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Posts Tagged ‘Amore’

Swami Sivananda Radha
MANTRA
Armenia

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I BENEFICI DELL’USO DEL MANTRA

La ripetizione di un Mantra è un mezzo per aumentare la capacità di concentrazione. Alcuni maestri spirituali indiani sostengono che il significato e il contenuto del Mantra non devono necessariamente essere compresi da un aspirante, al fine di determinare l’effetto desiderato, che la pratica del Mantra da sola è sufficiente a ottenere il risveglio spirituale che ne costituisce lo scopo. Di certo, l’uso del Mantra purifica il subconscio e, anche se viene ripetuto meccanicamente, si verifica in ogni caso una certa purificazione. Ogni Mantra è però per natura una forma di devozione che ha il Divino come sua forma ed essenza e la concentrazione sul suo significato consente un raggiungimento della meta ultima più certo e più rapido.

I benefici della pratica del Mantra dipendono dal singolo soggetto come individuo, dal punto da cui è partito, da dove si trova adesso, da quali sono state le sue vite passate e dall’intensità e dal grado del suo desiderio. Quando si canta un Mantra, tutto l’essere della persona in questione muta in meglio, quindi sarebbe opportuno creare l’abitudine di ripetere il Mantra in ogni momento, perché il lavoro che si svolge diventerà più facile e gioioso in virtù del continuo risuonare del Mantra nella mente.

Uno dei risultati che giungono in fretta con la pratica del Mantra è il controllo della respirazione, che è il mezzo con cui si può sviluppare l’abilità di controllare le emozioni. Nel canto doniamo tutte le nostre emozioni al Mantra e alla sua divinità e chiediamo ad essa di aiutarci a ottenere il controllo. In questo modo troviamo un modo sicuro di liberarci dai sentimenti negativi perché, invece di scaricarli su qualcun altro, li offriamo alla loro fonte.

Un canto prolungato nel tempo porterà a una maggiore consapevolezza e alla sostituzione dei sentimenti negativi con affermazioni positive.

La pratica del Mantra spegne le emozioni turbolente e quieta di conseguenza la mente turbolenta. In termini yogi esiste una differenza fra emozioni e sentimenti, dal momento che un’emozione purificata diventa un vero sentimento. Il Mantra Yoga ci fornisce un’opportunità di conoscere le emozioni, di sapere cosa sono, da dove vengono e quale sia il loro giusto posto nella nostra vita. Tramite il Mantra Yoga possiamo imparare a far fronte alle emozioni in modo adeguato, a controllarle e a raffinarle e a incoraggiare lo sviluppo armonioso di tutti gli aspetti del potenziale umano.

A mano a mano che il Mantra viene accolto nel subconscio, la mente si purifica in un modo che saremmo incapaci di raggiungere senza il suo aiuto: lentamente l’ego viene sopraffatto dall’Io Superiore, come quando si versa a poco a poco il latte in una tazza di caffè nero, finché il caffè viene sostituito dal latte puro. Dal momento che purifica la mente, il Mantra rappresenta anche un grande strumento di protezione contro la paura.

Quando vengono purificate, le emozioni si trasformano in amore: questo costituisce un passo importante nel risveglio di ulteriori livelli di consapevolezza, mentre l’influenza del Mantra diventa estremamente sottile. I sentimenti che sono stati purificati ci conducono alla presenza del Divino e dal Divino ci deriva un senso di protezione; Il Mantra è come uno scudo contro tutto ciò che è negativo e in grado di turbarci.

Se pure nella vostra vita avete sperimentato soltanto timore, paura, solitudine e, in misura limitata, amore e gioia, non disperate perché, per quanto i vostri sentimenti vengano facilmente feriti, nella vostra eccessiva sensibilità risiede uno strumento meraviglioso, sebbene non ancora sviluppato. A mano a mano che tutte le emozioni negative si evolvono in sentimenti più raffinati, scoprirete un cambiamento anche nei vostri concetti di amore e di gioia e vi accorgerete che tale sensibilità è esattamente ciò che è necessario per entrare nella nuova dimensione di comprensione, lungo il sentiero dell’Autorealizzazione.  La voce può diventare uno strumento con cui esprimere e controllare le emozioni e, se, all’inizio, non riuscirete a raggiungere le note più alte, perseverando nella pratica scoprirete che la vostra gamma di tonalità si va espandendo, noterete che il respiro scorre più facilmente e che la voce diventa uniforme. Inoltre comincerete a sentire l’espressione delle emozioni – ira, delusione, gioia – nella vostra voce.

A volte, il vostro canto potrà essere carezzevole, gentile, intenso, malinconico, o rivelare come un senso di abbandono; se canterete in tono sommesso potrete osservare che tutte le vostre emozioni diventano più gentili, scoprirete che attraverso il canto esse si purificano e si mutano in veri sentimenti che scaturiscono dal cuore. In altri momenti la vostra voce potrà  essere forte e potente, in quanto state riversando in essa tutta la vostra ira e la vostra delusione, le vostre richieste ed esigenze. Esprimete onestamente a Dio ciò che sentite, perfino la vostra collera e impazienza nei confronti del Divino per non avervi portati più in fretta vicino alla Luce; ma, al tempo stesso imparate quando smettere di manifestare le vostre emozioni, perché la vostra pratica non diventi un pretesto per esprimere indulgenza nei propri confronti.

Qualora doveste scoprire che le vostre emozioni sono particolarmente difficili da controllare, potrete restituirle al Divino, rivolgendovi a lui su un livello molto personale.

«Perché mi hai dato tutte queste emozioni?» potete chiedere, per esempio. «Perché non mi hai dato la forza e la capacità di introspezione per gestirle? Voglio che tu venga qui e faccia qualcosa al riguardo, che tu apra una porta, o tiri indietro una tenda in modo da permettermi di vedere perché mi sto sentendo in questo modo.»

Questa può non sembrare una forma di preghiera, ma lo è: è il riconoscimento del bisogno di aiuto e della disponibilità a chiedere a Dio quell’aiuto, con un atteggiamento di umiltà.

Nel cantare le vostre emozioni, dalla più negativa alla più elevata, e nel restituirle all’Uno che ve le ha inizialmente donate, voi imparate ad accettare entrambe le parti del vostro essere, la buona e la cattiva, e a trascendere le coppie di opposti da cui state tentando di liberarvi. Incanalando le emozioni verso Dio sul sentiero spirituale scopriamo che il Divino accetta la nostra lotta, ci aiuta e ci sostiene nella nostra ricerca dell’Altissimo.

