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I dodici anelli

Ghesce-Ciampa-Ghiatso

I DODICI ANELLI

Il testo recita:“ Non esiste ignoranza o estinzione dell’ignoranza,fino a non esistono vecchiaia e morte né estinzione della vecchiaia e della morte .”riferendosi ai ‘dodici anelli’.

Vediamo brevemente quali sono i dodici anelli del ciclo dell’esistenza.
Essi possono essere considerati dal punto di vista dell’ordine progressivo del condizionamento del samsara oppure dal punto di vista del decondizionamento o dellapurificazione.

1) Il primo dei dodici anelli è l’ignoranza. Considerando anche glialtri undici,possiamo ugualmente affermare che non esistono ultimamente
2) leformazioni karmiche
3) la coscienza,
4) del nome e forma,
5) le sei entrate,
6) ilcontatto,
7) le sensazioni,
8) bramosia
9) l’afferrarsi
10) il divenire,
11) la nascita,
12)  la vecchiaia e la morte.

1) Con ignoranza si intende la non conoscenza della reale natura dei feno-meni.Le ignoranze sono innumerevoli,ma si possono raggruppare in due:una è

la non conoscenza della ‘talità’,la reale natura di ciò che esiste,l’altra è la nonconoscenza delle cause e degli effetti,della legge del karma.

2) Il secondo anello è chiamato formazioni karmiche,e sono le azioni.Leazioni hanno il potere di proiettarci nelle rinascite successive e possono esseremeritorie,non meritorie e inamovibili.Le azioni meritorie sono le dieci azionipositive di non uccidere,non rubare,non avere una sessualità scorretta,non men-tire,non creare discordia,non ingiuriare,non parlare a vanvera,non avere bra-mosia,malvagità e non sostenere visioni errate.Le azioni non meritorie sonol’opposto di quelle elencate,quindi uccidere e così via.Quelle virtuose hanno ilpotere di spingerci in esistenze superiori come quella umana o divina.

Ovviamente la positività o negatività delle azioni ha varie sfumature.Il risultatodipende dal livello dell’intensità.Le azioni negative possono essere di vari gradi.Quelle che ci conducono a rinascite come animali sono di intensità minore,quel-le di intensità intermedia come spiriti famelici e quelle maggiori come esseriinfernali.Poi c’è una categoria di azioni dette inamovibili.Sono quei livelli diconcentrazione che ci possono portare a stati superiori di esistenza,nei reamidella forma e del senza forma.Si parla di diciassette livelli del reame della formae di quattro assorbimenti meditativi del reame del senza forma.

3) Il terzo anello è quello della coscienza;si intende la coscienza mentale laquale contiene le impronte delle azioni che abbiamo compiuto.

4) Il quarto dei dodici anelli è quello del nome e forma.È riferito al conce-pimento nel grembo materno.L’ovulo fecondato è l’anello della forma che con-tiene la coscienza non ancora manifesta,indicata con ‘nome’in quanto non sonoancora manifesti i vari fattori mentali quali le sensazioni,la discriminazione,i fat-tori di composizione.Fino al momento in cui l’embrione non sviluppa comple-tamente le sue facoltà sensoriali viene indicato come ‘nome e forma’.

5) Il quinto dei dodici anelli è quello delle sei entrate o facoltà sensoriali e siriferisce all’embrione fino al momento in cui avrà il primo contatto.

6) Quando poi avviene il primo contatto tra oggetto,facoltà sensoriale ecoscienza,sorge l’anello del contatto.

7) Dal contatto nasce l’esperienza,cioè la sensazione,si indica quindi l’anellodelle sensazioni che è il settimo.

8) L’ottavo è l’anello della bramosia Si riferisce all’attaccamento per questo corpo.Durante il processo della morte,quando non possiamo più aggrap-parci a questo corpo,la nostra tendenza è quella di ricercarne uno nuovo.

9) Il nono anello è l’afferrarsi.Attaccamento per il corpo che è l’intensificar-si della bramosia di averne un altro.

10) Queste due forme di attaccamento attivano le impronte delle azioni pas-sate depositate nella nostra coscienza.Questo karma o azione attivante è l’anellodel divenire.

11) L’anello della nascita è ciò che ci porta a rinascere,per cui entriamo nelventre materno,veniamo concepiti e,secondo il buddhismo,il primo istante diconcepimento è la nascita.

12) Poi c’è l’evoluzione dell’embrione e il corpo continua ad evolversi.Questo è ciò che indica il termine invecchiamento mentre la morte può avveni-re anche nel grembo della propria madre.Dunque il dodicesimo anello dellamorte può realizzarsi anche finché siamo ancora nel grembo materno.

Questa è una descrizione abbreviata dei dodici anelli.Ponendo fine all’ignoranza avranno fine anche le formazioni karmiche oazioni contaminate,quindi avrà fine anche il terzo anello che si riferisce alleimpronte karmiche nella coscienza,avendo fine la coscienza avranno fine anchenome e forma,allora porremo fine anche alla nascita e all’invecchiamento e allamorte.

Questa è un’esposizione dell’ordine di decondizionamento,di abbatti-mento dei dodici anelli dell’esistenza ciclica.
Come porre fine all’ignoranza?Realizzando la vacuità,il non-sé, la mancanza di un io a sé stante, per tale ragione nel testo del Sutra del Cuore è scritto:“ Non c’è vecchiaia e morte né estinzione della vecchiaia e della morte.”

(Ghesce Ciampa Ghiatso – tratto da Introduzione al sutra del cuore)

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Un esperimento d’Amore

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photo by Marciano

Fate un esperimento: la prossima volta che fate una commissione,  che siete bloccati nel traffico o in fila al supermercato, invece di preoccuparvi  del tempo che impiegate e di ciò che avete da fare, prendetevi un momento  per inviare semplicemente pensieri amorevoli a tutti coloro che vi circondano.
Spesso c’è un cambiamento immediato e notevole,  nella misura in cui vi sentirete più connessi col presente.

(Joseph Goldstein – © perle.risveglio.net)

Nessuna certezza

Dialogando con un interlocutore sconosciuto…

Maestro zen Taido Kengaku Pinciara

roberto_1_maggio_Ho ben poco da dire.  Giunto dove sono giunto non c’è certezza alcuna.
La sola certezza è che sappiamo ben poco di ciò che siamo, di ciò che facciamo, di quel che ci accade e del perché conduciamo una vita come quella che stiamo vivendo. In realtà, non conduciamo nulla, perché sarebbe più preciso dire che siamo condotti da qualcosa di cui non conosciamo l’origine.
E’ come essere nella carrozza di un treno che procede veloce. Le forme, fuori dal finestrino, sembrano correre in un susseguirsi inarrestabile. Pare di essere fermi, seduti comodamente, mentre tutto, fuori di noi, si muove rapidamente. Di tanto in tanto, il treno si ferma e allora possiamo osservare con più attenzione quello che accade fuori dal finestrino.

La sensazione che il tempo scorra e con esso tutte le cose sembra convincere molti. Ma è davvero in questo modo? Cosa accade se la mente si ferma? Tutto sembra arrestarsi con essa. La mente è quel treno che corre veloce. Di tanto in tanto si arresta, e così il paesaggio diventa più nitido. Non passa molto, però, che la sua corsa folle riprende verso una destinazione del tutto sconosciuta. Cosa ci sarà alla fine della corsa? Questa è la domanda che raramente ci si pone. L’arrestarsi temporaneo alle stazioni ci permette di riprendere fiato, ma solo per rendere l’illusione di quel che verrà apparentemente ancora più affascinante. Il movimento è inseparabile dal tempo. Quando non c’è più tempo, cosa rimane?

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Siamo abituati a considerare il tempo come vita, e la dimensione del tempo che si arresta come morte. Da un certo punto di vista è così. Quando il tempo si ferma qualcosa muore. Abbiamo l’impressione di morire perché la mente non può sopravvivere fuori del tempo.
Così, dovremmo chiederci: che cosa muore?
Ogni aspetto del nostro vivere sociale si fonda sul correre frenetico all’inseguimento di chissà quale cosa. Una continua lotta contro il tempo. Buffo, vero? Il tempo è la mente e noi corriamo contro il tempo… Forse da qui nasce l’angoscia. L’angoscia di combattere contro qualcosa che non si conosce e che si sa di non poter sconfiggere… Come certi incubi notturni.

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Vi siete accorti di come si cade in quello stato chiamato “noia” quando ci sembra non ci sia niente da fare? La nostra mente, che è continuamente operosa, si affanna di continuo alla ricerca di stimoli, eccitazioni di qualunque genere. Ma, noi, abbiamo realmente bisogno di tutto questo trambusto? Vi siete accorti di come siamo noi a creare i problemi? Ci sono dei fatti che accadono, questa è una cosa, poi ci sono i problemi che noi mettiamo sopra i fatti, e questa è altra cosa.

Siamo pieni di preoccupazioni e paure. Anche questo è un fatto. Vorrei porvi una domanda: cosa fareste se non doveste lottare sempre contro qualcosa? Contro il dolore, le difficoltà che incontrate, la malattia…

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La mente umana è un formidabile strumento, forse il più complesso tra quelli che costituiscono la vita dell’uomo. Stiamo cercando di vedere se è ancora quell’organo al servizio dell’intero organismo, come dovrebbe essere o se siamo noi ad essere diventati suoi strumenti.

Ci stiamo interessando di vedere cosa accade in noi quando proviamo dolore, rabbia, amore, invidia, e quant’altro ci trascina nel vortice dell’esistenza. Dobbiamo vedere dentro di noi direttamente, se siamo noi gli artefici di quello che ci accade oppure no. Formulo la domanda in altro modo : “Sono realmente soddisfatto di come stanno andando le cose nella mia vita, oppure sento un disagio in fondo a me stesso?”

