare la lotta contro te stesso. Se vuoi essere felice devi imparare a pacificare i tuoi capricci e le tue passioni.

21. Proprio nell’istante in cui il sole tramonta, la vita si accende all’interno. Non giudicare cosa sia felice o infelice, luminoso o oscuro. Devi mettere a tacere queste divisioni assurde e ritrovare l’unita’ del cuore, la pienezza gioiosa. Accendi dentro di te un sole che non si spegne.

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La vita è una ricchezza che non svanisce,
nella memoria del vissuto che ci ha accompagnato,
nelle linee sottili della speranza che giorno per giorno
alimenta la lampada della nostra attesa.

La vita sei tu, nella lacrima
che sfiora silenziosa la tua gota,
nel sorriso di un tempo e nell’abbraccio
di parole che non conoscono confine.

Anche oggi, in questa mia gratitudine
per quello che tu sei, che resta scolpito
oltre il tempo e apre uno squarcio
tra le nuvole delle tue paure.

Oltre le parole anche il silenzio
intinge il colore nella serenità
di questa speranza sempre viva…per te!

10.02.2009 Poetyca http://poetycamente.ning.com/

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portici_morro_alba1Per stare vicini a una persona morente, senza sentirci arrabbiati, delusi o impotenti, è importante sviluppare un diverso atteggiamento nei confronti della morte, la cosa più naturale che può capitare, come la nascita.

Andando a fare un giro in un terreno incolto, noteremo la rigogliosità della natura, noteremo anche piante e alberi morti, secchi, caduti, altri in putrefazione. Ma se andiamo a vedere nel dettaglio cosa c’è vicino, dentro, sotto, noteremo dell’altra vita che sta per nascere: piccole erbe, formiche
che scavano il legno, germogli, altri insetti che freneticamente si muovono, l’aria che si muove, le piccole gocce di rugiada…

In ogni cosa che finisce c’è l’inizio di qualcos’altro. La morte non è in opposizione alla vita, non c’è dualità in questo, come invece noi pensiamo. La morte è complementare alla nascita, almeno in questo mondo. Dove c’è la nascita c’è anche la morte, e la vita include tutto questo. La vita in
qualche modo è eterna, perché è il ciclo della nascita e della morte, tutti i cicli compongono ed appartengono alla vita. Come la nostra anima, che appartiene alla vita, non solo dalla nascita e fino alla morte.

– Mentre scrivo questa frase, il correttore del programma di scrittura mi suggerisce di usare anziché “fino alla morte” la frase “fino all’ultimo”: sembra che sia veramente insito nel mondo occidentale la paura della morte, anche solo nominarla può dare fastidio -.

Vediamo la morte come momento disperato, perché ci identifichiamo con il corpo, con gli oggetti e gli affetti che sono esterni a noi. Pensiamo che con la morte perdiamo tutto questo, ed  effettivamente è vero, ma la casa, l’auto, i parenti, il lavoro non siamo noi. Nella vita diamo molto peso alle cose materiali, ci identifichiamo con queste, e trascuriamo il valore della vita interiore. Per questo motivo la morte ci spaventa, pensiamo che sia una perdita totale, l’annullamento completo di noi.

Ed in parte è così, con la morte se ne va l’ego, ma noi non siamo solo il nostro ego, siamo molto di più, siamo quello che è stato con noi fin dal momento della nascita e che ci accompagnerà anche nella morte. Questo non è l’ego, perché quando nasciamo non abbiamo nessuna esperienza personale, eppure ci siamo, esistiamo e da subito diamo il nostro contributo alla vita.

Non è necessario avere “fede” per comprendere queste cose, non è necessario seguire una religione, basta fare un viaggio dentro di noi, per scoprire e sperimentare il nostro collegamento con l’anima, quella parte di noi che può sopravvivere in ogni circostanza, quella dimensione trascendentale che è
insita in noi stessi.

Nel ricordare che dobbiamo morire, ricordiamo anche che abbiamo una dimensione invisibile, non collegata al corpo, ricordiamo la nostra pura essenza, che va oltre i nomi e le forme. Ricordiamo che abbiamo la possibilità di scegliere in questa vita: possiamo decidere se vivere in conformità alle regole, all’educazione, alla socializzazione che ha formato il nostro ego, oppure vivere in collegamento diretto con la nostra anima, con quella parte più profonda che è venuta sulla terra per evolversi, per completare fino alla fine il suo compito.

Le persone che hanno avuto esperienze di premorte, sanno come ci si sente senza corpo: non è la fine del mondo, è l’inizio di qualche cosa di diverso, che non possiamo nemmeno immaginare se rimaniamo sempre ancorati alla nostra realtà.

