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colbert

(Frank Ostaseski è stato il fondatore, nel 1987, dello Zen Hospice Project e oggi ne è l’insegnante guida.)

Attraverso il suo insegnamento e i suoi scritti ha introdotto migliaia di persone negli Stati Uniti e in Europa all’esercizio della compassione e della consapevolezza nell’accompagnamento dei morenti. Tiene regolarmente conferenze e ritiri in varie parti del mondo per chi è impegnato in attività di assistenza e per chi sta affrontando malattie gravi.Viene regolarmente in Italia dal 1999)

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<Affrontare la morte insieme>

(di Frank Ostaseski)

[dal libro “Fare Amicizia con la Morte*”

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Alcuni anni fa, mentre nel nostro hospice stavo girando su un fianco un paziente per lavargli la schiena, lui mi disse, voltando il viso sopra la spalla: “Sai, non ho mai pensato che fosse così!”. lo sono molto sincero con gli altri e così gli ho chiesto: “Come pensavi che fosse?” e lui mi rispose: “Non ci avevo mai pensato”. In quel momento capii che questa comprensione per lui rappresentava una sofferenza maggiore del cancro in fase terminale che aveva al polmone.

La morte lo aveva afferrato di sorpresa.

Per ciascuno di noi c’è un angolo molto scuro nella nostra mente. E lì, proprio in quell’angolo, c’è una voce che ci dice: “Un giorno morirò”. Il modo in cui diamo ascolto o respingiamo questa voce determina come vivremo le nostre vite. A volte la voce ci parla molto chiaramente, ad esempio quando a stento sfuggiamo a una disgrazia o quando muore qualcuno che cono­scevamo. Invecchiando i capelli si diradano e diventano grigi e le nostre pance più molli ed è allora che la voce si fa sentire con più frequenza. Man mano che la morte si accumula nella nostra vita, la voce ci parla più spesso. Quando muore qualcuno che amiamo allora ci urla; ci fa sapere che la nostra vita non sarà mai più la stessa, ma che è stata alterata per sempre.

La morte è la questione centrale delle nostre vite eppure a mala pena pronunciamo la parola. In America impieghiamo tutta una serie di eufemismi al posto della parola ‘morte’. Le persone non muoiono, se ne vanno o finiscono, come una carta di credito. Nella vita facciamo piani su tutto:
con chi ci sposeremo, dove andremo in vacanza, quale carriera intraprendere, quanti bambini avere… tutte cose che potranno non accadere mai. Ma per l’unica cosa certa che ci capiterà non ci prepariamo. E anch’io non sono poi tanto diverso dagli altri.

Ogni giorno lavoro con persone che stanno morendo e ancora ci sono dei giorni in cui penso che a me non capiterà. Ma molto lentamente. nel corso di questi vent’anni, la morte ha iniziato a richiedere la mia attenzione ed è proprio perché richiama la nostra attenzione che essa ha una tale grazia e un tale potere. In qualche modo galvanizza la nostra attenzione nel momento. Quando parlo della morte non lo faccio per spaventarci o intristirci ma perché in base alla mia esperienza, stando con persone che stanno morendo e riflettendo quotidianamente sulla morte, ho visto che è il migliore dei modi che conosco per entrare pienamente nella vita. Non conosco nessuna altra cosa che mi mostri a me stesso con la stessa chiarezza come lo stare accanto a qualcuno che sta morendo.

Quando vediamo la morte da vicino, a portata di mano, proprio sulla punta delle dita, iniziamo a capire qualcosa della vita. Cominciamo ad apprezzare che ogni cosa cambi: ogni pensiero, ogni relazione, ogni atto d’amore viene e va.

E una volta compreso questo, non ci attacchiamo più troppo strettamente a ogni cosa. Forse non ci prendiamo più nemmeno troppo sul serio. E questa qualità coltiva in noi la capacità di cedere, abbandonare e incoraggia la nostra generosità. Mi sembra strano, ma è vero, che la riflessione sulla morte ci rende più gentili gli uni con gli altri.

Quando si inizia a vedere quanto sia precaria la vita, allora si capisce anche quanto essa sia preziosa e allora non si vuole sprecare nemmeno un momento. Si desidera vivere pienamente, si vuole dire agli altri che li amiamo sul serio.

Il tema di cui volevo parlare stasera è la relazione che si instaura tra chi sta morendo e chi presta assistenza. Ciò che e importante capire fin da subito è che tutti ne abbiamo la capacità, ognuno di noi sa come prendersi cura di un altro.  Lo abbiamo fatto per centinaia di anni e ora lo abbiamo solo dimenticato: dobbiamo ricordarcelo a vicenda. Abbiamo reso talmente per specialisti l’assistenza ai moribondi che ne abbiamo paura. All’inizio forse è importante comprendere che morire non è un fatto medico. Dobbiamo impiegare il meglio di ciò che la medicina ci offre per assistere chi sta per morire, ma non dovremmo permettere che sia la medicina a guidare l’esperienza. Morire è piuttosto una questione di rapporti: con noi stessi, con le persone che amiamo e con qualsiasi immagine che abbiamo della estrema gentilezza. Il nostro compito dunque è di facilitare queste relazioni e scoprire come ciascuno incontrerà la propria morte. Qual è il modo unico che ciascuno ha di affrontare questa esperienza?