Vi siete accorti di come siamo noi a perpetuare il dolore? Forse no. Non è così semplice. Naturalmente non stiamo negando le circostanze che portano dolore nella nostra vita. Stiamo solo dicendo che quelle circostanze sono dei fatti. Fatti ai quali dobbiamo dare risposta con l’azione. Stiamo dicendo che se al fatto oppongo il mio desiderio o la mia aspettativa, la mia rassegnazione o la mia paura, cosa sto facendo? Non sto forse muovendomi nel passato o nel futuro? Non sto forse opponendo al fatto la struttura psicologica che mi caratterizza? Ma non è questa stessa struttura che si oppone a lasciare andare quel fardello di dolore ? Riesco a vedere tutto ciò oppure sto ancora credendo che la causa del mio disagio proviene dall’esterno ?

Esiste un modo per liberarmi dalla schiavitù di questa condizionata struttura psicologica? Cosa accade se, davanti ad un fatto, qualunque esso sia, agite prontamente, con mente concentrata e tranquilla, senza separarvi dal fatto stesso, offrendo il meglio di voi alla situazione fino al punto da non sapere nemmeno più chi siete? Appare il dolore? Appare la negazione? Appare il desiderio? Infine, appare la paura? Vi dico di no. C’è il fatto e ci siete voi. Non aggiungete altro. L’altro che aggiungete, qualunque cosa sia, è di troppo. Tra voi e il fatto non ci deve essere nulla.

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Quando veniamo al mondo, la prima esperienza che facciamo è quella della sofferenza. Dobbiamo imparare in fretta a respirare, veniamo in contatto con la luce, i suoni, il freddo e il caldo…….abbiamo bisogno di strillare per fortificare le corde vocali, muscoli e ossa devono allungarsi e tante altre cose che costituiscono la crescita. Poi vi è il dolore dell’incomprensione, le prime esperienze e via di seguito. Questo vale per tutti, poi ci sono le caratteristiche ereditarie, le malattie, l’ambiente familiare, i rapporti, le prime sconfitte e delusioni. Un elenco immenso di difficoltà che creano dolore. Senza voler considerare l’ambiente e le circostanze della nostra nascita, anche la storia dell’intera umanità pesa sulle nostre spalle….insomma, mi pare evidente di come un “corpo di dolore” si costituisca all’interno della nostra struttura psicologica. Senza che ve ne accorgiate questo “corpo di dolore” vi trascinerà verso il basso in tutte le cose che farete. Nei rapporti sentimentali, in quelli con i figli, gli amici, nel lavoro e anche nello svago. In questo modo risponderete sempre alle circostanze, influenzati da quel “corpo di dolore” che è in voi.

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Forse, per vederci più chiaro, dovremmo prendere più spazio. Come possiamo darci più spazio? Invece di concentrarci sui problemi che crediamo di avere, dovremmo cercare chi genera i problemi.Per darci più spazio intendo: prendere distanza dai pensieri che si manifestano, prendere distanza dai desideri che sorgono. Questo non significa non avere pensieri o desideri, solo prenderne distanza. Prendere distanza è vedere più chiara la faccenda.

Le opinioni che abbiamo su questo e quello condizionano il nostro modo di agire.

Seguendo le nostre inclinazioni che si basano su convinzioni, speranze, e il dolore nascosto da qualche parte in noi, prendiamo decisioni e agiamo. Ma sarebbe più opportuno dire: reagiamo. Noi siamo gli esecutori, ma il mandante chi è? Il desiderio, il pensiero, la sensazione, tutto fa capo a quel fantasma che chiamiamo ego. Questo è il mandante. Ma il mandante è buono o è cattivo ? Nessuno dei due. Il mandante è semplicemente disorientato dal continuo movimento della mente .

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Le idee che ci facciamo su ogni cosa ci impediscono di vedere e di ascoltare la cosa in sé, così com’è.

Vedete come etichettiamo tutto! Siamo talmente condizionati dalle etichette, che non scorgiamo più il prodotto che ci viene servito. Non vi accorgete che cambiando l’etichetta vi stanno fregando un’altra volta. Vi servono qualcosa di vecchio con l’etichetta di ciò che è nuovo.

Vengono usate parole nuove per servirvi “roba” scaduta da tempo. Togliete l’etichetta che avete messo addosso a vostra moglie, a vostro marito o ai vostri figli e guardate il fatto reale, la persona che vi sta vicino.

Scoprirete una cosa straordinaria! Proprio quando perdete una persona cara vi accorgete quanto era in realtà preziosa per voi.

Cos’è accaduto? Avete gettato quell’etichetta e vi è rimasto quello che era la persona per voi. Ecco il segreto di Pulcinella… A nessuno piace essere etichettato, e se lo avete fatto per anni con il marito, la moglie, i figli, i genitori, allora state certi che prima o poi quella persona si ribellerà e vi abbandonerà. Questo non significa che non vi ama più, ma solo che era stanco di portare quell’etichetta. Togliete i pregiudizi che avete cristallizzato sulle cose e sulle persone e vedrete come l’ordinario diventa straordinario. Credete sia facile? Credete sia difficile? No. Provate. Fate. Non pensate. Non giustificate. Fate. Togliete quell’etichetta e amate la persona che vi sta davanti, senza passato, senza futuro, senza nulla che si interponga tra voi e ciò che amate.

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Quante volte vi sarà capitato di sentire una voce dentro la vostra testa dire: “Ah! Quella cosa la conosco! Quella cosa la so! “ Ma sappiamo solo qualcosa di quello che è stato, qualcosa di quel che avete ascoltato, non di ciò che sta lì davanti a voi… “Cosa c’è di nuovo sotto il sole? Nulla!,” dice Quelet, profeta del Vecchio Testamento. “Tutto ciò che ho visto sotto il sole è solamente vanità.” Forse Quelet asseriva il vero, ma è anche vero che nel qui ed ora, nell’attimo presente, ogni cosa è splendente e pura così com’è. Perché? Perché non c’è mente, non c’è tempo, non c’è spazio delimitato dalla coscienza.

Se non c’è tempo, se non c’è spazio delimitato dalla coscienza, dove potrà mai insinuarsi il male?

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La ragione che ci spinge verso la schiavitù, verso l’impasse del bene e del male, è che a questa struttura psicologica non piace il presente.

Dobbiamo chiederci il perché di questo. Non ci piace la nostra vita.

La nostra vita è la vita, questo è un fatto, non è quello che crediamo essere.A noi esseri umani piace il futuro. Ad esso affidiamo ogni nostra speranza. E se siamo depressi invece, ci rifugiano nel passato, nei ricordi di quello che è stato. Perché questa mente, così abile, così terribilmente fertile ed evoluta, non è in grado di arrestare la sua corsa? Vi siete accorti cosa accade quando la notte non riuscite a prendere sonno ? Le voci nella testa si susseguono senza fine e il corpo reagisce a questi stimoli. Se state pensando a qualcosa di terribile, il corpo inizia a sudare, i muscoli si tendono, tutto il corpo reagisce, rispondendo fedelmente alla richiesta della mente. E’ così che si soffre d’insonnia: non si riesce a staccare la spina che alimenta la mente. Pure, quando ci capita di fare realmente qualcosa, quando l’azione è senza calcolo, senza scuse, quando scaturisce da qualcosa che sentite essere più profondo del pensiero, allora ditemi, non vi sentite forse felici ed entusiasti? Certo è così. E’ così per tutti.

Quando non è così si da vita

Qsoepunpasonis ddtoai cnaoollln’pe asè.s cEeor’ seqì.u, sail cdoàs vai ctah ea din utons fsailcsao i ml coodrpo od ei vlaiv mereen ftoen, dpaetroc hséu iv rai cporrodpir, isou nlleel slap edriraenzzieo,n seu i

A mio avviso non c’è alcuna verità nascosta o svelata, ci sono solo superstizioni che servono a tenere ben salda la sedia del potere.

Voi sostenete quel potere. Come?

Nutrendo fiducia in quello che gli altri vi dicono credendo senza sperimentare, affidando la vostra vita ad un futuro che proviene dal passato. Lo sostenete perché non avete fiducia in voi stessi, non credete in quel che siete e in quel che fate.

Lo sostenete perché non credete. Avete bisogno di un oggetto a cui fare riferimento, in cui sperare, di cui ricordarvi.

Credere è invece senza oggetto, è il mirabile flusso di energia che tutto avvolge e nel quale siamo immersi. Figli e padri non respirano forse la stessa aria? Non ci è stato detto che spartiscono lo stesso pane ? Eppure, si ha sempre paura di qualcosa… e lo spirito rimane solo un concetto astratto.

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Quando ci sediamo incrociando le gambe ed assumendo la posizione simile a quella tenuta dal Buddha, facciamo la stessa cosa che ha fatto Lui : Lasciamo andare la paura a se stessa, lasciamo andare la brama a se stessa, lasciamo andare la vanità a se stessa, lasciamo andare l’avidità a se stessa, lasciamo andare il desiderio a se stesso. Di cosa abbiamo bisogno quando ci sediamo nei nostri ritiri?

Di niente.

E perché non si ha bisogno di niente?

A questa risposta dovrete arrivare da soli.

Grazie.

Maestro zen Taido Kengaku Pinciara

la fonte http://www.komyoji.eu/home.htm

Tumore e cancro

001-103

photo Ricardo Batista

Zona tumore e zona cancro

di Valdo Vaccaro – 31/01/2009 – http://valdovaccaro.blogspot.com/

Viviamo in un mondo di imbrogli e di mistificazioni

Come sempre accade, le parole hanno importanza fondamentale.
Chiamare una cosa in un modo piuttosto che nell’altro, fa una enorme differenza.
Chiamare un porcellino, porco e maiale, lo precipita senza remissioni nel primo macello del circondario, come accade da noi. Chiamarlo amico inseparabile dell’uomo e della famiglia, come succede in Medioriente, dove caracolla per i giardini, familiarizza con cane e gatto e scimmiette, si accovaccia simpaticamente sulle panchine, corre incontro affettuoso ai bambini ed al padrone, lo salva dai maltrattamenti e gli restituisce la dignità che si merita.