Se ci dimentichiamo chi siamo veramente, affronteremo la morte con paura, rabbia e dolore, e penseremo che è la fine di tutto. Questo ci porta ad essere a disagio per tutta la vita, perché la morte prima o poi si avvicina a noi, attraverso la scomparsa di qualche persona cara, di qualche
famigliare o anche attraverso gravi perdite della vita, quali divorzi, fallimenti, perdita di beni, etc.

Sapere affrontare la morte con serenità aiuta moltissimo ad affrontare la vita con serenità, ogni attimo diventa quello buono per non lasciare niente in sospeso, di inconcluso, per terminare ogni giorno con una profonda pace.

Dobbiamo morire, perciò il nostro ego è destinato ad andarsene, come tutte le forme cui lo abbiamo associato, come le relazioni sociali con cui ci siamo identificati. Imparare a morire, a lasciare andare le cose, sapere che possono avere una fine, ci aiuta anche nella vita pratica quotidiana. Ogni piccola sconfitta può essere vista come una piccola morte, come la conclusione di un ciclo, all’interno del ciclo della nostra vita. Potremo pensare che sia penoso, perché sentiamo la perdita, il disorientamento dentro di noi, avere dei dubbi “chi siamo veramente”, senza quella determinata cosa.

Abbiamo la possibilità invece di affrontare ogni piccola perdita con la cognizione che è necessario accedere dalla nostra parte più profonda per poter rinascere. Dentro alla nostra anima c’è la vera forza della vita, c’è la pura essenza che non ha bisogno di identificarsi con la materia e le
emozioni, c’è la possibilità di rinascere, di ricominciare in ogni momento dall’inizio, ed attingere al potere di guarigione, che è in collegamento con tutto l’universo, e necessario nella nostra vita.

Se siamo vicini ad una persona morente, non ci dobbiamo sentire arrabbiati, delusi, impotenti. La morte non è un evento anomalo ed eccezionale, come ci fa credere la nostra società, è la cosa più naturale che possa capitare, come la nascita. Perciò stiamo vicini alle persone che muoiono con
naturalezza, accettando che un ciclo sia completato, lasciando da parte il dolore, richiamando la calma e la serenità: le anime, la nostra e quella del morente, sanno che non è la fine di tutto.

(di Nello Ceccon) – tratto da Lista Sadhana yahoo.it

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kris2 Jiddu Krishnamurti

Sul morire…

“…per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un’esperienza diretta.. Siamo plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione, dagli schemi di vita; siamo invidia, gioia, angoscia, zelo, godimento; ognuno di noi è questo, ovvero il processo di continuità..
..ognuno è attaccato alle proprie opinioni, al proprio modo di pensare, ed ha paura che senza i suoi attaccamenti non sarebbe nulla; allora si identifica con la casa, la famiglia, il lavoro, gli ideali… ma quanti sono quelli capaci di porre fine a tale attaccamento e realizzare il distacco?

E’ necessario comprendere i processi del pensiero, poiché la comprensione di ciò che chiamiamo pensiero è la cessazione del tempo.. il pensiero, tramite un processo psicologico, crea il tempo; il tempo poi controlla e configura il nostro pensiero.. ..il senso di continuità è stato edificato dalla mente, quella mente che guida se stessa per mezzo di precisi schemi e che ha il potere di creare ogni sorta di illusione, lasciarsi intrappolare da tutto ciò mi sembra una scelta tanto inutile quanto priva di maturità..

..Non sappiamo neppure cos’è vivere, come potremo mai sapere cos’è la morte? Vivere e morire potrebbero essere la stessa cosa, e il fatto che le abbiamo separate potrebbe essere fonte di grande sofferenza.. Abbiamo separato la morte trattandola come un evento che accadrà alla fine della vita, tuttavia è sempre presente.. Avendo paura di quella cosa che chiamiamo morte l’abbiamo separata dalla vita, relegandole entrambi in compartimenti stagni, separati l’uno dall’altro da spazi immensi.. ..Una mente imprigionata in tale processo non riuscirà mai a comprendere, comprendere è libertà; ma tra noi sono ben pochi coloro che vogliono essere liberi.. ..lasciamo che l’oceano della vita e della morte sia così com’è.. ..l’io che ha goduto, sofferto e conosciuto, potrà continuare?

L’io esiste solo a causa dell’identificazione con la proprietà, con un nome, una famiglia, con successi e fallimenti, con tutto ciò che siamo stati e vogliamo essere. Siamo ciò con cui ci siamo identificati: è di questo che siamo fatti, e senza di questo non siamo. Vogliamo che tale identificazione con gli altri, con le cosa e le idee non abbia fine, persino dopo la morte; ma si tratta davvero di qualcosa di vivo? Oppure non è nient’altro che una massa di desideri contraddittori, di progetti, di successi, di frustrazioni, un groviglio in cui il dolore supera la gioia? ..