Di per sé le emozioni non sono una cosa cattiva, ma se si esprimono senza controllo possono risultare estremamente dannose: perfino l’amore, quando non viene condiviso, quando non viene dato liberamente e generosamente, diventa amore di sé e si ritorce in maniera distruttiva contro l’individuo; mentre quando sono opportunamente indirizzate, le emozioni diventano una chiara fonte di forza per ottenere grandi risultati. Attraverso il potere delle emozioni gli uomini e le donne hanno superato i loro limiti e raggiunto un più grande scopo nella vita, perché le emozioni incanalate attraverso un Mantra diretto al Divino vi possono portare vicino a Dio.

Quando si canta un Mantra le emozioni si esprimono nel respiro e nella voce. Ogni volta che il respiro è irregolare significa che le emozioni coinvolte non sono in equilibrio; tale squilibrio permane finché le emozioni in questione restano intense, ma poi esse si placano gradualmente e cominciamo a sperimentare quell’armonia che costituisce la nostra meta. Allora, quando cala la quiete, possiamo sintonizzarci con il più vasto ritmo del Cosmo e divenire una cosa sola con esso. Cantare ci aiuta a raggiungere la quiete, in quanto poniamo il respiro e le emozioni sotto controllo: in questi momenti di pace assoluta della mente si sperimenta una beatitudine indescrivibile e attraverso la ripetizione della pratica diventa possibile mantenere costante il contatto stabilito con il nostro Io interiore.

È triste verificare come la maggior parte delle persone possa concentrarsi soltanto quando si trova in difficoltà, mentre nei momenti di gioia la concentrazione si protrae per un attimo soltanto, in quanto chi è felice, impegnandosi per mantenere lo stato di beatitudine, in realtà lo annulla. È però possibile usare la capacità di concentrarsi in momenti di angoscia per liberare le proprie emozioni.  «Mi dispiace,» potete dire, «ma devo ammettere che sono come un bimbo, che non sa neppure camminare: dovete venire a sollevarmi. Se non volete che resti sempre un bambino dal punto di vista spirituale, allora dovete venire ad aiutarmi.»

Arriva il momento in cui chi percorre un cammino di ricerca evolve sino a superare lo stadio nfantile, ma per il breve tempo precedente non deve essere troppo orgoglioso di essere come un ambino piccolo e bisognoso agli occhi di Dio.

Cantando il Mantra gli sbalzi d’umore finiranno con il tempo per essere controllati e la consapevolezza del momento attuale crescerà, l’attenzione e quindi l’energia verranno allontanate dagli antichi schemi di pensiero che, come le voci incise in un’audiocassetta, continuano a ripetersi all’infinito, tenendoci legati al passato e al futuro, a immagini spaventose e a fantasie insensate che ci causano quella sofferenza di cui noi stessi siamo origine. Adesso però l’energia sarà incanalata verso l’Altissimo, in un’affermazione estremamente positiva dell’Io interiore.

La capacità di concentrarsi e di sopraffare la volontà dell’Io vanno di pari passo. All’inizio vi capiterà di chiedervi, come è successo a me, perché state seduti a cantare mentre potreste dedicarvi ad attività più utili e aiutare tante persone. Questi interrogativi affioreranno ricorrenti, quando lotterete con la vostra mente che vuole impedire al vostro Io Superiore di ottenere il controllo. Qui “mente” ed “ego” non significano “orgoglio” e “vanità”, ma si riferiscono piuttosto al binomio mente-corpo che domina la vita della maggior parte delle persone. Quando l’Io Superiore viene incoraggiato a esercitare il proprio dominio attraverso la pratica del Mantra Yoga, molti aspetti della personalità che hanno governato la vostra vita divengono improvvisamente evidenti e lottano nel sentirsi minacciati perché non vogliono perdere la loro importanza. Attraverso la pratica del Mantra e dello Japa Yoga vi troverete a confronto diretto con l’Io Inferiore, l’ego o il binomio mente-corpo, diventando consapevoli di quegli aspetti della personalità che hanno sempre governato e controllato la vostra vita. Adesso però l’Io Superiore comincerà ad avere il sopravvento.

L’ego, o meglio l’insieme degli aspetti della personalità di un soggetto intellettuale, combatte con maggior vigore che non in una persona semplice e ingenua, perché quest’ultima è in grado di riconoscere il suo errore e di non ricadere in esso, mentre l’intellettuale è impegnato a pensare spiegazioni razionali con cui giustificare i suoi errori ed è spesso dotato di ben poca umiltà. Uno dei pericoli insiti nel seguire l’Inana Yoga, lo yoga della mente, consiste nel fatto che chi lo pratica tende a guardare dall’alto in basso i praticanti del Bhakti Yoga, lo yoga dell’amore e della devozione, fenomeno che indica soltanto come la mente sia stata usata per generare una vera discriminazione. Molti swami e yogi indiani mi hanno confessato di sperare nella vita successiva di reincarnarsi come donne, perché le donne posseggono la vera devozione, la vera umiltà, in cui risiede il sentiero verso la liberazione.

Per sopraffare l’ego una persona deve praticare la resa ed essere capace di arrendersi al Mantra stesso e all’energia insita in esso, cosa che richiede purificazione. Se non riuscite ad arrendervi quell’energia alimenterà l’ego. Molti discepoli si prostrano ai piedi del loro Guru per sviluppare l’umiltà, ma in effetti il proselito si prostra davanti allo Spirito Divino che risiede nel Guru e in tutti noi.

Imparare ad arrendersi al Mantra e all’energia del Mantra mette di per sé in moto il processo di purificazione, consentendo di affrontare ed eliminare egoismo, glorificazione di sé, autogiustificazione e autogratificazione. Non permettete che la mente intellettuale vi distragga dal tentare la pratica del Mantra e dello Japa, in quanto dovete praticarli per poterne comprendere gli effetti.

Se di notte andate a letto e vi addormentate ripetendo il Mantra, esso rimarrà probabilmente con voi e vi sveglierete con esso. Non sognerete a causa del potere generativo del Mantra che dissolve i problemi e rimuove la tensione derivata dall’eccessiva auto stima e dalla volontà dell’ego. Se vi addormentate con il Mantra stabilirete contatti che elimineranno le vostre acrobazie mentali e verbali relative al concetto di mente, di ego e di Intelligenza Cosmica.

A causa del suo effetto sul subconscio, la gente ritiene a volte il Mantra una forma di ipnotismo, ma non è possibile ipnotizzarsi e diventare santi, in quanto ciò creerebbe un profondo conflitto, tale da far impazzire la mente, o da riportare il soggetto al suo vecchio modo di vivere.

È però importante riflettere sull’ipnotismo, perché per molti anni ci siamo ipnotizzati, ponendoci limiti che ci impediscono di vedere e di utilizzare il nostro pieno potenziale.