La sofisticazione del non distinguere tra una cosa e l’altra.
Togliere il potere della parola alla gente significa toglierle la libertà, parola di Confucio.

Chiamare vitamine naturali e vitamine sintetiche, col nome unico di vitamine.
Definire i minerali inorganici ed inassimilabili (vedi minerali delle acque dure, del suolo, di tutti i cibi cotti) allo stesso modo dei minerali organicati della frutta e delle verdure crude.
Paragonare carboidrati industriali e lavorati, ovvero zuccheri e dolciumi, con zuccheri naturali della frutta al naturale.
Chiamare proteine o addirittura proteine nobili, le proteine vietate di carne-latte-pesce, e proteine inesistenti o di scarto quelle che pure esistono nelle angurie e nei meloni, e in tutta la frutta del mondo, specie nelle carote e nei tuberi, sono tutte opere di mistificazione logica e linguistica.
Esiste infatti un baratro di differenza tra  ciascun termine elencato e il suo termine simile ma opposto.
Chiamare latte, tutti i tipi di latte, dimenticando che ogni tipo di animale mammifero ha il suo latte con le sue specifiche funzioni naturali e le sue caratteristiche diversissime, è ulteriore bestemmia terminologica.
Considerare poi l’umanità come normale consumatrice di latte a vita, come una razza che sfida le leggi naturali dello svezzamento, prolungando il medesimo dai 2 anni canonici agli 80 o ai 120 per chi ci arriva, è una ulteriore perla attribuibile agli Azzeccagarbugli delle stalle, dei macelli e dei caseifici.
Togli il potere della parola alla gente equivale togliere la libertà, perché la costringi a seguire i tuoi ragionamenti e i tuoi concetti, diceva giustamente un tizio di nome Confucio, vissuto 2500 anni fa ai tempi del nostro Pitagora.

Hai mai sentito un medico parlare di vitamina naturale o di minerale organicato?

Non sentirai infatti mai un medico dire che ti mancano vitamine naturali A o B o C, potrebbe andare incontro a radiazione dall’albo. Ti dirà che ti mancano vitamine, senza alcun aggettivo.
Non è che lo faccia per semplificare le cose. Lo fa, ovvero lo deve fare, per imbrogliare le cose.
Non lo sentirai mai dire ti mancano minerali organicati.
Non lo sentirai mai dire ti manca acqua zuccherina biologica.
Non sentirai mai un dietologo imbroglione dirti, adotta una dieta low-naturalcarb (una dieta a bassi carboidrati naturali) ma semplicemente una dieta low-carb, dove il termine carboidrato è unico ed onnicomprensivo.
Rigorosamente una parola soltanto:  porco, vitamina, minerale, proteina, latte, zucchero.
Qualcuno penserà che sono un parolaio e che la tiro troppo per le lunghe.
Cosa c’entra poi tutto questo col cancro? C’entra eccome. Lo vedremo subito.

La putredine reale, ovvero il cancro esclusivo dei carnivori dal sangue blu

Per la Scienza Igienistica, che è scienza e non tecnica come la Medicina, le parole tumore e cancro hanno un ben preciso e distinto significato.
Nei tempi andati, i medici, non osavano staccarsi troppo dalla scienza igienistica, non confondevano le acque come quelli di oggi, e si parlava di  tumore benigno e  tumore maligno.
La parola cancro non era ancora spuntata all’orizzonte.
Nei secoli scorsi poi, ad ammalarsi di cancro erano solo i re e i dignitari di corte, ovvero quelli che avevano il  privilegio esclusivo di mangiare la carne dei propri cavalli e dei propri armenti.
I contadini poveri, i servi della gleba, ma anche gli artigiani, e i piccoli commercianti del periodo feudale, si accontentavano dei prodotti della terra e degli alberi, e magari integravano il tutto con qualche ovetto nel periodo invernale, o con qualche pollo a Pasqua e Natale, sempre a patto che i padroni di sangue blu, i valvassori e i valvassini, e poi i baroni e i conti, glielo concedessero.
Mangiare carne faceva ammalare di cancro già allora, visto che i contadini erano sani e pimpanti, con le diete basso-proteiche naturali della modesta vita campagnola di allora, mentre i regnanti finivano uno dopo l’altro preda della cosiddetta putredine, un male nel quale il sangue e i tessuti imputridivano.
Non era un caso se i consumatori esclusivi di carne  diventavano alla fine vittime esclusive e privilegiate della putredine, al punto che tale malattia venne chiamata  Putredine reale, ovvero cancro.

La differenza tra tumore e cancro è come quella tra un trullo di Alberobello e il Monte Bianco

Tornando ai giorni nostri, la differenza tra un tumore e un cancro equivale alla differenza che esiste tra un trullo di Alberobello e il Monte Bianco, o tra un rigagnolo di campagna e il Po.
Questo gli igienisti naturali lo sanno bene.
Il tumore (sempre benigno, se non è degenerato e se non colpisce certi organi delicatissimi) non deve spaventare. E’ un sintomo di altra malattia chiamata intossicazione avanzata, o chiamata ossidazione avanzata (da radicali liberi). E’ un sintomo come la febbre, come il mal di testa, come il raffreddore, come il grasso in più della gente sovrappeso.
Se hai la febbre, essa arriva perché il problema sta nell’intestino, o nel sangue carico di leucociti, perché ogni volta che mangi il veleno carne scatta la leucocitosi. Stessa cosa per il mal di testa.
Se hai il grasso, non devi intervenire sul grasso, ma sul meccanismo che ti fa accumulare l’adipe.
Il tumore localizzato dunque non è malattia, ma salute alterata, ovvero benettia.

Esso è un sintomo. Una costruzione logica e illuminata del sistema immunitario. Una barriera difensiva. Una ultima ratio. Un punto prescelto dalla CIA interna per concentrare determinati veleni che andando in circolo farebbero insopportabili danni.

Serve una nuova cultura, totalmente diversa da quella medioevale della medicina

Il corpo non va mai contro se stesso.
Il corpo tende a guarire, non a peggiorare, a condizione però che si cambi stile di vita e che si interrompa il circolo vizioso di avvelenamento.
La situazione è diversa solo quando si è in stato di cachessia, di putrefazione avanzata del sistema, dove le cellule non ricevono più nutrimento e non si ripuliscono più.
La malattia che causa tumori e talvolta cancri, ha un nome preciso, ed è avvelenamento, degenerazione cellulare.
Fregarsi le mani, se ti ritrovi con un tumore? Certamente che no.
Meglio stare sempre in salute.
Disperarsi? Certamente che no.
Dirsi semmai: Che culo, ragazzi, mi è andata bene. Faccio in tempo a cambiare radicalmente vita e a recuperare.
Ma per fare questo tipo di ragionamento serve  cultura. La cultura giusta.
Non certo la cultura medicale del terrore e dell’intervento a tutti i costi, tipica della medicina di questi ultimi anni.

I pericoli insiti nel toccare chirurgicamente e chemioterapicamente un tumore.
Una bomba innocua se lasciata in pace. Una bomba da disinnescare con mille attenzioni.

Il tumore benigno è come una bomba.
Tranquilla e innocente finché nessuno la tocca e la sbatte violentemente.
L’unica cosa saggia da fare è lasciarla al suo posto, oppure disinnescarla con metodo scientifico.
Anche perché toccare chirurgicamente o chemioterapicamente un tumore, significa mandare in circolo i veleni in esso depositato, e creare le basi per altri punti critici, mediante quel fenomeno, purtroppo inarrestabile e letale che si chiama metastasi.
La scienza igienistica ha da tempo descritto per filo e per segno il tumore difensivo, in sei passi precisi, chiamati enervazione (indebolimento), toxemia (intossicazione), infiammazione della parte prescelta dal sistema, ulcerazione, indurimento.

Il passo numero sette, meglio non compierlo

Il passo numero sette meglio non compierlo, e si chiama fungazione, o diramazione del problema in altri punti.
E’ quel passo che, poco importa come interveniamo, porta alla morte rapida, in quanto il sistema immunitario ha capito che non c’è più nulla da fare se non abbreviare i tempi (salvo che, con droghe e medicine estreme, ovvero con l’accanimento terapeutico e con operazioni utili solo a far lievitare il conto del ricovero, non si tenga in vita il soggetto più a lungo del necessario, in condizioni  di terribile sofferenza).
Questi dettagli si trovano anche, per chi lo volesse, sul mio volume  L’Alimentazione Naturale dalla A alla Z, già ordinabile su Internet sul sito macrolibrarsi.it

L’efficacissima alternativa salutistico-naturale delle cliniche sheltoniane (Ex ANHS)

La tecnica medica purtroppo, non vuole saperne di fare questi ragionamenti.
O forse non è troppo motivata a farlo.
Le cliniche igienistiche-naturali americane (Cinque, Sabatino, Goldhamer, Cridland, Fuhrman), ma anche quelle australiane (Alec Burton), quelle europee di tipo bircheriano (Svizzera) ed ehretiano (Germania), e diverse altre che pure esistono nei diversi paesi, stanno facendo miracoli senza farmaci e senza bisturi.
Non a caso, gli artisti di Hollywood sono regolari clienti di questi rifugi terapeutici.
Qui non solo ti guariscono e risolvono i tuoi problemi, non solo ti disinnescano le mine interne, ma fanno la cosa più importante, che è quella di educarti alla salute e non alla malattia.
Non a caso i ricchi d’America vanno in queste cliniche, e non negli ospedali dei comuni mortali.
Non a caso gli stessi medici ospedalieri, quando hanno dei problemi seri, mettono la coda tra le gambe, e mogi-mogi ricorrono alle cure dei tanto sputtanati igienisti-naturali.
Miracoli li ha fatti e li sta facendo pure Carmelo Scaffidi a Bergamo, avendo salvato se stesso e i suoi familiari innanzitutto, e avendo raccolto una mole interessante di guarigioni da tumore, sempre senza ricorrere a farmaci e bisturi, in ottemperanza alle precise regole dell’igienismo sheltoniano.
Ma, attenzione, i miracoli non vengono realizzati dagli igienisti, bensì dal corpo umano ben diretto da chi ha capito come esso funziona.
Da chi segue davvero i concetti del grande Ippocrate, secondo cui A) La Natura è la Sovrana Medicatrice dei Mali, e B)  Primus non nocere.