Meglio il conosciuto che il non conosciuto vero? Eppure il conosciuto è talmente piccolo, insignificante, limitante; il conosciuto è dolore, eppure si desidera che continui.. ..Ci affanniamo molto per sapere, quando cessa ogni tentativo di sapere, c’è ancora qualcosa che la mente non è riuscita ad afferrare e a far quadrare. Il non conosciuto è infinitamente più grande del conosciuto: il conosciuto non è che un’imbarcazione in  mezzo al mare del non conosciuto.. ..lasciamo che tutto scorra naturalmente.. ..la verità è assai strana: più la inseguiamo più ci sfugge. Non possiamo afferrarla in nessun modo, per efficace e astuto che sia; non possiamo imprigionarla nella rete del nostro pensiero.

Comprendetelo a fondo e lasciate andare tutto. Nel cammino della vita e della morte dobbiamo camminare da soli; è un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto. La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze; i suoi dèi e le sue virtù devono essere restituiti alle società che li hanno generati. Occorre raggiungere una solitudine completa e incontaminata…”

Jiddu Krishnamurti – frammenti liberamente estrapolati da: “On living and dying”
Fonte Lista Sadhana – http://it.groups.yahoo.com/group/lista_sadhana/

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gandalf20the20whites600x600PAULO COELHO
MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE –
TRADUZIONE DI RITA DESTI
EDIZIONI ASSAGGI BOMPIANI
………………………..

Un giorno, all’improvviso, il guerriero scopre di lottare senza lo stesso entusiasmo di prima. Continua a fare cio’ che faceva, ma sembra che ogni gesto abbia perduto il suo significato. In quel momento, egli ha una sola scelta: continuare a praticare il Buon Combattimento. Recita le sue preghiere per dovere, o per paura, o per qualsiasi altro motivo, ma non interrompe il suo cammino. Sa che l’angelo di Colui che lo ispira sta facendo un altro giro.

Il guerriero si mantiene concentrato sulla lotta, e persevera: anche quando tutto sembra inutile. Dopo un po’, l’angelo torna, e il semplice fruscio delle sue ali fara’ ritornare la gioia. Un guerriero della luce condivide con gli altri tutto cio’ che conosce del cammino. Chi aiuta, viene sempre aiutato, e ha bisogno di insegnare cio’ che ha appreso. Percio’, egli si siede intorno al fuoco e racconta com’e’ andata la giornata di lotta.

Un amico gli sussurra: “Perche’ parlare tanto apertamente della tua strategia? Non vedi che, comportandoti cosi’, corri il rischio di dover dividere le conquiste con altri?” Il guerriero si limita a sorridere, e non risponde. Sa che, se giungera’ alla fine del viaggio in un paradiso vuoto, la sua lotta non avra’ avuto alcun valore.

Il guerriero della luce ha appreso che Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza. Si serve della rabbia per mostrare l’infinito valore della pace. Si serve del tedio per sottolineare l’importanza dell’avventura e dell’abbandono. Dio si serve del silenzio per fornire un insegnamento sulla responsabilita’ delle parole. Si serve della stanchezza, perche’ si possa comprendere il valore del risveglio. Si serve della malattia per
sottolineare la benedizione della salute. Dio si serve del fuoco per impartire una lezione sull’acqua. Si serve della terra, perche’ si comprenda il valore dell’aria. Si serve della morte per mostrare l’importanza della vita.

Il guerriero della luce da’, prima che gli sia richiesto. Vedendo questo, alcuni compagni commentano: “Chi ha bisogno, chiede.” Ma il guerriero sa che c’e’ molta gente che non riesce – semplicemente non riesce – a chiedere aiuto.
Accanto a lui ci sono molti uomini dal cuore talmente fragile, che si impegnano in amori malsani; sono affamati di affetto, e si vergognano di mostrarlo. Il guerriero li riunisce intorno al fuoco, racconta delle storie, spartisce il suo cibo, scherza insieme a loro. Il giorno dopo, tutti si sentono meglio.

Coloro che guardano alla miseria con indifferenza sono i piu’ miserabili. Le corde che sono sempre in tensione finiscono per logorarsi. I guerrieri che si addestrano senza tregua perdono la spontaneita’ nella lotta. I cavalli che saltano di continuo gli ostacoli finiscono per spezzarsi una zampa. Gli archi che sono costantemente tesi non scagliano piu’ le frecce con la stessa forza.