Attraverso la televisione siamo di continuo bombardati dall’idea che dobbiamo avere un’automobile nuova o che il nostro corpo secerne odori che devono essere mascherati, e i ricercatori sostengono che semplicemente guardare la televisione pone le onde cerebrali su una frequenza di trance ipnotica. La televisione è però soltanto uno degli strumenti ipnotici più noti, in quanto il fatto che durante tutta la nostra vita ci venga ripetuto che dobbiamo avere un buon lavoro, fare soldi e sposarci è comunque ipnotismo.

Anche riguardo alla reincarnazione, dobbiamo constatare che per molte vite ci siamo auto ipnotizzati fino a diventare ciò che siamo oggi mediante forti convinzioni che sono diventate pregiudizi e che ci impediscono di vedere la bellezza e la verità del Divino, non soltanto negli altri, ma anche in noi stessi. Mettendo a fuoco la mente sul nome di Dio e sul potere del Divino all’interno del nostro essere, il canto di un Mantra opera per contrastare questi preconcetti. In effetti, la pratica del Mantra è un processo di annullamento dell’ipnotismo perché con essa si raggiungono una maggiore consapevolezza e comprensione, per quanto il procedimento possa essere lento.

Possiamo diventare ciò che decidiamo di essere e, di conseguenza, se concentriamo un intenso sforzo, energia e potere emotivo per diventare milionari probabilmente ci riusciremo. La stessa quantità di energia può però essere dedicata a diventare Auto-realizzati, e questa è una meta che vale l’impegno. Dopo la Realizzazione resta molto poco cui aspirare, mentre dopo che si è diventati milionari si va incontro a tutta una nuova serie di problemi e di desideri: come fare a conservare il denaro, come guadagnarne dell’altro, come trovare amici che ci amino per quello che siamo e non per le nostre ricchezze. Se però una persona diventa Auto-realizzata, poiché è capace di vedere il Divino in ognuno, tutti le sono amici.

Attraverso l’uso del Mantra si ottiene una più grande sensibilità e un affinamento dei sensi, che possono con il tempo consentire di vedere con l’occhio interiore e di sentire con l’orecchio interiore. Quando si sviluppa l’orecchio interiore, si può udire la musica delle sfere, una musica di una tale squisita bellezza che nessuno strumento e nessuna voce umana sono in grado di riprodurla: si può udire il Cosmico AUM. L’impatto e gli effetti di una simile esperienza porteranno un intenso desiderio di cambiamento e di sviluppo.

Il Mantra non è una pillola magica, ma piuttosto un costante flusso d’acqua che erode gradualmente anche la roccia più dura. Gli immediati risultati del canto sono un aumento dell’abilità di concentrarsi, seguito gradualmente dal controllo del respiro e delle emozioni.

Più tardi le emozioni saranno raffinate fino a diventare veri sentimenti, ma la meta più importante del canto è la Realizzazione dell’Io.

Tratto da Lista Sadhana – Guido da Todi

Swami Sivananda Radha
MANTRA
Armenia

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I BENEFICI DELL’USO DEL MANTRA

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foto di Isabel Gomes da Silva

“OSSERVARE L’ODIO”

(di Jiddu Krishnamurti)

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“Nessuno ti può insegnare ad amare”

Se si potesse insegnare l’amore i problemi del mondo sarebbero molto semplici, no?…

Non è facile imbattersi nell’amore. È invece facile odiare e l’odio può accomunare le persone… Ma l’amore è molto più difficile.

Non si può imparare ad amare: quello che si può fare è osservare l’odio e metterlo gentilmente da parte. Non metterti a fare la guerra all’odio, non star lì a dire che cosa orribile è odiare gli altri. Piuttosto, invece, vedi l’odio per quello che è e lascialo cadere…La cosa importante è non lasciare che l’odio metta radici nella tua mente.

Capisci? La tua mente è come un terreno fertile e qualsiasi problema, solo che gli si dia tempo a sufficienza, vi metterà radici come un’erbaccia e dopo farai fatica a tirarla via. Invece, se tu non lasci al problema il tempo di metter radici, allora non sarà possibile che esso cresca e finirà,piuttosto, con l’appassire. Ma se tu incoraggi l’odio e dai all’odio il tempo di mettere radici, di crescere e di maturare, allora l’odio diventerà un enorme problema.

Al contrario, se ogni volta che l’odio sorge tu lo lasci passare, troverai che la mente si fa sensibile senza diventare sentimentale. E perciò conoscerà l’amore In un passo evangelico Gesù dice: “Non resistete al male” (Mt 5, 39).

È un esercizio che il buon meditante porta sempre con sè, anche fuori dalla nostra sala di meditazione. Una buona pratica qui conduce ad una buona pratica là fuori, e viceversa:Facciamo un esempio. Sono in autobus, seduto in un posto non riservato ad anziani o a persone con difficoltà motorie.

Dentro l’autobus c’è molta gente, tutti i posti a sedere sono occupati e anche le persone in piedi sono di un certo numero. Entra una signora anziana, con evidenti difficoltà nel destreggiarsi; si guarda in giro in cerca di un posto libero, io la noto e le lascio la mia sedia. La signora si siede senza ringraziarmi. Bene : cosa succede a questo punto?

Nella stragrande maggioranza dei casi, nasce in me un moto di stizza, di antipatia per quella donna. Diciamolo pure: odio. Siamo abituati ad associare questa parola a grandi eventi, alla guerra, a relazioni veramente conflittuali.
Ma è da queste piccole situazioni che l’odio si genera in noi;è qui che comincia a sedimentare in noi questo automatismo.Dunque mi accorgo che spesso e volentieri anche le azioni apparentemente più morali, più giuste, tante volte sono dei piccoli ricatti camuffati, dei do ut des: io faccio questa buona azione, ma dall’altra parte ci deve essere un tornaconto. Ti faccio un piacere?

Bene, ma te lo devo fare pagare in un modo o nell’altro: attendo un tuo ringraziamento o un tuo gesto di piena riconoscenza. Faccio qualcosa che viene considerato moralmente elevato? Allora mi aspetterò un riconoscimento da parte di qualcuno, la famiglia, gli amici, la società, le persone che mi circondano. Invece se vogliamo sviluppare la qualità della benevolenza e della equanimità, due aspetti molto importanti nella pratica della meditazione,bisogna cercare di svincolarci da tutto ciò.
Èessenziale partire da queste piccole situazioni – che piccole poi non sono! –
per poi procedere verso questioni più pesanti: è come sollevare i pesi, si inizia dal poco e poi, quando si è dovutamente allenati, si aggiungono altri chili al nostro bilanciere.

Dunque, quando il seme dell’ira, dell’odio sta subdolamente facendo ingresso nella nostra mente, noi ci fermiamo, lo osserviamo, creiamo uno spazio vuoto attorno a lui, ed esso in brevissimo tempo scomparirà. Anche qui, come nella pratica meditativa, molto importante è non

giudicare il male che fa capolino, ma solo osservarlo in modo distaccato, senza valutarlo in alcun modo.