Come operano i disinnescatori di mine e di ordigni chiamati malattie incurabili e tumori?
Cosa fanno di così speciale?
Se hai cachessia e cancro conclamato ti rimandano subito a casa.

Cosa fanno in queste cliniche di particolare?
In queste cliniche ci sono i disinnescatori di bombe tossiche chiamate malattie e chiamate tumori.
Non si disinnescano i cancri.
Trattasi di ordigni troppo arrugginiti che perdono già veleno e creano bombette tutto intorno.
Se uno è arrivato al cancro lo invitano cortesemente a tornare a casa, perché il digiuno terapeutico praticato da queste parti aiuta il canceroso a morire prima e più veloce, risparmiandogli pure atroci sofferenze.
Gli farebbe dunque bene.
Non si tratterebbe di eutanasia nel modo più assoluto, ma di semplice scorciatoia naturale e indolore verso l’ultimo respiro.
Solo che i titolari di quelle cliniche non amano peggiorare i propri straordinari record, le statistiche di guarigione che servono da referenza per altri clienti.
Loro puntano a guarire, non a far morire, sia pure in modi decenti.
In questi casi, il medico igienista dirà sottovoce due parole ai famigliari, insegnando loro a mettere il poveretto a digiuno, e a dargli tutte le cure amorevoli che servono ad accompagnarlo serenamente verso il trapasso.

Immediato digiuno ad acqua distillata per tutte le neoformazioni tumorali.
Una purificazione completa che risolve e ripulisce non solo il tumore ma tutte le irregolarità presenti.

Se uno invece ha qualsiasi tipo di neoformazione tumorale, viene messo immediatamente a digiuno e a riposo fisiologico. Niente cibo, niente giornali, niente televisione, niente preoccupazioni.

Riposo assoluto e tanta acqua distillata.
Si va in regime di chetosi e di grasso-cannibalizzazione controllate.
Ed anche in regime di eliminazione di tutte le scorie e dei prodotti inquinanti accumulati nell’organismo nel corso della vita.
Trattasi di una purificazione completa e priva di rischi, che risolve non solo il tumore ma tutte le 30 mila malattie elencate nel carnet della medicina ufficiale, visto che il corpo umano è un tutt’uno, non certo un’assieme disassemblato di organi e di cellule.
Viene pure eliminato gradualmente il tumore.

Herbert Shelton, memorabile campione mondiale storico dei digiuni assistiti

Il campione mondiale di questi digiuni assistiti fu proprio il dr Herbert Shelton, i cui record di guarigione stanno incisi nella memoria degli americani, nei suoi 50 libri best-seller, e nei successi strepitosi dei suoi allievi odierni.
Nella prima seduta di 4-7 giorni il tumore grosso come una noce, diventa una piccola nocciolina.
Una seconda seduta simile e anche la nocciolina scompare del tutto per non tornare mai più, a condizione però di diventare virtuosi, e di mangiare e vivere in rapporto alle precise esigenze del nostro corpo umano-fruttariano.
Il digiuno ad acqua distillata non è altro che una autoguarigione controllata e pilotata sapientemente da un esperto igienista.
Il suo compito è di aiutare il paziente a superare gli inevitabili momenti di difficoltà e di leggero fastidio che accompagnano la fuoriuscita dei veleni.
Quindi la eliminazione dei tumori , di tutti i tumori, è un fatto normale e di routine.
Il successo è garantito.

Non concorrenza all’acqua di rose ma furibonda competizione con la Medicina Ufficiale

Non ci si aspetti però dai medici comuni la conferma o peggio ancora l’approvazione.
La categoria che essi odiano e contrastano di più è proprio quella degli igienisti.
Trattasi non di concorrenza all’acqua di rose, ma piuttosto di furibonda competizione storica.
Una specie di lotta per la sopravvivenza. Muori tu o muoio io.
Se la gente comune si mette a fare queste scelte di tipo salutistico naturale, loro chiudono bottega e se ne vanno tutti a casa, oppure si rivolgono umilmente ai centri igienistici chiedendo di potersi aggregare al carro vincente degli ex-nemici.
Sarebbe come chiedere a una prostituta di indicarti il posto in cui si trovano delle ragazze che lo fanno gratis per divertimento.
Se ne guarderà bene dal rivelartelo, salvo che non sia scema o autolesionista.
Il paragone suona un po’ offensivo, ma rende molto bene l’idea.

La logica intelligente e auto-difensiva del corpo umano

Tieni presente che il corpo umano, molto virtuosamente, tenta sempre le vie più logiche per rimediare alle nostre indiscrezioni alimentari e comportamentali.
Mangiamo e trangugiamo veleni, cibi che non sono cibi ma anti-cibi, cibi che non dovrebbero mai essere guardati, considerati, comprati, maneggiati, portati alla bocca?

Bene, l’infinita ed inesauribile saggezza del corpo fa affluire tali veleni nei punti più consoni e meno pericolosi, e preferibilmente tra le cellule grasse del corpo.
Escrescenze locali e innocui indurimenti, a volte non sono altro che mini-ricettacoli di tossine che vanno e vengono, appaiono e scompaiono a seconda di come ci comportiamo, a seconda del nostra tasso di inquinamento interno.
Queste non sono favole, ma realtà scientifiche osservate più volte dagli stessi medici, i quali riescono a capacitarsene solo quando tirano via i paraocchi che l’Ordine Medico gli ha da sempre imposto, quell’antico paraocchi di derivazione medievale per cui il male è una entità bizzarra e maligna che arriva misteriosamente da lontano, e che deve essere bombardata ed estirpata come si fa con un mostruoso invasore.

I danni delle rimozioni chirurgiche sommati ai danni delle analisi preventive

Un tumore, eliminato brutalmente per via chirurgica o per via chemioterapica, comporta  una pericolosa modifica degli equilibri intorno alla zona tumorale.
Infatti quei veleni che prima dell’estirpazione affluivano al tumore, ora non trovano più la precedente valvola di sfogo, la precedente fossetta biologica,  per cui corrono il rischio di riversarsi in altri punti, causando nuovi tumori.

Un importante test in Norvegia rivela i pericoli degli esami mammografici

Il pericolo viene segnalato da un recente test svolto in Norvegia e durato 6 anni, tra il 2002 e il 2008, dove, ironia della sorte, pare che siano gli stessi esami mammografici a causare l’insorgenza di tumori.
L’igienismo naturale già lo sapeva.
Già predicava da decenni  che le analisi, le visite, gli screening, fanno male fisicamente e psicologicamente, non solo per danni specifici dei raggi, ma anche per lo stress che essi producono inevitabilmente.
In questo  esperimento norvegese, appena pubblicato sugli Annali di Medicina Interna, si sono raffrontati 2 gruppi di donne, campione A, sottoposto a regolare screening  mammografico annuale per 6 anni e, campione B,  mai sottoposto a screening.
Ebbene, alla fine dell’esperimento, il gruppo A sottoposto a ripetuti test ha presentato percentuali molto più alte di tumore al seno, rispetto al gruppo B non mammografato.

Interpretazione dei risultati. Sospetti inquietanti e molte incertezze.
I tumori che regrediscono e svaniscono. I tumori generati dalla mammografia stessa.
Ogni donna decida in piena libertà e senza criminali pressioni se sottoporsi o no ad esami.

A prima vista sembrerebbero avere ragione i patiti delle mammografie, quelli che spaventano le donne in continuazione con pressanti inviti a farsi controllare regolarmente, quasi che fossero degli esseri difettosi e pronti a cadere nelle grinfie del male ad ogni piè sospinto.
Una vera e assurda atrocità mediatica, priva di motivazioni logiche e scientifiche.
Una demenziale e corrotta abitudine della medicina mondiale odierna.
Per i patiti della mammografia, gli strumenti e gli analisti avrebbero dunque lavorato bene e scoperto più cancri nelle donne regolarmente esaminate.
Ma gli autori della ricerca la pensano in modo diverso.

Sospettano infatti, con dati e ragionamenti alla mano, che alcuni ricettacoli rivelati dalle ripetute mammografie nei primi test, non continuerebbero e non si riconfermerebbero alla fine dei 6 anni, in quanto potrebbero essere regrediti spontaneamente, come accade più volte coi tumori, con sbalordimento generale dei medici.
E c’è pure il sospetto, non dichiarato perché mancano le prove, che ripetute mammografie possano avvelenare le donne sottoposte a ripetuti test e favorire in loro l’insorgenza di tumori.
Alla fine si può dire che le incertezze sul beneficio dell’esame mammografico sono sempre state tante.
E questo esperimento prova che esistono tuttora molti fatti sconosciuti ed oscuri riguardanti gli esami al seno.
Meglio dunque che ogni donna decida in piena libertà e autonomia i pro ed i contro del farsi esaminare, è la conclusione dei medici norvegesi.

Gli stratagemmi e le falsità statistiche dell’oncologia.
L’inguaribile trionfalismo della medicina.

Leggo un documento di Marcello Pamo dell’1/1206, che appare su www.Disinformazione.it.
Col titolo di  Guerra al cancro? Ecco le balle dell’oncologia.
Quella di sottolineare pomposamente i grandissimi risultati ottenuti dalla scienza nella guarigione e nella cura del cancro, è diventato sport preferito dei medici in Italia e nel mondo.
Ma in Italia più che altrove, viste le tradizioni di alto lignaggio medico che vanta il nostro paese (pensa un po’ alle università di Padova, Pavia. Pisa, Bologna, Udine, Roma, fucine di grandi cardiologi, collegate a grossi ed efficienti  centri ospedalieri.
Il cancro è ormai sconfitto, e la sopravvivenza è già sul 50%, annunciano trionfalmente i medici.
Già osserviamo che, se il 50%  sopravvive, significa comunque che l’altro 50% muore.
Una specie di lancio della monetina.
E poi, chi mai ci dice che il 100% morirebbe se non trattato coi metodi distruttivi della medicina?