Percio’, anche se potrebbe non essere dell’umore giusto, il guerriero della luce cerca di divertirsi con le piccole cose quotidiane. Il guerriero della luce presta ascolto a Lao Tzu, quando dice che dobbiamo distaccarci dall’idea dei giorni e delle ore, per rivolgere sempre piu’ attenzione al minuto.  Solo cosi’ riesce a fronteggiare taluni problemi, prima che si verifichino: prestando attenzione alle piccole cose, egli riesce a evitare le grandi catastrofi.
Ma, pensare alle piccole cose non significa pensare in tono minore. Una preoccupazione esagerata finisce per eliminare ogni traccia di gioia dalla vita. Il guerriero sa che un grande sogno e’ costituito da tante cose diverse, cosi’ come la luce del sole e’ l’insieme di milioni di raggi. Ci sono momenti in cui il cammino del guerriero attraversa periodi di routine. Allora egli adotta l’insegnamento di Nachman de Bratzlav: “Se non riesci a meditare, devi soltanto ripetere una semplice parola, perche’ questo fa bene all’anima. Non dire altro, limitati a ripetere la stessa parola senza fermarti, innumerevoli volte.
Essa finira’ per perdere il suo significato, acquistandone uno nuovo. Dio aprira’ le sue porte, e tu arriverai a usare questa semplice parola per esprimere tutto cio’ che vorresti.”

Quando e’ obbligato a ripetere il medesimo compito, il guerriero adotta questa tattica, e trasforma il proprio lavoro in preghiera. Un guerriero della luce non ha “certezze”, ma un cammino da seguire, al quale cerca di adattarsi in base al tempo.

In estate, lotta con equipaggiamenti e tecniche diversi da quelli impiegati in Inverno. Essendo tollerante, egli non giudica mai il mondo, utilizzando il concetto di “giusto” o “sbagliato”, bensi’ sulla base dell’atteggiamento piu’ adatto a quel determinato momento. Sa che anche i suoi compagni devono
adattarsi, e, quindi, non si sorprende quando essi cambiano atteggiamento. A ciascuno da’ il tempo necessario per giustificare le proprie azioni.

Ma, e’ molto giusto in caso di tradimento. Un guerriero siede intorno al fuoco con i suoi compagni. Essi trascorronp ore e ore accusandosi a vicenda, ma poi finiscono per dormire sotto la stessa tenda e per dimenticare le offese  pronunciate. Di tanto in tanto, nel gruppo arriva un elemento nuovo.  Poiche’
non ha ancora una storia in comune con gli altri, l’uomo mostra soltanto i suoi pregi, e alcuni lo vedono come un maestro. Ma il guerriero della luce non lo paragona mai ai vecchi compagni di battaglia. Lo straniero e’ il benvenuto, ma si fidera’ di lui solo quando avra’ conosciuto anche i suoi difetti.

Un guerriero della luce non entra mai in battaglia senza conoscere i limiti del suo alleato. Il guerriero della luce conosce una vecchia espressione popolare che dice: “Se il pentimento uccidesse… E sa che il pentimento uccide davvero: corrode lentamente l’anima di chi ha fatto qualcosa di sbagliato, e conduce
all’autodistruzione. Il guerriero non vuole morire in questa maniera. Quando agisce con perversita’, o cattiveria, poiche’ anch’egli e’ un uomo pieno di difetti, non si vergogna di chiedere perdono. Se gli e’ ancora possibile, concentra ogni suo sforzo per riparare al male che ha fatto. Se colui che ha colpito e’ morto, fa del bene a un estraneo, e offre questa buona intenzione all’anima di colui che ha ferito.

Un guerriero della luce non si pente, perche’ il pentimento uccide. Egli si umilia, e rimedia al male che ha causato. Tutti i guerrieri della luce hanno sentito la madre dire: “Mio figlio si comporta cosi’ perche’ ha perduto la testa, ma in fondo e’ una gran brava persona. Benche’ rispetti la madre, egli sa che non e’ cosi’. Non si colpevolizza per i suoi gesti avventati, e tanto meno passa la vita a perdonarsi per tutto cio’ che fa di sbagliato, poiche’ in questa maniera non correggera’ mai il proprio cammino. Per giudicare il risultato dei propri atti, si basa sul buon senso, e non sulle intenzioni che aveva nel compierli. Si assume la responsabilita’ di ogni sua azione, pur pagando un prezzo alto per gli errori.