Lo stato subito seguente a questa operazione sarà qualcosa simile ad una quieta soddisfazione, un pacificato piacere: non ci siamo fatti ingabbiare dalla nostra reazione automatica che genera in noi odio al presentarsi di una certa situazione nella quale ci veniamo a trovare; siamo riusciti a svincolarci da un funzionamento puramente meccanico della nostra persona, abbiamo consapevolmente osservato e mutato il nostro stato.
Si fa in noi quindi chiara la sensazione che su questa via,se perseguita, non si può che giungere ad estirpare un’abitudine malefica e sostituirla con un’abitudine benefica.

Ogni giorno si presentano innumerevoli occasioni per esercitarsi in questo
modo. Davanti ad ognuna di esse abbiamo due possibilità:

– Continuare ad essere succubi delle circostanze, comportandoci come delle macchine che a certi input danno sempre certi output;

-Oppure svegliarci dal nostro sonno, scegliendo un percorso di liberazione dalla nostra angusta situazione.

Cosa scegliamo?

(Tratto da Lista Sadhana – Guido da Todi)

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Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

Questa è la vera compassione. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “compassione”; ma non è compassione, è attaccamento.

Anche nel matrimonio, in quei matrimonï che durano poco, ciò avviene a causa dell’attaccamento.

I matrimoni durano poco a causa della mancanza di compassione; c’è solo attaccamento emotivo, basato sulle proiezioni e sulle aspettative.

Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative.

È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra compassione e attaccamento e fra rabbia e odio.

Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nell’impegno per la pace nel mondo. Ritengo che questi siano i valori spirituali di base per la felicità di tutti gli esseri umani, che siano credenti o meno.

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(Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama – © copyleft perle.risveglio.net)

Libri sulla Compassione

La nostra esistenza sulla terra dipende dalla Compassione di Dio, eppure il suo significato ci sfugge. Sri Chinmoy spiega che per capire la Compassione, prima dobbiamo riconoscerla e per riconoscerla dobbiamo prima sperimentarla. E’ la Compassione di Dio che ci modella, ci guida e ci illumina ad ogni passo del nostro viaggio attraverso la vita. La Compassione divina è come una pioggia scrosciante sulle nostre vite. Più preghiamo Dio per ottenere Compassione, più Egli ci inonda con la Sua Compassione. Sri Chinmoy dice che in cambio, Dio ci chiede solo di distribuire questa Compassione ai nostri compagni di viaggio sulla terra.

Comprendere e amare gli altri per vivere in armonia col mondo

Il Dalai Lama ama ripetere che lui è un uomo qualunque. In realtà, le sue parole e il suo insegnamento sono molto distanti dai miti contemporanei. Come ignorare il fatto che la competitività esasperata, la rabbia, l’invidia e l’intolleranza sono alla base di molti rapporti umani, da quelli famigliari a quelli religiosi o politici? Svolgendo con parole pacate e argute un ragionamento inoppugnabile, Sua Santità ci dimostra invece che questi atteggiamenti sono distruttivi per gli altri ma soprattutto per noi stessi, e dunque dobbiamo addestrare la mente a un approccio completamente diverso: l’amore e la compassione, cioè il desiderio di aiutare gli altri, nostri inseparabili e necessari compagni di viaggio lungo il cammino esistenziale. Se infatti impariamo a riconoscere questa totale interdipendenza, ci diventerà chiaro che ogni nostra azione e pensiero dovrà rivolgersi verso il bene comune. Certo, non è un compito facile, piuttosto un’arte: l’arte di costruire insieme un mondo migliore.

Consigli semplici per una vita di consapevolezza e compassione

Cuore zen è un libro cristallino. La lettura è leggera e scorrevole, tanto che a volte sembra difficile cogliere la profondità delle esperienze che descrive.

Per amore di chiarezza l’autore divide il percorso meditativo in tre fasi, e riesce così a tracciare un quadro esaustivo, semplice,
ma non semplicistico, del sentiero della pratica. Secondo Bayda, l’io in quanto ‘me’, in quanto personalità, sé individuale, ha necessità di essere esplorato al fine di compiere un percorso spirituale completo, e ciò avviene nella ‘fase del me’. Ma la conoscenza di sé, dei propri meccanismi di difesa, dei propri schemi emotivi, non esaurisce la comprensione cui da accesso la meditazione.

‘Essere consapevolezza’ ed ‘essere gentilezza’ non sono solo possibilità effettive dell’uomo, sono la sua vera natura.

L’autore illustra gli ostacoli, diversi per ognuno, ma riconducibili ad alcuni meccanismi ripetitivi, così come i pilastri della pratica e le qualità necessarie al risveglio.

Egli non insiste sul primato di una via sull’altra, pur definendosi insegnante di zen, e si concentra piuttosto su una disamina attenta ed esauriente di un cammino di realizzazione, esprimendo in tutta la sua complessità le vicissitudini umane di qualcuno che ha cercato risveglio e compassione. Il volume si completa con alcuni interessanti suggerimenti pratici ed esercizi per accogliere tutti gli eventi della vita, invece di fuggire, arrabbiarsi o tentare invano di controllarli.

Discepolo di Charlotte Joko Beck, la fondatrice della scuola di zen americano Ordinary Mind, Ezra Bayda insegna una pratica zen spogliata di ogni connotazione orientale e ridotta all’essenziale: essere presenti alla vita quotidiana con attenzione e consapevolezza. Questo è il segreto, sorprendentemente semplice, della vita spirituale: basta applicarlo nella propria vita quotidiana e il mondo intero diviene il nostro maestro, ci risvegliamo alla sacralità della vita e siamo colmi naturalmente di compassione per tutti gli esseri.
Ma semplice non significa facile, e certo non è facile essere presenti agli aspetti più dolorosi o imbarazzanti della vita. Cuore zen
insegna una pratica in grado di trasformare le esperienze difficili in stadi preziosi del sentiero spirituale e di rendere la consapevolezza un’abitudine quotidiana.

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Foto di nuno chacotohttp://www.olhares.com

Fluire con la vita si racchiude in poche parole:
‘Tutto passa e niente è realmente importante’.

Questo è il perfetto atteggiamento mentale per prevenire l’infelicità e vivere rilassati. Con la comprensione ultima si cammina sul sentiero dell’amore incondizionato e senza aspettative.