I diagnosticati-non-operati sopravvivono in media 11 anni, mentere i diagnosticati-operati solo 3.
La Medicina insegna a scrivere male e a fare i calcoli ancora peggio.

In America, i dati citati dal dr Robert Mendelsohn attestano che i diagnosticati di cancro, poi non operati, hanno una sopravvivenza media di 11 anni, mentre i diagnosticati poi operati vivono solo 3 anni.
Significa che qualcuno vive 8 anni qualcuno 4 e qualcuno pochi mesi soltanto.
Ma, tornando al 50%, ci accorgiamo che i medici sono bravi a tagliare e suturare, ma non sempre sono bravi con carta e penna.
La loro calligrafia è notoriamente incomprensibile (la non-chiarezza sta nel loro dna), ma, quando si mettono a fare dei calcoli coi numeretti sono ancora peggio.
Oppure sono invece troppo bravi, nel senso che sono allenati a cambiare le carte in tavola.
Come quando fanno le statistiche sulle vaccinazioni,  al fine di dimostrare l’indimostrabile, con falsità e bugie tra l’atroce e il carnevalesco.

Il 50% di sopravvivenza degli operati più che una burla è un insulto alla logica e alla trasparenza

I dati Istat sulla mortalità-tumori in Italia nel 2002 parlano di 162.201 persone morte, mentre 250.000 sono quelle diagnosticate cancerogene, per cui i sopravissuti sono 88000, cioè il 35,2% e non il 50.
Ma, il 50%, è una media aritmetica di diversi tipi di tumore.

Il cancro al testicolo (solo 2000 casi/anno) si risolve con l’asportazione del medesimo e il maschio, così eunuchizzato, sopravvive nell’87% dei casi.
Ebbene, quelli col cancro al polmone, statisticamente molto più significativo con 40.000 casi/anno, rivela una sopravvivenza media del 10-12%, per cui 10 sopravvivono e 90 muoiono, come dichiarato dal dr Francesco Bottaccioli, membro dell’Accademia delle Scienze di New York e docente di psico-oncologia all’università La Sapienza di Roma.
Ecco allora che il 35,2% non vale più.

Alla fine, si salva il 5 o forse il 10%, non per merito dell’operazione, ma nonostante l’operazione.
Si salvano quelli con la scorza più forte, quelli che sarebbero sopravvissuti pure senza cure.

Ma non è finita lì.
Gli oncologi includono nelle statistiche (già di per sé erronee) anche neo-formazioni che non sono affatto tumori, inquinando ulteriormente l’affidabilità dei dati, come accade per i polipi del colon-retto o per le formazioni displastiche del seno.
Si gonfiano dunque a proprio tornaconto i numeri, inserendo patologie che non c’entrano nulla col cancro.
E poi, in aggiunta, si escludono i tanti malati che dopo la chemio muoiono entro i primi giorni, in quanto etichettati come  Decessi prematuri, non causati cioè dai medici ma da una situazione precaria del paziente già in sede pre-operatoria.
E’ bene inoltre sapere che le terapie oncologiche usate dalle statistiche hanno una durata di 5 anni.
Quindi, se una persona muore entro 5 anni, diventa caso negativo.
Se invece muore il 5° anno più un giorno, magari grazie ad accanimenti terapeutici, non entra più nel computo, e diviene un guarito totale.
Perché mai si fanno circolare questi dati assurdi del 50%, che in realtà diventano 35%, e poi 25%, e che alla fine sono sì e no il 5% o al massimo il 10%.
In pratica si salvano i soggetti a scorza più forte, quelli che, anche senza operazione e senza cure, sarebbero comunque sopravvissuti.
Ignoranza, malafede, interessi, baronie, cattedre da lasciare a qualcuno?
A ognuno le proprie considerazioni personali.

Due su tre almeno finiscono malamente al cimitero, firmato Ospedale Maggiore e Università di Torino.
Un fallimento totale della cosiddetta  Guerra contro il Cancro.

L’Ospedale Maggiore e l’Università di Torino dichiarano che  Circa 2/3 delle persone affette da tumore ed operate vanno incontro a esito letale.
Significa che 2 su 3, seguendo la prassi medica ortodossa, finiscono anzitempo al cimitero.
Nel 1990, i morti per tumore trattato erano 147.869, ma nel 1991 erano 162.201.
Dove arriveremo?
La Guerra al Cancro, dichiarata da Richard Nixon, è stata una disfatta totale.
John Christian Bailer III, insigne professore di Epidemiologia e Biostatica alla Mc Gill University, ha dimostrato, con dati NCI (National Cancer Institute) alla mano, che nel 1962 morivano 277.000 persone/anno, e che nel 1982 ne motivano 434.000.
Trent’anni di guerra e di fallimento continuo.

Urge un drastico cambiamento culturale

Serve dunque un drastico cambio culturale e metodologico.
Decenni di indottrinamento hanno portato la società moderna a usare pillole per ogni evenienza, a fidarsi totalmente degli esperti in camice bianco.
Hai mal di testa? Pillola.
Hai febbre? Pillola.
Hai dolore? Pillola.
Hai tumore? Chemio e bisturi.
Se è vero che ogni malattia, anche la più terribile, insegna costruttivamente qualcosa, come dicono le grandi culture millenarie del passato, come faremo ad apprendere le leggi che il Gran Dottore Malattia (ovvero il gran Medico Benettia) è in grado di darci?
Come faremo a imparare qualcosa se distruggiamo ogni cosa col napalm e le radiazioni?

Non c’è nessuno da sconfiggere. Serve ri-direzionare le batterie antiaeree, puntandole contro la propria ignoranza e la propria vergognosa presunzione.
Le malattie sono amiche e non si combattono. Questo è l’ABC della Vera Medicina che voi tradite.

Il tanto vituperato igienismo, cari medici, insegna una cosa basilare, e cioè che le malattie non sono dei nemici, e pertanto non si combattono e non si sconfiggono, ma si coadiuvano e si rispettano, si trasformano in preziose alleate per il ripristino della salute.
Queste non sono frignazze da due soldi bucati. Questo è l’A-B-C della Vera Medicina che un padre come Ippocrate vi ha inutilmente insegnato, e che voi continuate indegnamente a tradire.
Il discorso vale anche per il tumore, amico prezioso che ci salva  in corner, nell’emergenza.
Vale, al limite, persino per il cancro, che porta alla tomba veloce prima di far patire atroci sofferenze.
Ma voi andate contro questo con accanimenti terapeutici, anche perché ogni soggetto non operato, per il vostro sistema irresponsabile e venale, è una sconfitta professionale e uno sberleffo alla venalità medico-farmaceutica.  In America, non dimentichiamo, ogni caso di tumore/cancro trattato e operato significa 50.000 US$ dalle assicurazioni. Tanto ossigeno e tanto carburante per gli ospedali.

La formidabile lezione igienistica di Florence Nightingale

Quella di Florence  Nightingale, apparsa sul testo Notes on Nursing (Londra 1860), è una memorabile sfida, tutta femminile, alla teoria demenziale dei germi introdotta in ambiente medico dall’impostore francese Luigi Pasteur.
Le malattie non sono organizzate in categorie come cani e gatti.
Non è forse il continuo vivere sbagliato che porta la gente ad ammalarsi?
Non sono forse fattori come l’aria pura e la pulizia da un lato, e l’aria viziata e la sporcizia interna-esterna a determinare lo stare bene o lo stare male delle persone?
Non sono forse le malattie delle reazioni naturali alle condizioni assurde in cui noi stessi ci mettiamo?
Mi è stato insegnato, sia da scienziati superbi che da donne ignoranti, a temere la febbre, la scarlattina e le varie infezioni.
Ma la vera assistente sanitaria ignora le infezioni, non ne ha paura, ed eventualmente le previene.
Stanze pulite, finestre aperte ed assistenza amorevole ai pazienti. Questo è da richiedere a una buona nurse.

Un trattamento saggio e umano è la migliore cura contro le infezioni e le malattie di ogni tipo.
La dottrina delle malattie specifiche è il grande rifugio delle menti fragili e deboli della medicina.
Non esistono malattie specifiche.
Ci sono solo condizioni adatte a rendere la gente malata.
Più che una teoria intelligente sulla origine delle malattie, le parole della Nightingale sono quanto di meglio sia mai stato pronunciato negli ultimi 200 anni in ambiente medico, e meriterebbero di essere scolpite sui muri di ingresso di tutti gli ospedali e di tutte le aziende sanitarie, come avveniva con la scritta  Conosci Te Stesso dei templi greci.
Questa magnifica donna-medico inglese, sicuramente la più famosa assistente sanitaria della storia, sfidò la presunzione dei colleghi maschi e la teoria pasteuriana sui germi, 17 anni prima che il chimico Pasteur attribuisse a se stesso la scoperta dei germi (imbrogliando indegnamente il vero scienziato Bèchamp).
La sua lezione è più che mai valida, come tutte valide sono le idee di Pitagora, dopo 2500 anni.
Le verità non conoscono declino e tramonto. Non conoscono mode e maniere. Sono fatti eterni.