Dice un vecchio proverbio arabo: “Dio giudica l’albero dai frutti, non dalle radici.”  Prima di prendere una decisione importante, come dichiarare una guerra, trasferirsi con i compagni in un’altra pianura, scegliere un campo da seminare, il guerriero si domanda: “Come incidera’ sulla quinta generazione dei miei
discendenti questo mio gesto?” Un guerriero ha coscienza che le azioni individuali comportano conseguenze che si prolungano per molto tempo, e deve sapere quale mondo sta lasciando alla sua quinta generazione.

“Non scatenare una tempesta in un bicchier d’acqua,” dice qualcuno al guerriero della luce, avvisandolo. Ma egli non enfatizza mai un momento difficile, e cerca sempre di mantenere la calma necessaria. Nel contempo, non giudica il dolore altrui. Un piccolo dettaglio – che non lo colpisce affatto – puo’ divenire
lo stoppino per scatenare la tempesta che covava nell’anima di un suo fratello. Il guerriero rispetta la sofferenza del prossimo, e non tenta di paragonarla alla propria. La coppa della sofferenza non ha la stessa misura per tutti. “La prima qualita’ del cammino spirituale e’ il coraggio,” sosteneva Gandhi . Il mondo sembra minaccioso e pericoloso ai codardi, che ricercano la sicurezza menzognera di una vita priva di grandi sfide, e si armano fino ai denti per difendere quello che credono di possedere. I codardi finiscono per costruire le grate della loro stessa prigione. Il guerriero della luce proietta il suo pensiero al di la’ dell’orizzonte. Sa che, se non fara’ niente per il mondo, nessun altro lo far.a’ Allora partecipa al Buon Combattimento e aiuta gli altri, anche senza comprendere appieno il motivo per cui lo fa. Il guerriero della luce legge con attenzione un testo che l’Anima del Mondo ha inviato a Chico Xavier: “Quando riesci a superare dei seri problemi di rapporto, non soffermarti sul ricordo dei momenti difficili, ma sulla gioia di avere attraversato anche questa prova della tua vita. Quando esci da un lungo periodo di convalescenza, dopo una malattia, non pensare alla sofferenza che e’ stato necessario affrontare, ma alla benedizione di Dio che ha consentito la tua guarigione.

“Per il resto della vita, serba nella memoria le cose belle che sono sorte nei momenti di difficolta’. Esse saranno una prova delle tue capacita’ e ti infonderanno fiducia dinanzi a qualsiasi ostacolo.” Il guerriero della luce si concentra sui piccoli miracoli della vita quotidiana. Se sa vedere cio’ che e’ bello, e’ perche’ ha la bellezza dentro di se’, giacche’ il mondo e’ì uno  specchio che rimanda a ogni uomo il riflesso del suo viso. Pur conoscendo i propri difetti e limiti, il guerriero fa il possibile per mantenere il buon umore nel momenti di crisi. In fin dei conti, il mondo sta facendo ogni sforzo per aiutarlo, quantunque tutto cio’ che lo circonda sembra affermare il contrario.

Esiste un residuo emotivo: esso viene prodotto nelle officine del pensiero. E’ formato dai dolori ormai passati, che adesso non sono piu’ di alcuna utilita’. E’costituito dai cauti provvedimenti che hanno avuto un’importanza in passato, ma che nel presente non servono a niente. Il guerriero ha, inoltre, i suoi
ricordi, ma riesce a separare quello che e’ utile da cio’ che non e’ necessario: egli si libera del proprio residuo emotivo. Dice un compagno: “Ma questo fa parte della mia storia. Perche’ devo abbandonare dei sentimenti che hanno segnato la mia esistenza?”

Il guerriero sorride, ma non cerca di provare cose che ormai non sente piu’. Sta cambiando, e vuole che i suoi sentimenti lo accompagnino. Dice il maestro al guerriero, quando lo vede depresso: “Tu non sei quello che sembri nei momenti di tristezza. Sei molto di piu’ “Mentre tanti sono partiti, per motivi che non comprenderemo mai, tu sei ancora qui. Perche’ mai Dio si e’ portato via uomini cosi’ incredibili, e ha lasciato te? “In questo momento, milioni di uomini hanno gia’ rinunciato. Non si infastidiscono, non piangono, non fanno piu’ niente. Si limitano ad aspettare che il tempo passi. Hanno perduto la capacita’ di reagire. Tu, pero’, sei triste. E cio’ dimostra che la tua anima e’ ancora viva.” A volte, nel pieno di una battaglia che sembra non avere fine, il guerriero ha un’idea e vince in pochi secondi. Allora pensa: “Perche’ ho sofferto per tanto tempo, in un combattimento che avrebbe potuto risolversi con la meta’ dell’energia che ho sprecato?” In verita’, ogni problema, una volta risolto, sembra molto semplice.