Sarebbe davvero bello se avessi una pratica bella e pronta da potersi applicare in ogni situazione. Mi piacerebbe potervi dare una borsa piena di trucchi da portare con voi accanto al letto della persona che sta morendo.

Temo però che servirebbe solo a separarvi dalla persona che state assistendo. La morte di ognuno è completamente unica così come lo è la costellazione di esperienze che accompagnano la morte. Non esiste un solo modo. Tuttavia penso che ci siano dei precetti o pratiche che possano essere utili per guidarci mentre stiamo accanto a una persona che sta per morire. Recentemente sono intervenuto a una conferenza molto importante a cui erano presenti molti dottori famosi. Avevano portato diapositive, video e avevano preparato dei discorsi scritti molto bene con un punto dopo l’altro in bella successione. Il mio stile è un po’ meno formale, ma ho voluto provare a sfidarmi per vedere se ero capace di pensare cinque punti importanti. E adesso li voglio condividere con voi.

Il primo precetto: accogli tutto, senza respingere nulla.

Che cosa significa? Come fare? Iniziamo creando un ambiente straordinariamente ricettivo, un ambiente caratterizzato dalla bellezza. Non solo dalla bellezza fisica, ma dall’apprezzamento per la bellezza che si incontra in quella circostanza, l’apprezzamento per il modo in cui ogni individuo attraverserà il processo della sua morte.
Vi racconto una storia che aiuta a illustrare questo punto. Le storie sono il metodo migliore perché possiamo entrarvi ogni volta che ne abbiamo bisogno. C’era un uomo che era stato mandato al nostro hospice, veniva dal reparto psichiatrico dell’ospedale distrettuale e si trovava li perché aveva un cancro al polmone e voleva uccidersi. Non vedeva come la sua vita avesse alcun valore. Entrai nella sua stanza e mi sedetti in silenzio accanto a lui. Dopo un mi disse: “Nessuno si è mai seduto vicino a me in questa stanza per così tanto tempo”. Gli risposi: “Ho molta pratica a stare seduto fermo, che cosa vorresti? ”

«Degli spaghetti” disse. “Noi facciamo degli spaghetti molto buoni, perché non vieni a casa nostra e stai con noi?” gli risposi. E’ stato questo il nostro colloquio di ammissione. Il giorno successivo quando poi venne, c’erano gli spaghetti pronti che lo aspettavano. Bisogna capire, per lui gli spaghetti erano la casa e il nutrimento in ogni senso. Rimase con noi per tre mesi e il suo desiderio di uccidersi non spari solo perché gli avevamo dato gli spaghetti, sebbene li facciamo veramente buoni! In quel periodo era uscito in America un libro che descriveva i diversi modi per uccidersi. Lo voleva e allora glielo procurai e glielo lessi.

Accogli tutto, senza respingere nulla.

Ero completamente convinto che ciò che quest’uomo tentava di scoprire era dove trovare il valore della sua vita. Poco prima di morire mi disse: “Frank, ti voglio ringraziare perché sono più felice ora di quanto non lo sia mai stato in tutta la mia vita”. “Come è possibile, poche settimane fa volevi ucciderti perché non ce la facevi a camminare nel giardino? ” gli chiesi E lui: “Quello era solo un correre dietro al mio desiderio”. “Vuoi dire che le attività della tua vita non hanno più tanta importanza per te?”
“No, non sono le attività che mi portano gioia, ma l’attenzione all’attività” e proseguì: “Adesso il mio piacere deriva dal fresco della brezza e dalla morbidezza delle lenzuola”.

Un cambiamento notevole per quest’uomo che avevo incontrato la prima volta nel reparto psichiatrico. Accogliere tutto, senza respingere nulla richiede coraggio. Una ricettività senza paura, dal momento che non abbiamo idea di come andrà a finire.

– Secondo precetto: porta tutto te stesso in questa esperienza –

Significa che per essere di servizio di un’altra persona dobbiamo mettere anche noi stessi nell’equazione. Ma prima voglio spiegare la parola ‘servizio’ perché può generare molta confusione. Spesso si pensa al servizio come all’essere servili o spesso lo definiamo come un peso o un obbligo.
Quando parlo di servizio, invece, io intendo qualcosa di simile all’accompagnare un’altra persona. Per farlo dobbiamo essere disposti a indagare la nostra esperienza. Se diciamo all’altra persona: “Io capisco” senza averlo fatto, l’altro capirà che ci stiamo buttando a indovinare. Quando serviamo è il nostro intero essere a servire. Inclusi i nostri talenti, ma anche le nostre ferite e paure. E’ proprio l’investigazione interiore che crea un ponte di empatia con la persona di cui ci stiamo prendendo cura.