Il melanoma e la cura Nacci

Mi arriva la testimonianza probante ed accorata di Ervino Abbà, pubblicata su  Il Piccolo di ieri, e relativa al suo melanoma, diagnosticato nel 2003 dal Policlinico di Modena e dall’Ospedale di Padova.
Il dr Nacci, di Alba, con molta disponibilità ed onestà, mi ha sottoposto a una cura fitoterapica associata ad adeguato regime alimentare.
Dopo alcuni anni di cure Nacci, le mie analisi non hanno più rivelato alcuna traccia di melanoma.
Solo che il dr Nacci è stato sospeso dall’Ordine dei Medici che gli contesta i metodi di cura, ed anche il fatto di aver creato un suo sito Internet senza previa autorizzazione.
Il dr Nacci è stato pure duramente criticato dall’Ordine dei Medici di Trieste
La grave decisione dell’Ordine toglie la libertà, sancita dall’art. 32 dalla Costituzione Italiana, di poter scegliere la cura che ognuno ritiene più appropriata.
Infatti, nonostante gli ottimi risultati finora ottenuti, potrei essere costretto d’ora in avanti a ricorrere a cure mediche chemioterapiche non prive di effetti negativi.
Tra i tanti conoscenti scomparsi a seguito di cura chemio, cito solo quelli più a me vicini.
Mia moglie, Marialuisa Bevilacqua, in cura per anni presso l’Istituto Tumori di Milano, con spesa chemioterapica di 25 milioni di lire non mutuata nel 1989, e decesso dopo appena 8 mesi di cura.
E mia nipote che, dopo cura per tumore all’esofago,è stata sottoposta a chemioterapia preventiva, scomparendo 15 mesi dopo per metastasi, a 43 anni.

Commento al messaggio di Ervino Abbà.
Colpire uno per spaventarne cento.

Non conosco i dettagli della cura Nocci, né a livello di cura fitoterapica né a livello di cura dietologica, e quindi non posso esprimermi su questo.
Do invece credito totale alla buona fede e al coraggio di Ervino Abbà, che cita tutto quanto gli è successo personalmente e in famiglia.
Ha fatto non bene ma benissimo a non sottoporsi al napalm della chemioterapia.
Gli stessi medici sanno che si tratta di un metodo mega-distruttivo e di una ultima ratio.
E’ una pratica assurda che dovrebbe essere stroncata per legge.

Il problema è che l’Ordine sta rintanato nel suo fortino, forte dei suoi addentellati coi governi, coi ministeri della salute e della giustizia, con le industrie farmaceutiche e il ministero dell’economia, coi sindacati e i partiti.
Le cure Nacci sono viste dall’Ordine come il fumo negli occhi.
Non è che l’Ordine, cattivo e feroce, ce l’abbia con la persona di Nacci.
L’Ordine è un apparato burocratico che, come il principe di Machiavelli, non deve perdere il potere.
Colpire uno per colpirne cento e mille. Colpire uno per spaventare ed ammonire tutti gli altri.

La gente è terrorizzata dalle malattie.
Ogni canale televisivo è zeppo di specialisti che pretendono di medicalizzare ulteriormente.
Nessuno che insegni la salute. Terminati  Il Potere del Cuoco e  Gusto, si passa non certo casualmente al gastroenterologo, al cardiologo e al cancerologo.
Da una parte ti ammalo, e dall’altra ti napalmizzo, ti opero e ti trapianto.

Una cosa però la voglio dire ad Abbà.
Ed è che deve abbandonare l’idea di essere ammalato e pronto a riammalarsi.
Questa è la mentalità perdente dello sconfitto e del terrorizzato inculcatagli proprio da quei metodi e da quei sistemi che lui sta giustamente combattendo.
Se è vero (e glielo auguro) che la cura lo ha veramente guarito, significa che non si deve preoccupare.
Il corpo ha tendenza virtuosa a stare in salute.
A condizione però che non continui a commettere i vecchi errori e le passate sbadataggini alimentari e comportamentali che portarono il suo corpo ad ammalarsi.

La soluzione dei problemi esiste, ma non si deve dire a voce alta.
Al massimo si deve sussurrare, ovattata e per pochi adepti, nei salotti-bene.

La dieta antiossidante, anticostipante, antimuco, antiacidificante, antiputrefattiva, antifermentativa, antiurica, anti-leucocitosica,  anticancro per eccellenza, è la dieta crudista vegana.
Lo sanno ormai tutti, inclusi i cancerologi, inclusi gli scienziati di ogni branca del sapere, non solo il prof Umberto Veronesi, guarda caso ex Ministro della Sanità e Presidente della Lega Europea Anti-Cancro.
Ma queste cose non bisogna dirle.
Se tutti diventano virtuosi ed igienisti, se tutti ricorrono a stratagemmi semplici e naturali come il digiuno a banalissima acqua distillata, dove andremo mai a finire?
Dove finiranno le tonnellate di farmaci, le sale chirurgiche e radiologiche, le frotte di medici istruiti perfettamente per il taglio, l’asportazione e il trapianto?
Dove li metteremo i 25000 propagandisti medici che percorrono le città italiane come dei segugi, ad inseguire ogni medico ed ogni terapeuta privato o della mutua?
E cosa faranno gli alberghi che ospitano le migliaia di convenzioni mediche annue?
E come faremo a dimagrire il business trainante ed esplosivo delle onoranze funebri?

Chiedesi tam-tam di stile afro-equatoriale, o le nuvolette indiane stile Sioux

Data la delicatezza e la fondamentale importanza degli argomenti trattati, chiedo a tutti gli amici vicini e lontani che mi seguono, di fotocopiare, stampare, ritrasmettere e diffondere via email, il presente documento, naturalmente dopo averlo letto, capito e condiviso.
Documento da inviarsi soprattutto ai medici.

L’etica e la salutistica riguardano tutti.
Chiunque abbia un corpo da difendere e un’anima da salvaguardare.
Non facciamo la guerra alle categorie.
Chiediamo umilmente perdono a chi si sentisse offeso per qualche parola di troppo o per qualche termine troppo colorito.
Andiamo piuttosto al sodo della questione.
Non vogliamo e non auguriamo la rovina economica ed il fallimento a nessuno.
Una società più logica e intelligente, più libera da dogmatismi e imposizioni, più ricca di valori e priva di sprechi, troverà modo anche di riciclare le attività obsolete, sbagliate e senza vie di uscita.
Anche i macellai hanno dei figli da far crescere.
Anche i medici devono pensare alla salute propria e dei loro bambini.

* – Direzione Tecnica AVA-Roma  (Associazione Vegetariana Animalista)
– Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

il libro “Alimentazione naturale” del Dott. Valdo Vaccaro si trova nelle migliori librerie o qui su macrolibrarsi.it

La semplicità

La semplicità (André Comte-Sponville)

tratto da La meditazione come via – http://www.lameditazionecomevia.it

Abbiamo continuato a leggere alcuni brani tratti dal libro di André Comte-Sponville Piccolo trattato delle grandi virtù, dal capitolo sulla semplicità:
“La semplicità […] è innanzitutto una virtù morale, addirittura spirituale. Trasparenza dello sguardo, purezza di cuore, sincerità del parlare, rettitudine dell’animo o del comportamento… […] Semplicità […] non è sincerità […].
—————–

Per esempio, osserva Fénelon, «si vedono molte persone che sono sincere senza essere semplici: non dicono nulla che non ritengano vero, vogliono passare soltanto per ciò che sono, ma temono continuamente di passare per ciò che non sono; sono sempre a studiarsi, a compassare tutte le loro parole e tutti i loro pensieri, e a ripassare tutto ciò che hanno fatto nel timore di aver fatto o detto troppo». Insomma, si preoccupano troppo di sé, foss’anche per buone ragioni, e questo è il contrario della semplicità. […] «Chi volesse essere semplice», scrive Fénelon, «si allontanerebbe dalla semplicità». Non si deve ostentare nulla, nemmeno la semplicità. […] Non […] che la semplicità si riduca alla sincerità, all’assenza di ipocrisia o di menzogna.

Essa è piuttosto l’assenza di calcolo, di artificio, di accomodamento. «Queste persone sono sincere», continua Fénelon, «ma non sono semplici; non sono affatto a loro agio con gli altri, e gli altri non sono affatto a loro agio con loro; non si trova in esse niente di facile, niente di libero, niente di ingenuo, niente di naturale; si preferirebbero persone meno regolari e più imperfette, che fossero meno composte.

Ecco l’inclinazione degli uomini; e quella di Dio non è diversa: vuole anime che non si occupino afatto di loro stesse, e non siano sempre come davanti allo specchio a ritoccarsi». La semplicità è spontanea, coincidenza immediata con se stessi (anche con quello che di sé si ignora), improvvisazione gioiosa, disinteresse, distacco, incuranza di dimostrare, di prevalere, di sembrare… Di qui quell’impressione di libertà, di leggerezza, di beata ingenuità. «La semplicità», scrive Fénelon, «è una rettitudine d’animo che taglia via ogni orpello inutile da sé e dalle proprie azioni. […] È libera nella sua corsa, perché non si ferma mai per ritoccarsi ad arte». È noncurante, ma non senza cura: si occupa del reale, non di sé. È il contrario dell’amor proprio. Ancora Fénelon: «Essendo interiormente disamorati di sé grazie all’asportazione di tutti gli orpelli volontari, si agisce più naturalmente. […]

Questa vera semplicità […] ha un gusto di candore e di verità che si fa sentire, un nonsoché di ingenuo, di dolce, d’innocente, di allegro, di gradevole che affascina quando lo si guarda da vicino e a lungo con occhi puri».
La semplicità è oblio di sé, ecco perché è una virtù: […] il contrario del narcisismo, della presunzione, del sussiego. […] L’Io è soltanto l’insieme delle illusioni che si fa su se stesso: il narcisismo non è l’effetto dell’Io, ma il suo principio. […] La semplicità lo dissolve.

[…] Modestia senza semplicità è falsa modestia. Sincerità senza semplicità è esibizionismo o calcolo. La semplicità è la virtù delle virtù: ciascuna è se stessa soltanto a condizione d’essersi liberata della preoccupazione di sembrare, […] soltanto a condizione […] di essere priva di affettazione, priva di artificio […]. Ogni virtù, senza semplicità, è dunque corrotta, […] come piena di sé. […] La semplicità è la verità delle virtù, e la scusa dei difetti. È la grazia dei santi, e il fascino dei peccatori.