La grande vittoria, che oggi appare facile, e’ il risultato di una serie di piccoli successi che sono passati inosservati. Allora il guerriero capisce cio’ che e’ accaduto, e dorme tranquillo. Invec= e di colpevolizzarsi per il fatto di avere impiegato tanto tempo ad arrivare, gioisce sapendo che infine e’ giunto alla meta. Esistono due tipi di preghiera. Il primo e’ quello con cui si chiede che accadano determinate cose, tentando di suggerire a Dio cio’ che Egli deve fare. Al Creatore non si concede tempo, ne’ spazio per agire. Dio, che sa benissimo cio’ che e’ meglio per ciascuno, continua ad agire come Gli conviene.
E colui che prega rimane con la sensazione di non essere stato ascoltato. Il secondo tipo di preghiera e’ quello in cui, anche senza comprendere i cammini dell’Altissimo, l’uomo lascia che nella propria vita si compiano i disegni del Creatore. Implora che gli sia risparmiata la sofferenza, chiede gioia nel Buon Combattimento, ma mai – in nessun momento – dimentica di pronunciare la formula: “Sia fatta la Tua volonta’.” Il guerriero della luce prega in questa seconda maniera. Il guerriero sa che, in tutte le lingue, le parole piu’ importanti sono quelle piccole: “Si”, “Amore”, “Dio”. Sono parole che si pronunciano con
facilita’, e colmano giganteschi spazi vuoti.
Esiste tuttavia una parola, anch’essa molto piccola, che molti hanno  difficolta’a pronunciare: “No.” Chi non dice mai di no, si crede generoso, comprensivo, educato: perche’ il “no” porta con se la nomea di maledetto, egoista, poco spirituale. Il guerriero non cade in questa trappola. Ci sono momenti in cui, nel dire “si” agli altri, potrebbe darsi che, contemporaneamente, stia dicendo “no” = a se stesso. Percio’, non pronuncia mai un “si” con le labbra, se il suo cuore sta dicendo “no”. Sono questi i comandamenti ai quali nessun guerriero della luce puo’ obbedire:

Primo. Dio e’ sacrificio Soffri in questa vita e sarai felice nella prossima.

Secondo. Chi si diverte e’ un bambino.

Terzo. Gli altri sanno cio’ che e’ meglio per noi, perche’ hanno piu’ esperienza.

Quarto. Nostro dovere e’ rendere contenti gli altri. E’ necessario gratificarli, anche se cio’ comporta rinunce importanti.

Quinto. Non bisogna bere avidamente alla coppa della felicita’, altrimenti potrebbe piacerci. E non sempre l’avremo fra le mani.

Sesto. E’ necessario accettare tutti i castighi. Siamo colpevoli.

Settimo. La paura e’ un segnale di allarme. Non correremo rischi. Un folto gruppo di uomini si trova in mezzo alla strada e sbarra il cammino che conduce al Paradiso. Il puritano domanda: “Perche’, i peccatori?” E il moralista urla: “La prostituta vuole partecipare al banchetto!” Il custode dei valori sociali grida: “Come perdonare l’adultera, se ha peccato?” Il penitente si strappa le vesti: “Perche’ guarire un cieco che pensa solo alla propria malattia e non ringrazia neppure? L’asceta si straccia: “Tu lasci che la donna sparga sui tuoi capelli un olio prezioso! Perche’ non venderlo e comprare del cibo?”

Sorridendo, Gesu’ tiene la porta aperta. E i guerrieri della luce entrano, trascurando le urla isteriche. L’avversario e’ sapiente e scaltro. Appena puo’, afferra l’arma piu’ facile ed efficace: l’intrigo. Quando se ne serve, non ha bisogno di fare grandi sforzi: perche’ altri stanno lavorando per lui. Con parole male orientate, vengono distrutti mesi di dedizione, anni di ricerca dell’armonia. Sovente il guerriero della luce rimane vittima di questa trappola. Non sa da dove provenga il colpo, e non ha modo di dimostrare che l’intrigo e’ falso. L’intrigo non permette il diritto alla difesa: condanna senza processo.

Allora, egli sopporta le conseguenze e le punizioni commentate, poiche’ la parola ha un suo potere, e il guerriero lo sa. Ma soffre in silenzio, e non usa mai quell’arma per attaccare l’avversario. Un guerriero della luce non e’ vigliacco. “Dai allo sciocco mille intelligenze, ed egli non vorra’ null’altro se non la tua,” dice il proverbio arabo.