Fluire con la vita non significa essere indifferenti a quello che ci accade, ma apprezzare in pieno la gioia che il momento ci offre e accettare anche il dolore, consapevoli che nessuno dei due durerà per sempre. Fluire con la vita implica vivere accettando i cambiamenti e quindi comporta totale accettazione del volere di una forza superiore al nostro personale e limitato libero arbitrio, che si dibatte tra mille preferenze. Fluire come l’acqua di un fiume in piena vuol dire lasciarsi andare, accettando senza resistenze il disegno divino, senza mai permettere alla mente di restare coinvolta nel passato o nelle proiezioni di speranze che vorremmo vedere concretizzate nel futuro.

Questo saggio atteggiamento verso la vita consente anche di non rendere l’amore un business, una transazione commerciale in cui si cerca solo di esaminare i nostri vantaggi o quanto una determinata relazione possa ridurre le nostre insicurezze o le paure della solitudine.

Imparando a fluire con la vita, anche l’amore diviene un movimento spontaneo, senza la ricerca spasmodica di attrarre l’attenzione degli altri per sentirsi sicuri o per ricavarne dei profitti.
Attraverso una profonda analisi introspettiva, sorge la totale accettazione che eventi e azioni sono la manifestazione dell’Energia Divina e che non è mai esistita un’entità individuale chiamata Paolo o Anna e tanto meno un’azione individuale. Realizzando questo, si getta la maschera e si rimane nudi come un neonato, ma del neonato si acquisisce anche l’impersonale spontaneità e il relativo non coinvolgimento.
La causa di questo è data dalle relazioni basate sullo spiccato senso di libero arbitrio e individualità, quindi, analizzare a fondo il reale significato dell’immanenza dell’Energia Divina − e che non esiste altro che questa Energia Universale a permeare ogni atomo − è l’unico passo da compiere consapevolmente, ma anche il più laborioso, dato che i condizionamenti della società odierna si basano proprio sull’illusione di questo ‘io’ personale e individualista, ovvero l’ego o la personalità individuale.

La totale accettazione che ogni azione è un avvenimento divino, e non qualcosa compiuto da qualcuno, è alla base della rinascita della pace. Affinché la pace che permea l’universo possa essere riscoperta, ognuno di noi ha il dovere verso se stesso di dedicarsi del tempo, per approfondire cosa ci aspettiamo dalla vita che possa appagarci veramente, dopo aver soddisfatto i bisogni basilari di cibo, vestiti e riparo. Cosa mi rende diverso dal gatto di casa? Questa domanda e la ricerca delle risposte concatenate che scatena significano volersi veramente bene.

La mente oscilla come un’altalena tra le memorie passate e le aspettative future, escludendo il momento più importante, il presente.

La mente crea il tempo e vive di aspettative e memorie.
La mente è un continuo flusso di pensieri e oscilla tra ricordi, proiezioni, rancori, competizioni, speranze e giudizi; la pace prevale invece solo quando la mente tace, ma soprattutto quando smette di cercare e valutare sia i difetti degli altri sia le nostre mancanze. Sono sempre più rare le persone che pensano che tutto sia perfetto ed evitano di emettere giudizi perché consci che ogni attimo è un avvenimento sognato dalla mente divina e che nessuno degli attori di questa grande e infinita soap opera ha la possibilità di commettere errori − se non quando il Regista lo suggerisce − con lo scopo di rendere la trama della commedia più interessante.

La mente vuole essere in controllo, ma essendo impossibile, questo è unicamente causa di eterne frustrazioni.

Non saper fluire con la vita, cercando d’essere sempre in controllo degli eventi e delle conseguenze d’ogni decisione, significa andare contro la natura divina stessa dell’universo e quindi crea solo stress e depressioni. Un futuro incerto che va a sommarsi alle recriminazioni di un passato che non esiste più; i sensi di colpa e l’atavico timore di cadere nel ‘peccato’ rendono l’uomo teso e infelice, mentre ogni cosa accade solo se è la volontà di Dio.

Il vero fluire con la vita comporta una parola ostica alla maggioranza− abbandono − ovvero l’accettazione totale che a muovere ogni pedina e gli eventi della vita è solo un grande disegno a incastro, proiettato e sovrimposto su Se stessa dalla Mente Cosmica, che si manifesta attraverso ognuno di noi, come in un intricatissimo puzzle in cui non esiste niente di personale o individuale.
Il film è già stato girato. Il ‘ciak’ che ha dato inizio a questa lunghissima e intricatissima soap  opera prodotta dalla Mente Cosmica è scattato milioni d’anni fa. Reagire al ruolo affidato a noi attori crea solo inutili tensioni. Sintonizzarci con il suggeritore delle battute è l’unica alternativa che abbiamo. Questo equivale ad agire senza reagire.

Si arriva a sorridere della nostra folle illusione e a vivere serenamente senza alcun bisogno di psicoanalisti solo quando si comprende a fondo il gioco del grande ipnotista: Dio, la Coscienza, o come volete chiamarlo.

A quel punto non vedremo più uscire fazzoletti multicolori, colombe e conigli dal cappello a cilindro perché avremo compreso ogni trucco e potremo finalmente essere il Supremo Ipnotista stesso.

La vita è un gioco che abbiamo sognato quando eravamo consapevoli d’essere Energia Primaria e, scartando i veli dell’ipnosi, possiamo continuare a giocare non come poveri esseri umani che devono ascendere all’infinito ma piuttosto come Dio mascherato da essere umano, che ha scelto di calarsi sul palcoscenico del pianeta terra.
(Sandra Heber Percy)

Biografia e Libri dell’Autore  –   qui

Il sito di Sandra Heber Percy – www.sandraheberpercy.com

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Crescita personale vuol dire sapere che con il nostro atteggiamento nei confronti di noi stessi, degli altri e di ciò che stiamo facendo, possiamo determinare la qualità della nostra vita e del mondo in cui viviamo.

Abbiamo mai pensato che la realtà dipende anche dell’idea che noi ce ne facciamo, dal tipo di pensieri che coltiviamo nei suoi confronti e dal tipo di aspettative che abbiamo? Non è il destino a costruire la nostra vita, ma siamo noi, col nostro atteggiamento a forgiare il nostro destino, minuto per minuto.

Se siamo scontenti, delusi, scoraggiati, tutto ciò che intraprenderemo avrà su di sé già il peso della sconfitta. Se siamo ottimisti, fiduciosi, entusiasti, le probabilità di successo sono già alte in partenza. Il nostro atteggiamento non influisce direttamente sugli eventi, ma agisce indirettamente, attraverso un’interminabile catena di piccoli gesti, sguardi, parole, che ci attirano al simpatia e il consenso delle persone – che siano superiori, clienti, colleghi – e che col passare del tempo si tradurranno in effetti concreti. Piccoli gesti, sguardi, parole che ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi. “Fortuna”, potrà dire qualche mala lingua, “buon raccolto dopo una buona semina” si potrebbe più giustamente commentare.