[…] La semplicità è oblio di sé […]: è quiete contro inquietudine, gioia contro riflessione, amore contro amor proprio, verità contro presunzione… L’Io permane in essa, sì, ma come alleggerito, purificato, liberato […]. Da tempo, addirittura, ha rinunciato a cercare la sua salvezza, non si cura più della sua perdita. […] Il semplice […] non s’interessa abbastanza a sé per giudicarsi. […] Tira dritto per la sua strada, il cuore leggero, l’anima in pace, senza meta, senza nostalgia, senza impazienza. Il mondo è il suo regno, e gli basta. Il presente è la sua eternità, e lo colma. Non deve dimostrare niente, poiché non vuole sembrare niente. Non deve cercare alcunché, perché ha tutto a portata di mano”.

Come consumare di meno e vivere meglio, in armonia con l’ambiente
Tanti consigli per la vita quotidiana (casa,acquisti, viaggi,alimentazione) per applicare i principi di rispetto dell’ambiente, di semplicità di vita, di minor consumo… Sviluppo sostenibile e commercio equo sono le nuove frontiere per un’umanità consapevole….

Troppo cemento, troppe automobili, troppo cibo, troppi rifiuti, troppi prodotti usa e getta non creano un mondo migliore. La «semplicità volontaria» è una semplicità di vita scelta consapevolmente da milioni di persone in tutto il mondo, vuoi dire consumare in modo equilibrato, rispettando l’ambiente e accrescendo l’autonomia personale. Questo libro spiega come fare, giorno dopo giorno.
Lo trovi su Macrolibrarsi

Vivere creativamente nella società dei consumi
Questo è un libro che tratta della semplicità, non dell’indigenza e della povertà, nè della parsimonia e della negazione di sé, ma del recupero di una vera prosperità in un mondo alle prese con una abbondanza nella quale “affamiamo” lo spirito e impoveriamo la vita.

È un libro che riguarda i vantaggi di una vita meno confusa e meno stressante di quella che molti di noi stanno vivendo in paesi sovrappopolati, consumistici e con ritmi maniacali di esistenza produzione e consumo.

È un libro che non ha niente a che fare con la vita di sopravvivenza, ma ha a che fare con l’avere meno e gioire di più, godere del tempo per perseguire progetti creativi, gioire del tempo per un buon cibo, godere del tempo soltanto per essere.

È inoltre un libro che pensa al futuro della nostra casa, la Terra.
Fino al ‘900, la Terra consisteva in un mondo di oceani e masse terrestri pieno di ogni genere di vita, bello, in parte selvaggio e denso di ogni ricchezza, ma i nostri nipoti ne erediteranno una assai diversa, con meno di un quinto delle sue foreste originali ancora intatte, con la maggior parte della risorse idriche disponibili già impegnate o compromesse, con la maggior parte delle zone umide e delle scogliere o distrutte o degradate.

Prima o poi uno stile di vita più frugale sarà non soltanto desiderabile, ma diverrà indispensabile.

Lo trovi su Macrolibrarsi

Continuerò ad essere

001-100

Domani,
continuerò ad essere.
Ma dovrai essere molto attento per vedermi.

Sarò un fiore o una foglia.
Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto.

Se sarai abbastanza consapevole,
mi riconoscerai,
e potrai sorridermi.

Ne sarò molto felice.
(Thich Nhat Hanh)

———————-

Il Karma Yoga – a cura di Guido da Todi
Ogni pensiero e azione del passato ci legano inesorabilmente al nostro karma odierno, tuttavia proprio attraverso la stessa azione, quando è compresa ed agita in modo corretto, è possibile ricongiungersi con il Tutto… continua

Il Karma Yoga

<IL KARMA YOGA>

– di Guido da Todihttp://www.guruji.it

(Ogni pensiero e azione del passato ci legano inesorabilmente al nostro karma odierno, tuttavia proprio attraverso la stessa azione, quando è compresa ed agita in modo corretto, è possibile ricongiungersi con il Tutto…)

Vivekananda considerava l’essenza del Karma Yoga la più nobile delle Vie Spirituali. La Bagavadh Gita è un compendio praticamente esclusivo di questo Yoga. Perché? In effetti, una delle caratteristiche fondamentali degli insegnamenti indù è il buon senso e la praticità immediata, anche se ciò non invalida l’altissima natura delle loro tradizioni.

Non è possibile afferrare il significato della legge del karma, se almeno non si è – in misura bastevole – intuita la natura delle cose universali: che è unità fondamentale, olismo ininterrotto, identificazione totale dell’apparente frammento con il tutto. La ripercussione di ogni atto e di ogni pensiero prodotti da noi avviene e si risolve, alla fine, in noi stessi solo per il fatto che non esiste soluzione di continuità fra l’illusione di una vita distaccata dal resto dell’esistenza e quest’ultima. Il gioco sottile e complesso della legge del karma, tuttavia, non costituisce lo scopo principale del presente articolo; dovrà, forse, venire rimandata ad uno dei prossimi.

Uno degli aspetti del buon senso della filosofia indiana si riferisce al suo modo di interpretare la celata fisionomia del presente ambientale d’ognuno di noi. La legge della reincarnazione costituisce il formidabile serbatoio di una totale fecondazione di cause, da parte dell’individuo, che si annodano agli effetti evidenti di questo suo presente ambientale. In poche parole, l’io è il motore di ogni propria azione; ma, una volta data la spinta che la produce, l’azione stessa diviene il motore dell’io. Si tratta di un gioco delle parti assolutamente irrinunciabile.

Ecco, se potessimo scattare l’istantanea della vita di uno qualsiasi tra di noi, quanto verrebbe alla luce – esotericamente parlando – sarebbe un prodotto complesso e molto difficile da scomporre, nei suoi elementi costituenti. Immaginate una pesca acerba, e supponete di volere distaccare con le vostre stesse mani il suo nocciolo dalla polpa ancora verde. Il risultato di questo atto mostrerebbe la parte dura e centrale del frutto, ma con massicci frammenti di polpa che fanno un tutt’uno con esso; tanto è praticamente impossibile separare il centro dalla periferia, quando i tempi non sono quelli giusti. L’esempio – evidentemente grossolano – indica, con una certa precisione, il rapporto che ognuno di noi ha con il suo attuale karma. Volere rinunciare ad esso, in modo inconsulto, violento ed irrazionale costituirebbe un’azione simile a quella che abbiamo appena immaginato, in riferimento alla pesca acerba.

Il nostro karma attuale costituisce il baricentro ultimo delle forze e delle azioni emesse in un passato, più o meno lontano, e la spinta trainante che conduce gran parte della nostra esistenza. Il dharma, invece, è l’atto mentale che ne riconosce la fisionomia e si adatta ad essa, con il proprio comportamento quotidiano. In effetti, questa è già una notevole indicazione per l’individuo che voglia intervenire nel proprio destino.

Qualunque malumore, generato dalla nostra insoddisfazione per la vita che conduciamo, per il lavoro che facciamo, per l’ambiente in cui viviamo rappresenta un’energia inutilmente sprecata. In modo giusto, o errato, siamo stati noi gli unici responsabili di quella soluzione latente di forze, che stanno rapprendendosi attorno a noi ed in noi. Non è possibile liberarcene, almeno in modo violento.

A questo punto non risulta inutile un cenno a quelle azioni ribelli, che molti commettono sovente. Essi abbandonano, all’improvviso, la compagna, o il compagno; i figli; il lavoro che li delude. Insomma, staccano il contatto con la ruota che gira in una determinata direzione, e – come un elettrone che cambia orbita – si incasellano in un altro vortice di vita; nella creazione di nuove abitudini, di una nuova esistenza. Ma, la ruota continua a girare… Essi non hanno il potere di interrompere quel flusso di energia in cristallizzazione operativa di quanto hanno creato nel loro passato. In tal modo, provocano altro karma; ma, non eludono quello antico; che si ripresenterà, prima o poi. E la loro fuga si sarà risolta in un bel nulla di fatto.

Cosa dice, allora, in proposito, la filosofia indiana del Karma Yoga? Cosa dice Vivekananda? E cosa insegna la Gita? Intanto – e ciò è un fondamento di altissima rilevanza spirituale – che non importa, nella vita, desiderare disperatamente un destino di suprema nobiltà formale; e neppure temere di esprimerci in azioni che consideriamo mediocri e prive di smalto e di significati profondi. Nella vita importa solo capire e compiere ciò che è giusto fare, in quel momento.

La suprema nobiltà formale, lo smalto e cos’altro si possa desiderare, magari, diverranno una conseguenza di quanto è opportuno, per il momento, realizzare, nella giusta direzione, ora e adesso. Solo in tal modo riusciremo a costruire quel canale in cui rosolerà e si consumerà la pietra da macina che portiamo appesa al collo: il nostro karma pesante e, spesso, doloroso… Attenzione, ciò non vuol dire accettare e subire passivamente, ed in modo beota, qualunque costrizione la vita ci stia imponendo. Indica solo la saggezza e l’abilità di saperci svincolare, nell’unico modo armonico e sano, da una stretta soffocante, che rischia, spesso, di annientarci, nel corso di questa nostra esistenza.

Tuttavia, abbiamo parlato di unità del tutto. Il Karma Yoga afferma che ognuno di noi rappresenta una tessera parziale di un universo illimitato. Chi si oppone a questo dato di fatto, oppure non lo conosce, è destinato ad una espressione tronca del Sé: in poche parole, all’infelicità.

L’intera tradizione del vero spiritualismo tende alla sperimentazione della Vita Totale. Aderire al nostro dharma, ed accettarlo con cristallina consapevolezza delle motivazioni cosmiche che si trovano dietro ad esso, per incanto ci unifica alla Vita Totale; verso la quale non opponiamo più, di conseguenza, alcuna resistenza attiva, o passiva. Ogni senso delle dimensioni, allora, risulta impossibile a comporsi. Non esiste, qui, un più grande, o un più piccolo. Esiste solo quel componente che, saldandosi con l’intero, fa confluire in esso ogni tensione ed ogni opposizione personale. La parte si accorge di essere divenuta un’ accentuazione palpitante del tutto. Di essere il tutto. E di gioire, tramite l’esecuzione di un agire personale, della gioia impersonale, che possiede delle risonanze prive di limite e di estensione.