Quando il guerriero della luce comincia a piantare il suo giardino, nota che il vicino lo spia. A costui piace dare consigli su come seminare le azioni, raccogliere i pensieri, irrigare le conquiste. Se il guerriero prestera’ ascolto a cio’ che l’uomo sta dicendo, finira’ per fare un lavoro che non gli appartiene: il giardino a cui si sta dedicando derivera’ da un’idea del vicino. Ma un vero guerriero della luce sa che ogni giardino ha i propri misteri, che solo la mano paziente del giardiniere e’ capace di decifrare. Percio’ preferisce concentrarsi sul sole, sulla pioggia, sulle stagioni. Sa che lo sciocco che da’ consigli sul giardino altrui non sta badando alle proprie piante. Per lottare, e’ necessario tenere sempre gli occhi aperti. E avere al proprio fianco dei
compagni fedeli. Ma capita che, all’improvviso, quello che si batteva insieme al guerriero della luce diventi un suo avversario.

La prima reazione e’ di odio. Ma il guerriero sa che un combattente accecato e’ perduto nel cuore della battaglia. Allora cerca di ricordare le belle azioni compiute dall’antico alleato nel periodo in cui hanno convissuto. Tenta di comprendere che cosa lo abbia spinto al repentino cambio di atteggiamento,
quali ferite si siano accumulate nella sua anima. Cerca di scoprire che cosa abbia portato uno dei due a rinunciare al dialogo. “Nessuno e’ del tutto buono, o cattivo”: ecco cio’ che pensa il guerriero quando capisce di avere un nuovo avversario.

Un guerriero sa che i fini non giustificano i mezzi. Perche’ i fini non esistono: ci sono solo i mezzi. La vita lo trasporta dall’ignoto verso l’ignoto. Ogni minuto e’ rivestito di questo mistero appassionante: il guerriero non sa da dove viene, ne’ dove sta andando. Ma non e’ qui per caso. E la sorpresa lo riempie di gioia, i paesaggi che non conosce lo affascinano. Molte volte ha paura, ma questo fa parte della norma per un guerriero. Se egli pensasse solo alla meta, non riuscirebbe a prestare attenzione ai segnali disseminati lungo il cammino. Se si concentrasse su una singola domanda, perderebbe le varie risposte che gli stanno a fianco. Percio’ il guerriero si concede. Il guerriero sa che esiste il cosiddetto “effetto cascata”. Ha visto molto spesso qualcuno comportarsi in maniera sbagliata con chi non aveva il coraggio di reagire. Allora, per vigliaccheria e risentimento, questi ha riversato a propria rabbia su qualcun altro piu’ debole, che l’ha scaricata su un altro ancora, in una vera e propria catena d’infelicita’.

Nessuno conosce le conseguenze delle proprie crudelta’. Percio’ il guerriero e’ prudente nell’uso della spada, e accetta solo un avversario che sia degno di lui. Nei momenti di rabbia, prende a pugni la roccia e si ferisce la mano.
Alla fine la mano guarisce. Ma il bambino che ha finito per prenderle perche’ suo padre ha perso un combattimento sara’ marchiato per il resto della vita.
Quando arriva l’ordine di trasferimento, il guerriero guarda tutti gli amici che si e’ fatto durante il cammino.

Ad alcuni ha insegnato a udire le campane di un tempio sommerso, ad altri ha raccontato storie intorno al fuoco. Il suo cuore si rattrista, ma egli sa che la sua spada e’ sacra, e che deve obbedire agli ordini di Colui al quale ha offerto la sua lotta. Allora il guerriero della luce ringrazia i compagni di viaggio, trae un profondo respiro e va avanti, portando con se i ricordi di un viaggio indimenticabile.

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senza-titolo-1In tutte le tradizioni spirituali si studia il tema della morte… delle tante morti… e della morte fisica. È bene che oggi queste conoscenze arrivino a tutti, perché insegnano a vivere meglio, a tener conto della legge di causa ed effetto e della legge di corrispondenza, ad affrontare, superare e trasformare la più temibile delle paure: la paura della morte.

Il Maestro Omraam Mikhaël Aïvanhov così ne parla:

“Per la Scienza iniziatica l’essere umano è un riflesso, un’immagine dell’universo, e come l’universo, è composto da mondi, cioè da  – corpi –  diversi. La scienza ufficiale non è ancora giunta ad ammettere questa realtà, e da qui deriva una serie di errori, in cui incorrono notoriamente sia la medicina che la psicologia.
Gli induisti dividono tradizionalmente l’essere umano in sette corpi, suddivisione accettata dalla maggior parte degli spiritualisti. Il corpo più materiale, e l’unico visibile ai nostri occhi, è il corpo fisico, ma esistono altri sei corpi composti da materie sempre più sottili: i corpi eterico, astrale, mentale, causale, buddhico e atmico. In realtà il corpo eterico fa ancora parte del corpo fisico, ed esiste in quattro diversi stati chiamati etere chimico, etere vitale, etere luce ed etere riflettore. Ecco perché il corpo fisico è divisibile in sette stati: solido, liquido, gassoso, più i quattro stati eterici. Gli altri corpi possono pure essere divisi in sette diversi livelli: abbiamo così il corpo astrale con tre livelli inferiori e quattro superiori…

Al momento della morte, l’uomo deve distaccarsi successivamente da tutti quei corpi e passare attraverso tutti quei livelli.