Avevo un mio amico, John, che stava morendo di AIDS, gli volevo molto bene, era un mio carissimo amico. Un giorno, mentre gli stavo vicino, è successo un fenomeno neurologico molto strano: in quel solo pomeriggio di colpo perse la capacità di tenere una forchetta, di stare in piedi o di dire qualcosa di comprensibile. E’ stato molto duro. Sto pensando a lui, adesso. Anche quando qualcuno muore, il rapporto continua. Fu terribile quella giornata con lui. E’ durata tutta la notte fino alle prime ore del mattino. In un solo pomeriggio la condizione di john cambiò in modo drammatico: perse la capacità di tenere una forchetta, di stare in piedi e di formulare delle frasi comprensibili. Mi spaventai a morte.

Assisterlo era difficile. Oltre a questo nuovo e strano disastro neurologico, soffriva anche per dei dolorosissimi tumori anali e una diarrea costante. Mi sembrava di aver trascorso tutta la giornata spostandolo dalla vasca da bagno al gabinetto e poi di nuovo alla vasca. Solo tenerlo pulito richiedeva uno sforzo senza fine. Si dimenava e borbottava parole senza senso, si era fatta notte. Alle tre del mattino ero esausto. Non avrei fatto altro che dormire, volevo che lui tornasse a letto e che la mattina mettesse fine a quell’incubo.

Tentai di prendere il controllo della situazione facendo ricorso a ogni trucco che conoscevo: a momenti lo blandivo, poi ero gentile in modo molto superficiale, poi diventavo manipolativo, arrivai anche a sgridarlo. Feci di tutto per riportarlo a letto in modo da potermi riposare.

A un certo punto, in mezzo a uno degli spostamenti dalla vasca al gabinetto, parlò e dalla sua mente confusa sentii dirmi queste parole: “Ti stai sforzando troppo”. Aveva ragione, era proprio così, stavo sforzandomi troppo per mantenere il controllo, respingere la paura ed evitare il dolore di quella situazione. Mi fermai di colpo, mi sedetti sul water e tutti e due scoppiammo a piangere. La scena era incredibile: John con i pantaloni del pigiama tirati giù fino alle ginocchia, io con la carta igienica in mano, le feci erano dappertutto.

Guardando retrospettivamente posso dire che quello è stato l’incontro più squisito di tutta la nostra relazione. Eravamo là, totalmente indifesi, insieme. In quel momento non c’era più niente che ci separasse, non c’erano finzioni e neppure sforzi. Non restammo cosi per sempre, stare in quello stato ci mostrò cosa fare dopo; solo dopo essere stati disponibili ad arrivare fino a quel punto abbiamo capito cosa fare in seguito.

Porta tutto te stesso al capezzale, porta tutto te stesso nell’esperienza.

– Terzo precetto: non aspettare.-

Quando aspettiamo siamo Pieni di aspettative; quando aspettiamo ci sfugge ciò che questo momento ha da offrirci. Siamo talmente occupati a preoccuparci per ciò che il futuro ci riserva che perdiamo le opportunità che ci stanno davanti. Se c’è una persona che amiamo, non aspettiamo per dirglielo. E’ un assurdo gioco d’azzardo aspettare fino al momento della morte per fare questa investigazione o per esprimere il nostro affetto l’uno per l’altro. Quando lavoro con le famiglie, incoraggio tutti a parlare direttamente con la persona che sta morendo. Li incoraggio a essere sinceri, a esprimere il loro amore.

Quarto precetto: trova un luogo dove riposare in mezzo alle cose.

Spesso pensiamo al riposo come a qualcosa che faremo quando tutto il resto sarà finito. Come quando andiamo in vacanza o abbiamo finito di lavorare. Ma nel lavoro di accompagnamento delle persone che stanno morendo, dobbiamo riuscire a trovare questo punto di riposo, a volte anche in mezzo al caos. Questo luogo è sempre lì per noi, è sempre a disposizione. Dobbiamo solo portarvi l’attenzione e imparare a non ostacolarlo.

Una volta mi chiamarono a casa perché una donna nel nostro hospice stava per morire. Arrivai per stare con lei.

Era un’anziana donna ebrea russa di ottantasei anni, molto dura, senza il minimo interesse per il buddhismo, Quando entrai nella sua stanza faceva molta difficoltà a respirare, ansimava. Di solito cerco di intervenire il minimo possibile e dunque mi sedetti in un angolo della stanza. Le avevamo gia somministrato tutte le medicine del caso e degli analgesici. Non c’era dolore, ma sofferenza.