Il karma yoghi vive in discesa ogni suo atto quotidiano; ossia, senza opporsi ai doveri che incombono sulla propria vita, e che egli ha tutti riconosciuti, nell’attimo della sua originaria espansione di coscienza. In tal modo, non soltanto esaurisce e scioglie tutti i legami reincarnativi che lo avvincevano ai tre mondi dell’illusione formale, ma, pure, salda ed unisce la tessera che rappresenta il frammento personale del mosaico al grande affresco cosmico, di cui quella è parte costituente.

Potrei esprimervi la mia personale esperienza, in proposito. Non credo possa esistere gioia più acuta e indicibile del sentimento che invade l’animo, quando si osserva il proprio io, mentre, con la massima partecipazione, aderisce all’intero dharma della sua vita: dalle minime incombenze, all’arco totale del proprio complesso ciclo reincarnativo.

Si narra di un giovane yoghi indù, il quale passò degli anni in meditazione, nel folto di una foresta. Un bel giorno, egli guardò con fastidio un uccello, che lo disturbava con il suo canto. Ed il volatile cadde a terra fulminato. Lo yoghi stabilì, allora, di aver raggiunto dei poteri straordinari, e che era giunto il momento di tornarsene fra gli uomini. A sera, giunto ai limitare di un paese, bussò ad una casa modesta, per chiedere da mangiare. La donna anziana che gli aprì gli disse subito:” Attendete, sadhu, che io mi occupi dei bisogni del mio sposo. Tra poco tornerò a voi, e vi offrirò la cena…” La risposta parve poco rispettosa allo yoghi, che, evidentemente, si attendeva la priorità su tutto e tutti, visto il rango spirituale che riteneva di essersi guadagnato. E, senza accorgersene, guardò con sguardo seccato la donna.

“Non crediate che io sia un uccello, per potermi fulminare, sadhu! – gli ribatté quella – “Ho dei doveri da compiere. Ma state pur tranquillo, che immediatamente dopo toccherà a voi…” L’uomo rimase folgorato. Come sapeva quella anziana signora la storia dell’uccello? A cena, con cautela, glielo domandò. “Vedete, sadhu, il mio maestro mi ha insegnato che, compiendo esattamente tutti i miei doveri con gioia e con dedizione, mi sarei fusa con l’universale. Questa è la ragione per cui ho raggiunto la luce e l’unione con Dio…”  La storia continua, ma voglio interromperla per indicare che l’essenza del Karma Yoga è tutta qui. Quando se n’è afferrato lo spirito, ognuno di noi diviene consapevole del canotto minuscolo che rappresenta il suo io, circoscritto dal proprio karma reincarnativo. Egli sente e vede i confini di questo karma, con una vivezza incredibile.

Aderendo al suo dharma, con gioia e distacco, vive, allora, una tra le massime esperienze metafisiche. Pur se ancora stretto ai legami dei tre mondi, prova già intensamente la completa liberazione da essi e da tutto ciò che è relativo. Ogni minuto della sua giornata è, in lui, un atto sacro di meditazione, di congiungimento a Dio, di eucaristico rapporto con la Realtà Una. Egli è oramai un karma yoghi. Egli è un liberato!

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Trascendere il passato per trasformare il futuro

Ti è mai capitato di vivere un flash, un’impressione, un sogno o il ricordo di te stesso, ma in una situazione estranea alla tua esperienza, eppure stranamente familiare? Oppure di incontrare una persona e già dal primo incontro provare la sensazione di conoscerla da sempre?

Tutto ciò potrebbe essere causato da brevi lampi di consapevolezza provenienti dalla memoria di vite precedenti.

Rapporti karmici, anime compagne e karma di gruppo spesso sono alla base delle situazioni che ci troviamo ad affrontare nella nostra esistenza, e che hanno radici profonde in vite precedenti.

Riconoscere come agisce la legge del karma, o legge di causa ed effetto, ci permette di vedere sotto un’altra luce gli eventi che viviamo e di agire in maniera più adeguata, allo scopo di porre fine ai legami karmici negativi e di mettere in essere azioni positive che ci portino a nuovi e più stimolanti scenari in una vita futura.

La comprensione della legge del karma e la conseguente azione consapevole possono diventare una vera e propria tecnica in grado di accrescere la nostra consapevolezza e di farci vivere in maniera più distaccata e armoniosa eventi che altrimenti non troverebbero spiegazione.

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Comprendere il Passato, trarre Vantaggio dal Presente e Rendere Migliore il Futuro
Cosa può fare ciascuno di noi per influenzare positivamente il proprio futuro? L’autrice, psicoterapista, guaritrice e sensitiva propone consigli, tecniche, esperienze di vita ed esercizi veramente eccezionali per forgiarsi un buon karma e vivere serenamente.

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Cos’ è il Karma?

Cosa avviene nello stadio tra la morte e la rinascita?

Cosa ci spinge ad agire e cosa ci fa rinascere?

Siamo i creatori della nostra vita o subiamo gli ineluttabili eventi del destino? Come incidono le nostre azioni su una vita futura?

Cosa si reincarna?

Pandit Rajmani Tigunait spiega nei minimi dettagli le dinamiche del karma, i segreti della Legge Cosmica di azione e reazione che governano l’universo e offre le basi per comprendere anche la differenza tra rinascita, reincarnazione e Nascita Divina.

Uno studio filosofico-scientifico reso ancor più interessante e piacevole dalla chiarezza di alcuni aneddoti tratti dalle Antiche Scritture vediche dei Purana che illustrano come si formano e come germogliano le impressioni nella mente inconscia che produrranno il karma e in che modo incidono sul nostro destino.

Ogni azione genera una reazione: la vita è un terreno in cui fruttificano le nostre azioni passate e in questo terreno continuiamo a seminare, raccogliere e seminare ancora.

Questo manuale ci offre la soluzione per districarci da questo fatale ciclo di azione e reazione grazie ai segreti dell’antica scienza yogica, tramandata da millenni, che insegnano a fluire nella vita evitando i vortici karmici:

la libertà dal karma significa proprio saper interrompere questo ciclo vizioso

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Un individuo arriva dal nulla? E l’orientamento che la sua vita prende sin dagli albori, dipende dal caso o da un bagaglio ereditario di pensieri, desideri ed azioni che sta fruttificando? Un viaggio nel percorso esistenziale dell’uomo alla luce della cultura vedica, che ha elaborato, spiegato e sviluppato il fenomeno della trasmigrazione in maniera rigorosa e scientifica.

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L’uomo non è impotente e non è controllato da una Forza esterna che ci governa senza che noi possiamo opporci.

Il principio del karma ci dice che è proprio l’opposto, perché questa Forza, quando viene compresa, ci obbedisce e ci conduce dove noi vogliamo.

Cos’è il Karma? Di quali strumenti dispone l’uomo per determinare il proprio destino? Come possiamo emanciparci dalle forze che ci tengono prigionieri e raggiungere uno stato di serenità perfetta e di irremovibile coraggio?

Annie Besant ci spiega tutto questo e molto altro e lo fa con la premura e la semplicità di chi si rivolge all’uomo e alla donna comuni, desiderosi di comprendere, conoscere e agire per migliorare se stessi e il mondo. Le parole di questa donna straordinaria guidano il lettore di oggi e stupiscono per l’attualità dei temi trattati e per l’universalità del messaggio trasmesso. Viviamo infatti in una società scossa da catastrofi naturali, delitti atroci e apparentemente inspiegabili, in cui dominano egoismo e brama di ricchezza materiale. Comprendere la Legge del Karma e il rapporto tra la dimensione umana e quella cosmica consente di trovare spiegazioni e vie concrete per costruire un destino individuale e collettivo colmo di speranza e di valori positivi, inserendo i singoli avvenimenti in un più ampio quadro esistenziale che si svolge in più reincarnazioni successive.

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L’enigma del proprio destino

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Legge del Karma e Reincarnazione
Il Karma Yoga è il servizio altruistico e disinteressato che serve a purificare la mente dell’uomo. Il lavoro è adorazione di Dio e va fatto senza desiderare il frutto delle azioni. Nel libro viene spiegata la Legge del Karma e la Reincarnazione, i diversi tipi di karma e le operazioni dei tre guna – per combinare azione e meditazione, e realizzare Dio.

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Il nostro nome è un simbolo caratterizzato da una particolare grafica (i caratteri alfabetici) e da un suono che lo contraddistingue. Ogni volta che qualcuno ci chiama per nome, veniamo investiti da un’onda di energia che ci ricorda chi siamo e perché siamo qui, anche se a livello inconscio.

L’insieme del nome e del cognome ha un’energia che ci influenza ogni volta che lo scriviamo dche qualcuno ci chiama. Inoltre ogni lettera dell’alfabeto è dotata di una particolare vibrazione, che viene trasferita alla parola di cui è l’iniziale. Per questo motivo le nostre iniziali sono i simboli che più ci influenzano nella vita.

L’iniziale del nostro nome indica un percorso da seguire in questa vita attuale, a volte ci da anche indicazioni preziose sul nostro karma personale, racchiude tutto ciò che siamo e che siamo stati e ci da le indicazioni da seguire per superare i nodi karmici, per correggere gli errori delle nostre vite precedenti, al karma ereditato dai nostri antenati e dal popolo o dall’etnia di cui facciamo parte. Il cognome sé riferisce principalmente al karma familiare e all’eredità spirituale che abbiamo ricevuto dalla nostra famiglia d’origine.

Nell’alfabeto si celano le sottili leggi del Karma e i suoi caratteri danno delle indicazioni preziose ad ogni uomo tramite il suo nome e cognome.

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