Il corpo fisico è come una fortezza, ma quando lo si abbandona, nel momento della morte, se si sono trasgredite le leggi dell’amore, della saggezza e della verità, si sarà obbligati a pagare nel piano astrale tutte le trasgressioni commesse. Non sono invenzioni: l’hanno sempre detto tutti i più grandi Maestri dell’umanità, e grandi artisti, pittori e poeti hanno rappresentato quel mondo nelle loro opere; e per di più, persone clinicamente morte da tre o quattro giorni sono ritornate in vita e hanno raccontato ciò che avevano visto nel piano astrale. Di tanto in tanto il Cielo permette a qualche persona di fare quell’esperienza per incitare gli uomini alla saggezza, ricordando certe verità.
Quindi, dopo la morte, l’uomo deve subire nel piano astrale tutto il male che ha fatto agli altri e soffrire tutte le trasgressioni che ha commesso. Non si deve credere che l’Intelligenza cosmica voglia vendicarsi o punirli: essa vuole soltanto che l’uomo divenga perfettamente cosciente di tutto ciò che ha fatto sulla terra, perché spesso ha fatto soffrire degli esseri senza nemmeno rendersene conto e questo stato di ignoranza è inaccettabile, perché impedisce di evolvere.
L’Intelligenza cosmica ci fa quindi passare attraverso quelle sofferenze che abbiamo inflitto agli altri, per farci conoscere bene ciò che abbiamo commesso, affinché ci si possa correggere. Il tempo che vi trascorriamo dipende dalla gravità dei nostri errori. Coloro che non hanno commesso dei grandi crimini superano rapidamente quella tappa, mentre gli altri rimangono per anni nelle sofferenze.
Quando l’uomo ha pagato completamente i suoi debiti, entra nel primo livello dell’astrale superiore, dove vive nella gioia e nello stupore, grazie alla felicità che ha dato agli altri sulla terra. Tutto ciò che ha fatto di buono per loro aiutandoli, incoraggiandoli, dando loro speranza, risvegliando in loro la fede o l’amore  lo deve vivere anche nel piano astrale, amplificato all’infinito…
Successivamente quegli esseri salgono verso i mondi del piano causale, dove tutti i tesori e  le ricchezze della saggezza vengono loro offerti, tutti i misteri dell’universo vengono svelati, tutta la bellezza dei mondi celesti viene mostrata. Poi salgono ancora più in alto nel piano buddhico dove, uniti all’Anima universale, vivono una vita di indescrivibile felicità. Poi, per ciò che accade nel piano atmico, non vi sono parole che lo possano esprimere; è la fusione completa con il Creatore…”*

Queste conoscenze sono fondamentali per noi e per i nostri cari, e per il comportamento più adatto da tenere con chi se ne sta andando.
Il momento del distacco, sia improvviso che previsto, è sempre molto difficile per chi rimane, per una serie complessa di motivazioni; ma la consapevolezza della straordinaria esperienza che il trapassato sta vivendo, ci responsabilizza a porgere tutto l’aiuto possibile e il sostegno necessario perché possa affrontare sé stesso nella più assoluta serenità.

“Quindi, lasciate che i morti partano tranquillamente verso quei luoghi dove devono andare. I vostri genitori, i vostri amici, non aggrappatevi a loro, non tratteneteli con il vostro dolore e la vostra sofferenza, e soprattutto non cercate di chiamarli per comunicare con loro: li importunereste e impedireste loro di liberarsi. Pregate per loro, inviate loro il vostro amore, pensate che si liberino e si elevino sempre più nella luce. Se li amate veramente, sappiate che sarete un giorno con loro. Questa è la verità. Quante volte ve l’ho già detto: là dove è il vostro amore, là un giorno sarete anche voi.”*

*estratti dalla pubblicazione La morte e la vita nell’aldilà
di Omraam Mikhaël Aïvanhov – Edizioni Prosveta

Elisabetta Mastrocola
elisabetta.mastrocola@alice.it
Ufficio stampa Prosveta

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