Il nostro atteggiamento ha un ruolo fondamentale nella gestione della nostra esistenza, e soprattutto nel determinarne la qualità. Scopriamo così che l’idea che noi ci facciamo di noi stessi e del mondo diventa determinante per lo sviluppo del nostro futuro e per la possibilità di esplicare un ruolo creativo e costruttivo in cui mettere il luce aspetti sempre nuovi di noi stessi, per creare realtà sempre più adatte a modelli presenti, non a modelli passati, reiterati acriticamente e automaticamente.

Il vecchio motto “chi lascia la vecchia via per la nuova, sa quel che perde, non sa quel che trova”, viene sostituito da un nuovo invito: “per raggiungere un luogo che non conosci, devi prendere un cammino che non conosci”. La nostra vita può diventare la piena espressione del nostro essere, e la vita quotidiana può diventare l’occasione per rivelarsi e attivare le molteplici sfaccettature della nostra natura. La qualità della nostra vita va misurata in base a quanto sappiamo assaporare pienamente tutto ciò che l’esistenza ci offre, quando risvegliamo i sensi, rispettiamo i sentimenti, valorizziamo le idee, diamo forma ai sogni e agli ideali.

L’importante, allora, non è raggiungere una meta o l’altra, ma procedere con l’atteggiamento giusto, un atteggiamento di apertura e disponibilità, di attenzione interna e di attenzione esterna, attenzione a sé e agli altri, a ciò che vogliamo dalla vita e a ciò che la vita vuole da noi. Ci scopriremo felici con molto meno di quanto normalmente si pensa necessario, e il traguardo che ci porremo come obiettivo non sarà quantitativo, ma qualitativo, sarà quello dell’armonia con noi stessi.

Articolo di Marcella Danon – Tratto da Lista Sadhana (Guido da Todi)

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Guardare in profondità e praticare la consapevolezza dell’amore ci aiuta a essere lucidi, a essere amorevoli, e quella lucidità e gentilezza amorevole ci servono da protezione, preservandoci da pericoli di ogni genere. Di solito siamo convinti che il pericolo venga fuori da noi, mentre gran parte del pericolo che ci troviamo ad affrontare viene dal nostro interno.

Spesso, se non abbiamo una visione chiara della situazione, la paura e gli equivoci in cui cadiamo ci possono trascinare in situazioni pericolose. Le afflizioni fondamentali (dette anche “I tre veleni”) sono illusione, rabbia e brama; possono essere guarite e trasformate dalla pratica della consapevolezza dell’amore. La consapevolezza dell’amore può aiutarci a fermare la sofferenza fin da subito e ci tiene lontani dalle fiamme dei veleni.

Sappiamo che la compassione deve essere pervasa di comprensione e di saggezza, prajna, perché se non si comprende, non è possibile alcuna comprensione profonda. Ecco perché la pratica della compassione inizia con la pratica dell’osservazione profonda, vipasshyana. Quando pratichiamo la consapevolezza, acquisiamo una comprensione più profonda della situazione; a partire dalla comprensione, la compassione fluisce spontanea. Prajna poi porta con se Mastri che è amore, gentilezza e compassione.

Se sei in conflitto con un’altra persona, la prima cosa che dovresti fare è cercare di capirla a fondo. Guardare in profondità ti farà vedere la sua sofferenza e allora non avrai più voglia di farle del male, di punirla o di farla soffrire, ma accetterai così com’è e cercherai di aiutarla. E’ così che la comprensione contribuisce a rendere possibile l’amore. A sua volta l’amore aiuta la comprensione ad approfondirsi: quando provi simpatia o affetto per qualcuno, sei in una posizione per capirlo o capirla. Se invece non hai alcuna empatia per quella persona, se non l’accetti, non avrai alcuna possibilità di capirla.

L’affetto e l’amore ci aiutano lungo il sentiero di prajna aumentano la nostra energia di comprensione. La comprensione e l’affetto sono interdipendenti fra loro: l’amore fatto di comprensione e la comprensione è fatta d’amore. La consapevolezza dell’amore ci può aiutare in moltissimi modi. Supponiamo che tu stia tornando a casa in auto, consapevole che a casa c’è tuo figlio ad attenderti: se pratichi la consapevolezza dell’amore, se pensi e tuo figlio che ti aspetta che tu arrivi a casa sano e salvo, sarai più presente e guiderai con più attenzione, in modo più sicuro.

Metti che ti venga in mente di bere qualcosa praticando la consapevolezza dell’amore pensi a tuo figlio e sai che fra pochi minuti dovrai metterti al volante. Anche se hai molta voglia di bere perché ti fa sentire bene,praticare la consapevolezza dell’amore ti aiuterà a scegliere di non farlo, in quel momento. E’ una buona pratica mettere una foto di tuo figlio o di qualcuno che ami sul cruscotto dell’auto che ti ricordi di praticare la consapevolezza dell’amore mentre sei al volante così guiderai con attenzione.

Puoi tenere con te una foto della persona che ami, nella cartella del lavoro o in un posto dove la puoi vedere spesso, un immagine che può anche raffigurare un buddha o un bodisattva, tua figlia, tuo figlio, il tuo coniuge o partner, perfino un animale domestico a cui sei affezionato.

Qualunque essere a cui vuoi bene può ispirarti ad essere più consapevole, a prenderti cura di te stesso, di te stessa. E prendendoti cura di te, ti prendi cura delle persone che ami. Questa è una pratica di consapevolezza dell’amore. Non occorre che tu sia una persona molto religiosa o che faccia una quantità di pratiche devozionali: basta che richiami nella mente le persone a cui vuoi bene.

Così richiamare alla mente la forma, la vista o il suono di una manifestazione di compassione può aiutarti a soffrire meno. Ogni volta che pensi a quella persona, ogni volta che prendi consapevolezza di quell’altra, ogni volta che con l’occhio della mente vedi quel luogo bellissimo, immediatamente nel tuo cuore nasce l’elemento della compassione e della comprensione.  La consapevolezza dell’amore è la pratica in grado di far sgorgare in noi il nettare della compassione e della comprensione. E che ci aiuta ad evitare ogni genere di pericolo. Quando si corre dietro al denaro, alla notorietà e al potere, quando si permette chela fiamma dell’avidità bruci dentro di se, si stà malissimo.

Se non si sa come praticare, anche il fuoco del desiderio sessuale inappropriato può bruciare e far soffrire. In che modo la consapevolezza della’more e della compassione aiutano a soffrire di meno? Prima di avere una relazione sessuale con qualcuno, pratica la consapevolezza: osserva in profondità la situazione dell’altro e la tua. Quell’atto distruggerà la vostra vita darà origine a un bel po’ di sofferenza per le persone che ami, per la tua famiglia, la consapevolezza e la presenza mentale portano comprensione e saggezza. E la saggezza da come risultato l’amore e la condotta saggia, quella comprensione che ti aiuta ad astenerti dal compiere azioni che portano sofferenza.