Un’infermiera che le sedeva vicino e a un certo punto si rivolse ad Adele, questo era il nome della donna, dicendole: “Non aver paura, sono qui io”. Al che Adele replicò: “Mi creda, se si trovasse nella mia situazione anche lei avrebbe paura”. Dopo un po’ l’assistente disse: “Mi sembra che abbia freddo, vuole una coperta?” La donna rispose: “Certo che ho freddo, sono quasi morta!” Davanti a quella situazione feci due osservazioni: la prima era che Adele voleva qualcuno che fosse molto diretto con lei, non voleva sentire discorsi new-age sulla morte. La seconda era che la sua sofferenza si manifestava nel respiro. Mi avvicinai e le chiesi:

“Vorresti lottare un po’ meno? ” ” Sì “. Allora proseguii: ” Ho visto che c’e un piccolo posto proprio li, al termine dell’espirazione, una piccola pausa. Dimmi se puoi, anche solo per un attimo, portare l’attenzione proprio in quel punto”. Ricordate? La donna non aveva mai avuto il minimo interesse per il buddhismo o la meditazione o cose del genere, ma aveva una forte motivazione a liberarsi dalla sua sofferenza. Così riuscì a portare l’attenzione in quel posto di riposo, quel brevissimo momento alla fine dell’espirazione e un po’ alla volta vidi svanire la paura dal suo viso.

Aveva trovato un luogo di riposo nel mezzo delle cose. Quel momento di riposo che è sempre li, a disposizione di ciascuno; si presenta in modi diversi per ogni individuo. Dal punto di vista pratico potremmo dire che è il luogo che si trova tra due respiri. Dopo pochi altri respiri mori in
tutta tranquillità.

Trova un luogo di riposo nel mezzo delle cose, scoprì come si presenta nella tua vita.

– Quinto precetto: coltiva “la mente che non sa”.-

Si tratta di un’espressíone molto difficile da capire, non sono ancora sicuro di averla capita. Nella pratica zen esiste l’espressione “nel non sapere c’è la maggiore intimità”. Ci si riferisce al fatto che quando non sappiamo dobbiamo stare molto vicini all’esperienza e in questo modo si crea un’intimità con l’esperienza. E’ esattamente come entrare in una grotta buia senza nessuna luce. Non conoscendo la strada, la seguiremo a tentoni lungo le pareti, dovremo restare molto vicini all’esperienza.

Un mio amico una volta ha detto: “E’ come usare il metodo Braille, troviamo la strada attraverso l’esperienza”. Quando non sappiamo abbiamo la possibilità di vedere molto di più del quadro. Se entriamo nella stanza di una persona che sta morendo pieni del nostro conoscere, vedremo solo una parte limitata delle possibilità. 1 pensieri stessi che abbiamo sull’esperienza ci limitano e ci allontanano dall’esperienza e dalla persona che stiamo incontrando. Per questo diciamo che “nel non conoscere c’è la maggiore intimità”. Se paragoniamo ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo, dobbiamo ammettere che ciò che non sappiamo e molto più vasto. Perciò dobbiamo essere disposti ad accoglierlo.

Un’ultima storia. Un altro mio amico ormai prossimo alla fine aveva grosse difficoltà a respirare, la testa era reclinata all’indietro e la gola molto tesa: non sapevo che cosa fare. Un insegnante spirituale molto rinomato, che tutti conoscete ma di cui non voglio dire il nome, lo venne a trovare e mi disse: “Devi fare così: toccagli la cima della testa: il suo spirito sta tentando di lasciare il corpo e se tu farai come ti dico lo incoraggerai ad
andare via”.

Feci come mi aveva detto ma non successe nulla. Più tardi venne pure il medico che disse: “Bisogna dargli più morfina». Lo feci ma non successe nulla. Arrivò poi un famoso manipolatore del corpo che mi mostrò dei punti speciali sui piedi del mio amico che avrei dovuto toccare. Feci come aveva detto ma non successe nulla. Tutte queste persone avevano delle idee, erano anche delle buone idee, ma non erano l’intero quadro.

Ricordo che io sentivo solo che sarei dovuto andargli più vicino, così mi sdraiai accanto a lui nel letto e cominciai a carezzargli la gola e poi il cuore e un po’ alla volta la testa tornò in avanti e il respiro divenne più rilassato. Ancora non so se feci la cosa giusta, forse gli ho impedito di fare chissà quale esperienza spirituale, non lo so. Credo però che per consentire a ciascuno di noi di essere libero, i nostri cuori debbano essere morbidi.

(Trascrizione del discorso tenuto a Venezia il 18/6/99)

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