E’ così che la consapevolezza della compassione può impedirti di bruciarti alla fiamma del desiderio. Consapevolezza, presenza mentale e compassione rendono molto facile la pratica degli Addestramenti. Una volta che hai l’amore nel cuore non devi fare niente di più: puoi praticare gli Addestramenti alla perfezione e con molta facilità, senza alcuna lotta. Ogni volta che l’energia della consapevolezza ti nasce nel cuore, puoi essere libero dall’avidità. E’ una specie di miracolo,  non è una grande fatica.

La pratica dell’amore, la consapevolezza dell’amore, è bellissima; è davvero una porta universale. La compassione ci fa mettere in relazione con le altre persone e altri esseri nel migliore dei modi possibile. E’ per questo che la pratica mira a far scorrere il nettare della compassione: senza compassione ci inaridiremmo completamente, saremmo del tutto soli e isolati. La gente che non ha compassione è quella che di più soffre al mondo è terribilmente sola. Chi si comporta con crudeltà, chi non ha in sé amore e compassione soffre molto; ha bisogno di aiuto da parte nostra, non di punizione o di vendette. Se sei veramente intelligente, sai che generare sofferenza negli altri ti farà ricadere addosso solo altri pericoli e altre sofferenze.

Ogni violenza che facciamo a una persona è un atto di violenza che facciamo contro noi stessi. Se non capisci questa verità elementare, soffrirai sempre di più.

Quando hai subito torture, è molto difficile non provare rabbia nei confronti di chi ti ha fatto del male; a loro volta anche i reduci americani soffrono molto del fatto i aver ucciso o menomato tanta gente. Come aiutare sia chi ha subito violenza sia chi l’ha perpetrata con la consapevolezza e la compassione, la consapevolezza dell’amore.

Possiamo guardare con gli occhi dell’amore la persona che ci fa soffrire: ” questa persona che ho davanti, anche se ha fatto cose crudeli contro di me e contro gli altri, anche se ha perso il contatto con la propria umanità, è a sua volta una vittima della violenza della crudeltà. Praticherò per essere capace con gli occhi dell’amore e di aiutarla a entrare in contatto con la propria umanità”. La prima cosa che si nota quando si pratica la consapevolezza della compassione è che si smette di soffrire.

Quando hai in te abbastanza energia di compassione e di amore, il cuore ti diventa grande e puoi abbracciare ogni cosa, ogni persona, anche quelli che chiami nemici.

Quando sai osservare in profondità il nemico e riesci a vedere che è vittima di idee, concetti e informazioni sbagliate, di condizione di vita, culturali e sociali, allora riesci a restare calmo e a mantenere aperto il cuore e hai più possibilità di riuscire ad aiutarlo a mettersi in contatto con la propria umanità, con la propria innata natura di Buddha, e a trasformare i semi dell’odio e della violenza che ha dentro di sé.

(Il cuore del cosmoThich Nhat Hanh)

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<I bramavihara: gentilezza infinita>
( di Fred Von Allmen)

(“La mia religione è la gentilezza” – S. E. il XIV Dalai Lama)

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I quattro brahmavihara sono l’amore (metta), la compassione (karuna), la gioia compartecipe (mudita) e l’equanimità (upekkha).

Tali stati o qualità del cuore e della mente sono chiamati brahmavihara, cioè “luoghi dove dimorano i Brahma”, dato che i Brahma, le massime divinità dell’esistenza, dimorano in tali stati. Il termine brahmavihara viene tradotto anche con dimora ‘sublime’ o ‘elevata’.

Queste qualità o stati mentali vengono chiamati anche apamanna, cioè illimitati, in quanto si riferiscono a un numero illimitato di esseri, e cioè a tutti gli esseri, senza eccezione.

Il primo dei brahmavihara è la gentilezza amorevole (metta). La metta è una delle qualità più importanti e potenti della pratica spirituale. L’apostolo Paolo ne parla in maniera convincente:

La carità è la più eccellente delle virtù.
Quand’anche io parlassi le lingue
degli uomini e degli Angeli,
se non ho la carità –
io sono un bronzo che suona
o un cembalo che squilla.
Di più, avessi pure il dono della profezia
e conoscessi tutti i segreti di Dio
e avessi una fede tale da spostare la montagne,
se non ho la carità –
io sono un niente.
Anzi se distribuissi anche tutti i miei beni
e dessi il mio corpo ad essere bruciato,
se non ho la carità –
tutto questo non mi giova a nulla .

Per amore o gentilezza amorevole si intende ‘una morbidezza del cuore’. La radice della parola pali metta è ‘mid’, che significa ‘morbido’ o  ‘amorevole’. La parola in sanscrito mitra vuol dire ‘amico’. Il termine metta indica dunque “una morbida, amorevole benevolenza o gentilezza”.

I quattro brahmavihara rappresentano l’opposto di determinati stati mentali poco salutari, i kilesa. Si potrebbe anche dire che, quando sono presenti i brahmavihara positivi, mancano le corrispondenti emozioni difficili e negative. Nel caso della metta esse sono l’odio e l’avversione in tutte le sue forme, dunque l’ira, la rabbia, i sentimenti di vendetta, l’ostinazione, la gelosia, la resistenza, lo spirito giudicante e i pregiudizi come pure la noia.

Accanto a tale forza di opposizione anche chiamata ‘il nemico lontano’ esiste pure un cosiddetto ‘amico vicino’ o falsa apparenza di quella virtù. Per la metta esso è l’amore personale, caratterizzato da attaccamento e desiderio, l’amore passionale come pure l’amore che mira a ottenere qualcosa in cambio.

È molto facile riconoscere queste qualità. La metta infatti non causa mai dolore o sofferenza. Qualunque cosa una persona possa fare o non fare, che essa ci sia amica o meno, vicina o lontana, che si sia insieme o separati, che essa la pensi come noi o meno, la metta non pone condizioni né dipende da condizioni.

In presenza di desiderio, attaccamento e passione le cose sono molto diverse, in quanto tali stati mentali sono invece motivo di dolore. “La passione è una forza che produce sofferenza”, si dice. Siamo portati a soffrire non appena una persona a noi vicina non fa quello che noi vorremmo o che ci serve.

Nel distinguere tra la metta da un lato e l’attaccamento o passione  dall’altro non esprimiamo un giudizio di valore, non affermiamo che l’uno è bene e  l’altro è male, ma pensiamo piuttosto al loro diverso effetto. L’amore inteso come passione, desiderio e attaccamento produce dolore ogniqualvolta la situazione data non corrisponde alle nostre idee, aspettative e speranze, mentre l’amore inteso come metta produce apertura, equilibrio interiore e gioia.

La metta può esser paragonata ad acqua fresca versata in un recipiente arroventato contenente un liquido ribollente. Così come l’acqua, la metta rinfresca e acquieta le emozioni dell’odio e dell’avversione che bruciano e tormentano il nostro cuore e la nostra mente. La meditazione e la pratica servono dunque a esercitarci ad affrontare persino emozioni difficili come ira e rabbia con un atteggiamento di gentilezza spaziosa e amorevole. Ed è proprio questo atteggiamento che ha, in ultima analisi, la forza di guarire e trasformare. Esso ha anche un effetto terapeutico sull’ambiente e sulle persone attorno a noi.

In un insegnamento il Buddha elogiò i benefici che possono derivare dalla pratica di meditazione di metta:

Dormirai bene, ti risveglierai contento
e non farai sogni spiacevoli.
Gli uomini ti ameranno
e gli esseri celesti ti apprezzeranno.
I Deva ti proteggeranno e
il fuoco, le sostanze velenose e
le armi non ti faranno del male.
Ti concentrerai facilmente
e la tua mente sarà serena.
Morirai quieto
e qualora tu non fossi ancora completamente
liberato rinascerai
in regni felici.

La metta non è però in primo luogo una bella sensazione calda di amore nel cuore, anche se a volte ciò può accadere. È piuttosto un atteggiamento interiore o addirittura una decisione e un giudizio verso quello che è, così com’è , si tratti di esseri viventi, cose o situazioni.

Il poeta Erich Fried scrive a questo proposito:

Cosa è
È pazzia
dice la ragione
È quello che è
dice l’amore
È una disgrazia
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È senza speranza
dice il senno
È quello che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È sconsiderato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quello che è
dice l’amore

Metta significa dunque accettazione, rispetto e stima incondizionati per creature e cose, così come sono, e per la vita così com’è.

La metta è anche l’augurio che tutti gli esseri viventi possano essere felici e stare bene. Nella meditazione si usano frasi come queste:

Possano tutti gli esseri viventi essere felici.
Possano tutti gli esseri viventi essere in buona salute.
Possano tutti gli esseri viventi vivere nella sicurezza.
Possano tutti gli esseri viventi vivere con agio.

Tale forma di meditazione non vuol dire sognare, né si tratta dell’ “Io sono felice” del training autogeno. Non dobbiamo neppure credere che i ‘beneficiari’ della nostra gentilezza amorevole diventino felici e siano sani o privi di preoccupazioni solo perché noi glielo auguriamo.

È piuttosto un modo per esercitarsi a incontrare gli altri e affrontare la vita in maniera giusta e salutare. Così facendo rafforziamo anche la tendenza positiva che è in noi a esprimere gentilezza amorevole, indebolendo allo stesso tempo le tendenze negative e di avversione presenti in noi.

Nella tradizionale meditazione di metta si inizia col rivolgere amore e simpatia a noi stessi: “Possa io essere felice… Possa io vivere con agio”. È importante essere veramente convinti di quello che si dice. La metta rivolta a noi stessi, se praticata nella maniera giusta, ha un effetto terapeutico straordinario. Infatti se non proviamo alcuna simpatia, amore e stima per noi stessi, anche il nostro amore per gli altri non potrà essere autentico, ma solo superficiale. L’intenzione potrà essere buona ma il sentimento non sarà né spontaneo né profondo.

Successivamente scegliamo una persona che ci è stata di grande aiuto e ci ha dato tanto, che conta molto per noi, in cui abbiamo fiducia e per cui proviamo spontaneamente e facilmente sentimenti di simpatia, stima e amore. Ci immaginiamo questa persona e ripetiamo la frase: “Possa tu essere felice…”.

È importante fare attenzione ai seguenti tre punti: ripetere le frasi, ricordarsi in continuazione del loro significato e visualizzare la persona o immaginarsela in altro modo. Continuiamo a fare ciò il più spesso possibile e senza interruzione. Non occorre altro. Alcune volte emergono sentimenti piacevoli, altre no, così come possono sorgere persino sentimenti di resistenza e di avversione, di tristezza e di isolamento. Anche ciò va bene. Continuiamo a praticare serenamente e senza interruzione. Saremo così in grado di incontrare i sentimenti difficili con lo stesso atteggiamento interiore di benevolenza accettante insita nella qualità della metta verso tutti gli esseri viventi: con amorevole protezione ma senza coinvolgimento.

Una volta constatato che ci troviamo sufficientemente a nostro agio con questa parte della meditazione, cominciamo a rivolgerla a un amico,  un’amica, a qualcuno per cui ci è abbastanza facile provare simpatia amorevole, senza sentire un’attrazione particolare.

Le persone verso cui proviamo desiderio, attaccamento e sentimenti di passione non sono particolarmente adatte a essere oggetto della metta, dato che, meditando su di loro, potremmo facilmente allontanarci  dall’atteggiamento di gentilezza incondizionata.

Una volta che non abbiamo più difficoltà con questa categoria, passiamo a una persona che non ci sta molto a cuore o che ci lascia indifferenti. Per taluni questo esercizio risulterà più difficile data la mancanza di un rapporto personale. Per altri invece la meditazione sarà più facile, considerato che le persone con cui non abbiamo un rapporto stretto siprestano meglio a tale scopo. In ogni caso continuiamo a tenere presenti i tre punti di cui sopra e a praticare con perseveranza.

Per finire possiamo scegliere una persona che ci risulta difficile amare, qualcuno che ci irrita, ci contraria o ci fa arrabbiare. Se ci costa fatica rivolgere simpatia a questa persona, può giovare ricordarsi di un’azione positiva o di un tratto simpatico di questa persona, per quanto poco importante esso possa sembrarci. La causa immediata per il manifestarsi della metta è proprio la percezione e il riconoscimento di buone qualità umane. Perciò quando si medita su una persona difficile è particolarmente importante non farsi prendere da ricordi negativi, che potrebbero rafforzare l’avversione e la distrazione, invece di sviluppare gentilezza amorevole. Qualora ciò risultasse difficile è opportuno ritornare a una persona a cui ci riusciva facile rivolgere la metta.

È tuttavia importante non farsi fuorviare dalla varietà di sentimenti che possono emergere, e continuare a praticare con interesse e costanza

Alla fine estendiamo la nostra simpatia a tutti gli esseri viventi senza eccezione. Come è detto nel Metta Sutta, l’insegnamento del Buddha sulla gentilezza amorevole:

….Deboli o forti,
lunghi, medi o corti,
piccolissimi o enormi
visibili o invisibili
vicinissimi o lontani,
nati o ancora non nati,
possano tutti gli esseri viventi, senza eccezione,
essere felici e contenti.

(Articolo inviato in Lista Sadhana da Guido da Todi il 27/10/08)

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